02 aprile 2026

L’ANNUNCIAZIONE LUCANA A MARIA

di DANILO CARUSO
 
Nel corso dei miei studi su aspetti mitologici, filosofici, letterari e storici della religione cristiana, ho avuto già occasione di toccare l’argomento della relazione genetica intercorrente tra la figura della Madonna e le divinità egiziane antiche Iside e Nut1. Dopo aver rilevato il contributo della mitologia della terra dei faraoni nella costruzione dell’architettura statica della teologia mariana, voglio adesso soffermare il mio sguardo nel merito sopra un altro versante, quello della mitologia e della filosofia greche, prendendo in considerazione, in linea con la mia ermeneutica contestuale, il brano contenuto nel Vangelo di Luca 1,26-38, contenente l’episodio della famosa visita dell’arcangelo Gabriele alla Madonna, nel quale costui prospetta alla giovane ragazza ebrea la sua prossima maternità inerente al figlio di Dio. Questo Vangelo, scritto come tutti i testi neotestamentari in lingua greca antica, risale alla seconda metà del I secolo d.C., ed è rivolto nella sua dedica d’apertura a un certo Teofilo (a giudicare dal nome sembra una persona di provenienza non ebraica, e a giudicare dal significato etimologico c’è da sospettare che si tratti di una figura simbolica raffigurante l’intero cosmo pagano grecoromano cui da un lato della neonata propaganda cristiana religiosa si prospettava una proposta di conversione e di adesione a un culto non solo di matrice giudaica appena sorto). Il Cristianesimo ha, nel tempo richiesto a vantaggio della sua edificazione teologica, congiunto il troncone semitico ebraico veterotestamentario con un’altra sponda di ascendenza semitica. Questa, in particolar modo, è rappresentata dalla filosofia stoica, dalla quale proverrà il telaio di fondo e di base della religione cristiana2. Se da un canto, come anticipato, si trovavano i pagani grecoromani, dall’altro, negli obiettivi di proselitismo dei cristiani, rimanevano gli originari Ebrei: tali erano le due categorie che i seguaci di Cristo dovevano cercare di spostare dalla loro parte. La mia impostazione ermeneutica, che ho più volte applicato a testi biblici (dell’Antico e del Nuovo Testamento), ha sempre manifestato l’intenzione di leggere i brani esaminati con lo sguardo intellettuale contestuale alla comparsa degli scritti analizzati (sia in ebraico che in greco antico, a seconda della circostanza)3. L’Annunciazione lucana si rivolge con occhio di riguardo all’uomo greco (di formazione culturale pagana). Procediamo con ordine nel cammino di evidenziazione dei mattoni concettuali propagandistici. Ci troviamo subito di fronte uno squisito saluto rivolto a Maria, di cui si dice immediatamente fosse παρθένος (1,27). Quanto viene subito dopo (in 1,28) si rivela nevralgico e centrale nel quadro del mio esame. L’arcangelo Gabriele si rivolge così a Maria: «Χαῖρε, κεχαριτωμένη, ὁ κύριος μετὰ σοῦ». La prima metà di questa enunciazione costituisce il segmento chiave. La teologia cristiana patristica porterà subito quel participio perfetto passivo (vocativo femminile singolare) riferito alla Vergine sopra un preciso significato che a me appare distorto. I Padri della Chiesa hanno voluto intendere una concessione divina a Maria (ancor prima dell’incontro con l’arcangelo: il perfetto indica un’azione con effetti perduranti compiutasi nel passato; in relazione a simile dettaglio concettuale sono perfettamente d’accordo). L’interpretazione patristica, secondo me, si sgretola nel momento in cui noi leggiamo κεχαριτωμένη con gli occhiali intellettuali di un greco istruito a sufficienza del I secolo d.C. In tal guisa la lettura dei Padri della Chiesa si mostra “pregiudiziale”: cioè applica una intenzione di significato costruita a posteriori, e non ancora presente nella lingua greca del Vangelo di Luca, il quale appunto si avvale dello strumento linguistico con le sue possibilità coeve. In parole povere l’evangelista Luca non scriveva con la semantica patristica, bensì con un vocabolario greco antico classico: la lingua di tale Vangelo è quella letteraria classica, come una obiettiva contestualizzazione dimostra. Perciò ho preso il “Dizionario illustrato greco-italiano” di Liddell e Scott (1988) e mi sono documentato innanzitutto sulla semantica del verbo 1) χαριτόω e sul correlato sostantivo 2) χάρις (che rileveremo subito in 1,30).
1) Ingraziarsi qualcuno (operando qualcosa di gradito), compiacere qualcuno; più in particolare il “Liddell/Scott” ci dà sulle forme passive (il nostro caso: κεχαριτωμένη, participio perfetto passivo) i significati di “piacere, essere gradito” (da cui il participio perfetto κεχαρισμένος: gradito, ben accetto, caro).
2) L’azione di χαριτόω viene compiuta da soggetto munito di χάρις: questo rappresenta un termine indicante tra i suoi significati principale bellezza, grazia esteriore, fascino. In secondo ordine la possibilità sfruttata dalla Patristica di una condizione personale in seguito a ricezione: quindi una disposizione di “gratitudine” la quale non si concilia teologicamente con la presunzione di una “concessione di grazia divina” nei confronti di Maria. In κεχαριτωμένη né noi né i padri della Chiesa rileviamo una forma di “riconoscenza mariana”, tutt’altro. Però l’interpretazione teologica patristica non sembra coerente con nessuna delle originarie dimensioni di χάρις, anzi il “Liddell/Scott” congiura a mio favore quando di detto sostantivo puntualizza il significato minore di “piacere tratto da qualcosa”. Per dirla subito: l’evangelista Luca, mediante κεχαριτωμένη, ci sta comunicando che il Dio neotestamentario ha scelto Maria sulla base di un metro di preferenza tarato sul pensiero greco classico. Vale a dire che egli ha operato una preferenza fondata sulla kalokagathìa: nella mentalità della Grecia classica era emersa l’idea per cui la bellezza fosse virtù nel suo essere riflesso di una bontà interiore. Dunque Dio nell’Annunciazione lucana non è il concessore di uno stato di “grazia (privilegio)”, ma si rivela colui che, pensando al pari di un greco idealista, ha individuato la donna migliore, in previsione del proprio progetto di nascita del Figlio, in seguito a una scelta la quale si mostra al primo impatto di natura meramente estetica. Però parlo di un’estetica che nel contesto della kalokagathìa rinvia a un piano non più sensibile (e non connotato da aspetti squalificanti, come chiarirò meglio a breve), un piano dell’interiorità personale (nella fattispecie mariana) dove regna la parallela eccellenza d’animo. Quanto notiamo da tutto questo ragionamento, il quale rappresenta la sostanza di significato rivolta al lettore evangelico Teofilo, grazie alla mia ermeneutica contestuale, ci pone nelle condizioni di fare l’ultimo salto alla volta della copertura semantica di κεχαριτωμένη attribuito alla Vergine. Nell’immagine di Maria nell’Annunciazione lucana si adombra una Χάρις, una Carite, ossia una delle Grazie (figure della mitologia greca pagana). Il Cristianesimo ha assemblato diversi strati di Paganesimo presi qua e là al fine di produrre una magnetizzante architettura statica agli occhi di chicchessia. Oggigiorno non si mostra nelle capacità di tutti la perizia di recuperare la sottostante architettura dinamica la quale rivela attraverso le sue tessere concettuali i bacini da cui sono state attinte le forme poi proiettate in guisa unificata narrativa. Nel nostro caso, ad esempio, esistono varie suggestioni mitologiche recuperate nell’ombra. Se il Dio biblico si presenta quale una divinità solare, uscita dall’archè rappresentato dall’acqua primordiale, nella cultura greca antica Pausania affermò che le Cariti erano figlie di Elios e dell’Oceanina Egle. Inoltre la Carite Aglaia, secondo Esiodo, si unì in matrimonio al Dio artigiano Efesto: la Maria evangelica era sposa dell’artigiano Giuseppe. Le Cariti (Grazie) raffiguravano l’ideale di un modello femminile, così come si vuol far apparire l’immagine della Vergine nell’Annunciazione: le Grazie nell’immaginario greco (e poi in tutta l’arte successiva) sono state presentate, svestite. Nulla nel brano lucano ci dà informazione al riguardo sul vestiario mariano: non so fino a quanto la suggestione mitologica contenuta nel testo si potesse spingere nell’immaginazione di un lettore grecizzante di quel I secolo d.C. Fatto sta che χαριτόω qui allude proprio a una dimensione estetica allargata a un piano etico (kalokagathìa). La riprova che quanto ho sinora sostenuto sia affidabile la rintracciamo in 1,30, dove compare il sostantivo χάρις. L’arcangelo Gabriele nel suo esordio (1,28) si è rivolto a Maria con un saluto “solenne” (traducibile con “salve”) e con un complemento di vocazione il quale è stato distorto dalla Patristica (in essa “gratia plena” esprime una visione teologica completamente spiritualizzata e ribaltante l’originario significato). Possiamo allora volgere la prima metà del discusso versetto così: «Salve, graziosa fanciulla». Non voglio aggiungere niente sul modo in cui ὁ κύριος sia stato μετὰ σοῦ (Zeus è nell’ombra). L’uso di χάρις in 1,30 toglie ogni dubbio e spazza via, dal mio punto di vista, qualsiasi contestazione della mia analisi. Alla scossa Maria viene detto che ella ha trovato χάρις presso Dio: «Εὖρες [...] χάριν παρὰ τῶ θεῶ». La voce verbale, in coppia col sostantivo, si rivela la chiave di fondo: abbiamo un indicativo aoristo attivo, seconda persona singolare. Cosa significa questo? Il trovare χάριν da parte della Vergine non possiede un esplicito connotato di prosecuzione temporale dell’effetto il quale sarebbe stato concesso dall’uso del tempo perfetto. Simile azione pertanto nella sua forma viene svincolata dal corso temporale: si presenta quale un ritaglio isolato e chiuso in sé. Il che ci fa comprendere benissimo perché la lettura patristica che ci parla di un conferimento di (nel senso teologico cristiano) “grazia divina” a beneficio di Maria crolli al pari di un castello di carte. Non solo il dettaglio del verbo vanifica l’interpretazione della teologia patristica (sarebbe occorso un perfetto), ma anche un attento esame del sostantivo ci dimostra che il senso e la direzione di tutto il discorso, sin dall’inizio in 1,28, si collocano all’opposto della lettura data dalla Patristica. La χάρις che la Vergine ha trovato presso Dio non rappresenta affatto l’elargizione divina di un privilegio spirituale sopra Maria. Mentre ci saremmo aspettati il perfetto (indicante azione passata con effetti perduranti oltre) in 1,30, a sostegno dei Padri della Chiesa, abbiamo rilevato un aoristo che fotografa Dio+χάρις. Cioè la Vergine ha trovato il “favore/piacere” di Dio (specificazione soggettiva) in virtù della di ella kalokagathìa. In breve: l’ha scelta per la maternità divina giacché, ma non solo (come puntualizzato), era “bella”. La gestante di Gesù Cristo non poteva essere altrimenti, e comprendiamo alla perfezione il punto di vista del redattore evangelico operante dentro una società ancora a maggioranza pagana e imbevuto di cultura mitologica grecoromana. Ci saranno Madonne che nell’arte successiva non avranno niente da invidiare alle fashion model. Possiamo pertanto immaginare che davanti all’arcangelo Gabriele si trovasse qualcuna, per rendere l’idea estetica, simile a una giovanissima modella4. Nell’Annunciazione lucana Maria si rivela il motore di tutto. Dio la predilige, però quale causa efficiente; la Vergine lo fa muovere nella di lei funzione di causa finale. I padri della Chiesa hanno cancellato a vantaggio della misoginia e dell’occultamento di simili sfumature il valore originario semantico dell’Annunciazione. Secondo me, non sono stati scadenti osservatori, bensì manipolatori dei significati non graditi. La χάρις παρὰ τῶ θεῶ di Lc 1,30 connota un compiacimento (un piacere) maturato in un momento idealizzato, ritratto in un’istantanea, mediante l’aoristo: è chiaro che quella sensazione kalokagatica divina fosse circoscritta nel suo momento di coglimento, e che un perfetto sarebbe stato compromettente per la sua integrità teologica. La Patristica ha ribaltato di 180° la faccenda nella forma e nella sostanza. Circa la modalità del concepimento spiegata dall’arcangelo Gabriele alla disorientata Madonna (1,34) si rimane non poco perplessi davanti al verbo utilizzato per indicare l’azione dello πνεῦμα ἅγιον nei di costei confronti, il messaggero visitatore le dice al proposito (1,35): «Ἐπελεύσεται ἐπὶ σε». Non si sta discutendo di una serena-discesa-dello-Spirito-Santo-sopra-di-lei. Il verbo ἐπέρχομαι (là usato all’indicativo futuro, terza persona singolare) vuol dire “giungere di sorpresa, all’improvviso” (con una peculiare sfumatura di significato negativa, sino a poter indicare “l’attaccare, l’assalire, il colpire, l’invadere”). Notiamo che non si tratti per nulla di una significazione gentile. L’autore del Vangelo lucano ha fatto proferire all’indirizzo di Maria simili parole nella spiegazione del programma di Dio: «[Guarda che] Lo πνεῦμα ἅγιον piomberà su di te [quando meno te lo aspetti]». Sembra un monito minaccioso piuttosto che una benevola e cordiale comunicazione. Se ci soffermiamo sopra questa parte di 1,35 abbiamo la possibilità di recuperare altre dimensioni culturali greco-antiche. Innanzitutto quello che viene volto con “Spirito Santo” non è ancora la terza persona della Trinità cristiana. Πνεῦμα ἅγιον raffigura un principio determinante azionato da Dio. Rappresenta la sua capacità di intervenire sulla realtà materiale. Pertanto, accanto alla sua azione sostanziale (Dio in quanto causa efficiente), possiamo considerarlo causa formale: appunto il “progetto divino” in moto che si stampa sulla materia informandola. Messa in luce tale parte concettuale, rimane, e non solo per esclusione, dall’altro canto la “causa materiale Maria”. Vediamo esattamente l’antica concezione antropologica e biologica del femminile nel mondo grecoromano: un’incubatrice materiale del portato attivo maschile. Nella fattispecie della Madonna individuiamo l’invasione spermatoLOGICA del corpo mariano: da cui la gestazione che porterà alla nascita del LOGOS incarnato. Qui recuperiamo il fronte stoico della narrazione, il quale nelle sue radici presocratiche ci illumina sul significato di πνεῦμα ἅγιον. Dobbiamo vedere questo come qualcosa di igneo-eracliteo che da Dio può raggiungere l’interiorità delle persone. Una forza invasatrice e trasformatrice. La vedremo di nuovo all’opera in 1,41 in azione su Elisabetta: «Ἐπλήσθη πνεύματος ἁγίου ἡ Ἐλισάβετ». Il verbo πλήθω (in una voce dell’indicativo aoristo passivo, terza persona singolare) vuol dire riempire (in direzione di un soddisfacimento, completamento). Riassumendo la situazione stoico-aristotelica: nell’Annunciazione lucana Dio si rivela causa efficiente e formale (Logos eghemonikón), la Vergine si mostra causa finale e materiale. Abbiamo recuperato quadri di natura filosofica che ci dicono molto sul redattore e sulla redazione del Vangelo di Luca. Tant’è coerente la mia lettura che le altre parole di Gabriele seguenti alle sue superiori esaminate convalidano la mia ermeneutica. Infatti si parla di δύναμις ὑψίστου: “potenza”, nel senso di forza, dell’“eccelso, altissimo”. Non assomiglia ciò moltissimo alle attività del primo immateriale motore immobile aristotelico e dello stoico logos eghemonikón? Ma mettiamo da parte queste cose che ormai sembrano assodate a beneficio dell’analisi del verbo il quale denota una seconda azione sempre sopra la Madonna. L’arcangelo le dice: «[Quel soggetto appena evidenziato] Ἐπισκιάσει [indicativo futuro attivo, terza persona singolare] σοι [dativo singolare del pronome personale “tu”]». Il verbo ἐπισκιάζω significa costruito col dativo (e non con l’accusativo, in tal caso: coprire d’ombra, gettare ombra su): mascherare, celare. Il “Lidddell/Scott” mi pare più indicativo del Rocci (“Vocabolario greco-italiano”, 1993), che sebbene nella voce interessata contenga l’exemplum proprio di quanto sto analizzando si ferma soltanto a riportare la traduzione della Vulgata latina: «Obumbrabit tibi». Il che non si palesa di nessun aiuto poiché a noi non interessa allontanarci dal I secolo d.C. per entrare in un contesto posteriore di teologia cristiana più avanzata. Tale verbo greco, nel suo uso col dativo presente nel nostro caso, indica il nascondere e l’occultare. Una simile espressione di protezione trova riscontro nella perfetta analogia di detta voce verbale nella Septuaginta, in Salmi 90,4, dove il corrispondente verbo ebraico denota l’isolare, il coprire (in funzione protettiva). In fin dei conti, nonostante messa da parte la traduzione latina della Vulgata, il “Dizionario illustrato della lingua latina” di Bianchi e Lelli (1987) riporta tra i significati meno letterali di obumbro quelli di proteggere e nascondere. Le comuni traduzioni le quali mettono in risalto il sovrastare di un’ombra, a mio modestissimo avviso, non rendono facilmente percepibile l’idea di protezione. Mentre l’inquietante valore del segmento precedente («Πνεῦμα ἅγιον ἐπελεύσεται ἐπὶ σε») non viene evidenziato se non da un calibrato esame, il suo seguito («Δύναμις ὑψίστου ἐπισκιάσει σοι») rischia di perdere un compensativo e riequilibrante valore manifestato nell’intenzione protettiva divina. A proposito di migliore resa del testo originale greco, voglio affrontare il dettaglio dato dall’arcangelo Gabriele in relazione alla maternità divina nell’Annunciazione lucana in 1,31. Il messaggero visitatore così dice a Maria al riguardo nella prima parte: «Συλλήμψῃ ἐν γαστρὶ [υἱὸν]». Analizziamo la voce verbale: indicativo futuro di un deponente, seconda persona singolare. Significato: quello puramente letterale è “raccogliere insieme, contenere”. Il “Liddell/Scott” ci informa che il verbo si trova usato da Ippocrate e Aristotele nell’accezione femminile di “concepire”: si tratta di una voltura ingentilita di un’immagine misogina dell’antropologia e della biologia greca antica. In simile verbo ritroviamo l’idea della donna quale un contenitore che viene riempito: nei casi di Maria ed Elisabetta l’attore risulta lo πνεῦμα ἅγιον. La cosa che più potrebbe turbare la mentalità dell’uomo comune di questa moderna società cristianizzata ci proviene dal complemento di stato in luogo che segue il verbo: «Tu conterrai nel ventre». Significato letterale principale di γαστήρ è pancia, da cui una più aggraziata voltura nel caso di maternità con grembo. Ma il greco antico non si poneva tale problemi di espressione propri di un mondo che ha cercato poi di emarginare l’antifemminismo. Nell’Annunciazione lucana, anzi, vi è una marcata sottolineatura di quelle componenti culturali misogine (appartenenti d’altro lato altresì al cosmo giudaico veterotestamentario). Quanto viene fuori alla luce della mia analisi contraddice una più avanzata teologia cristiana la quale a proposito dei modi con cui è stata prospettata e si è attuata la nascita di Gesù Cristo ha cercato di essere sempre meglio idealista e positiva nella sua presentazione dell’argomento alla gente comune. Rileviamo, purtroppo, che l’ermeneutica contestuale scrosta dalla superficie intenzioni di significato secondo me fuorvianti. Se andiamo a vedere le altre parole di Gabriele che completano la descrizione della gestazione, ci renderemo conto che quella semantica esclude il dogma della perpetua, anche post partum, verginità mariana. L’autore del testo lucano fa dire all’arcangelo rivolto a Maria ciò: «Τέξῃ υἱόν». Il verbo possiede l’identica forma grammaticale del precedente. Τίκτω, riferito a soggetti femminili, denota l’atto del partorire; la copertura semantica di questo verbo si rivela così estesa che non solo include gli animali, ma pure il mondo vegetale. Gabriele dichiara: «Tu partorirai un figlio [nella stessa modalità standard prevista dalla naturale biologia animale]». A chi ha scritto non interessava per niente puntualizzare un dogma di quel genere. Viceversa si è espresso con una semantica la quale lo confuta. In quel mondo greco-romano del I secolo d.C. la donna in genere veniva pensata a quel modo che ho evidenziato nel volgere i valori semantici delle parole contenute nell’Annunciazione lucana. E Maria non ha fatto eccezione: è stata presentata, sebbene nella veste del femminile idealizzato in quella cultura (Carite, Grazia), comunque come un soggetto di serie B rispetto alla categoria dominante, ovunque, del maschile. Dovrebbe sconcertare e non poco, inoltre, il fatto che il redattore del Vangelo di Luca abbia esplicitamente e platealmente resa evidente una enorme diversità semantica fra la maternità mariana e quella di Elisabetta (Lc 1,13). Nel parlare di quest’ultima il suo partorire viene denotato mediante un verbo diverso rispetto a quello che abbiamo visto adoperato per la Vergine. La funzione strumentale di costei nel mettere al mondo Gesù Cristo (un soggetto non umano, divino, di diversa sostanza) è stata sottolineata dal confronto con la parallela gestazione (sempre miracolosa, però producente un essere umano sebbene “pieno di πνεῦμα ἅγιον”) di Elisabetta. Lei «γεννήσει υἱόν», non «τέξῃ υἱόν». Eppure l’azione appare la stessa: il partorire. Il redattore usando il verbo γεννάω ha inteso denotare una procreazione secondo il proprio genere (“generare”, appunto): umano da umano. Nella circostanza mariana la discriminazione ontologica risulta così squalificante per la Madonna che il contenuto divino da introdurre nel mondo fa sì che le venga associato un verbo generico privo di spessore spirituale (il suo si mostra un comune animale fisiologico partorire). Quando la Madonna in Lc 1,38 si proclama «δούλη κυρίου» non fa altro che chiudere il cerchio antropologico femminile: gli uomini comandano, le donne obbediscono. Δούλη rappresenta il femminile del sostantivo maschile δοũλος: “nato schiavo” puntualizza il “Liddell/Scott” (a differenza di ἀνδράποδον, “fatto schiavo”). Peggio di così non si poteva fare. Il termine δούλη ci sta a indicare che Maria non dispone di unoriginaria libertà personale in quanto donna, né nell’universo greco-romano né in quello giudaicocristiano. Il compito femminile in detti contesti si mostra quello di adeguarsi all’autorità maschile, e così accade nell’Annunciazione lucana, dove la Vergine non protesta di fronte al progetto a suo carico. Non poteva essere diversamente stanti i connotati ideologici che hanno generato il testo in esame. A me, che ho parlato di sadismo presente nella Bibbia e nel Cristianesimo5, nell’Annunciazione alla Madonna sembra di vedere quell'orizzonte sadico già indicato. Dal mio punto di vista sussistono elementi alla volta di un rilevamento di una scena sadista. Un oscuro messaggero avvisa con toni inquietanti, e compiaciuti (ecco il tocco sadista), una prossima forma di violenza sessuale (l’azione ex abrupto dello Spirito Santo prospettata non possiede giustificazione valida o scusante). D’altro canto alle figure degli abusatori (maschili: Gabriele e Dio, responsabili rispettivamente di violenza psicologica e di violenza sessuale) si contrappone una conciliante masochista vittima (così quella costruzione narrativa qualifica Maria al cospetto di un ponderato scientifico maturo sguardo analitico). Il difetto centrale della costruzione lucana risulta quello di non concedere facoltà di scelta alla Madonna. Quel gravissimo deficit socioculturale di allora è rimasto dentro quel testo, specchio di una cultura ormai non più in vita. Questo però non ci impedisce di condurre una corretta ermeneutica testuale grazie all’applicazione sopra la lettura delle categorie mentali le quali accompagnarono quella redazione. Costituisce distorsione a scapito dell’obiettiva comprensione l’interpretazione teologica adeguantesi ai propri tempi: l’utile propagandistico non rientra nella metodologia scientifica. Sulla base del panorama sociale ebraico, nel I secolo d.C., una ragazza come la Maria dell’Annunciazione si stima avrebbe potuto avere intorno ai 13 anni. A voler essere precisi, se trasportassimo questa vicenda in un teatro giuridico contemporaneo italiano ci troveremmo di fronte un caso penale a cavallo fra pedofilia e ninfofilia. Non mancherebbero osservatori desiderosi di ricollocare e di riconsiderare la faccenda storicamente nella propria sede di provenienza. A costoro si potrebbe suggerire, in aggiunta, di rileggere tutto questo brano con i parametri socioculturali, linguistici e concettuali dell’epoca cui potrebbero appellarsi, mettendo mano a 360° a quella realtà attraverso l’approfondimento globale del greco antico, della filosofia antica, della storia antica. Ho spiegato sopra che la madre di Gesù Cristo fosse nella mentalità greca una fanciulla paragonabile a una Carite dacché per il Greco comune di allora non era concepibile il divino nella sua dimensione più elevata privo di una connotazione estetica adeguata. La madre del Figlio di Dio non poteva apparire perciò brutta, doveva necessariamente essere dotata di quella χάρις strutturantesi nelle facciate kalokagatiche. In virtù di ciò, essendomi trasferito nel piano dell’analisi junghiana, posso postulare, senza andare fuori del seminato, una uguaglianza simbolica rivolta all’osservatore greco (o grecizzante) in base alla quale Maria risulta l’equivalente di una distopica Afrodite uranica. E mi riferisco direttamente al discorso di Erissimaco presente nel “Simposio” platonico. Da un punto di vista archetipico (in senso lato: cioè modello elaborato da un sistema culturale) simile riformulazione dell’immagine popolare e non filosofica della dea Afrodite descritta nel testo di Platone recupera moltissimo degli aspetti positivi posti nelle Grazie. Nel contesto lucano che ho preso in esame simile lettura simbolica junghiana si trasferisce, come anticipato, sopra un piano distopico, il quale ha declassato il femminile a un livello di serie B. Ciò non accade in Platone. Infatti la sua Diotima, la quale incontra Socrate, non riceve una spiegazione da lui, bensì accade il contrario: è Socrate a retrocedere in serie B6. Quindi risulta legittima la mia collocazione della Madonna in un’area di distopia, a dispetto dei suoi requisiti kalokagatici, i quali non sono riusciti a salvarla elevandola al rango di una Diotima, la “donna libera” (idea aberrante per molti nell’Antichità, e pure in seguito). Maria è bella e buona, ma rimane δούλη. Rappresenta cioè nella teologia cristiana delle origini il modello da offrire a tutte le donne: il che, appunto, definisco distopico. Le virtù mariane espresse nell’Annunciazione lucana sono ubbidienza e servitù, Diotima nel “Convito” illumina Socrate. Le differenze sono colossali. Il mio ragionamento su Maria afrodisia distopica uranica non si ferma a lei dal momento che Erissimaco ci ha anche parlato dell’Afrodite volgare, denotante gli aspetti meno spiritualizzati della libido sessuale. Nel nuovo Testamento qual è quest’altra figura che potrebbe essere associata all’aspetto appena delineato? Si rivela la “Maddalena/peccatrice”. In lei vengono stigmatizzati gli aspetti deteriori biasimati da Erissimaco. Riscopriamo, allora, grazie all’introspezione psicanalitica una presenza filosofica di impronta platonica con, nella circostanza evangelica, l’utopica negativa dicotomia “Afrodite uranica / Afrodite volgare”. Per onestà intellettuale, voglio ricordare altri due studiosi che, come me, hanno proposto analisi alternative alla teologia ufficiale inerente all’evangelica Annunciazione in Luca. Si tratta degli ottimi Laura Fezia e Mauro Biglino, rispettivamente nelle loro opere “L’inganno della croce” (2017) e “Antico e Nuovo Testamento libri senza Dio” (2016). Ciascun lettore potrà ricercare in modo autonomo differenze e analogie fra le tre posizioni (tenendo conto che questo mio scritto fa parte di un mio saggio indicato al principio nelle note: bene leggerlo perché là compare tutto il resto del mio discorso).
 
 
 
L’Annunciazione alla Vergine in opere di Dante Gabriel Rossetti e di Antonello da Messina delle quali ho parlato, assieme ad altre due di diversi autori, nella mia monografia integrale.



 
NOTE
 
Questo testo (di trentamila battute) è un estratto della mia pubblicazione saggistica intitolata Ecce Ancilla Domini (di quasi ottantamila), invito a leggere il testo integrale al fine di approfondire.

 
1 Vedansi in mie pubblicazioni: in Note di studio (2016) la parte intitolata Iside e Osiride, Cristo e la Madonna; in Novità e ripresentazione (2025) l’altra parte Teologia transumanistica e transgenderista.
 
2 Per approfondimenti segnalo miei lavori dentro mie opere: in Novità e ripresentazione (2025) il segmento recante il titolo Il “De providentia” di Seneca e il Cristianesimo; in Prospettive rinnovate (2023) l’altro Dall’inno stoico a Zeus di Cleante alla fondazione del Cristianesimo; in Partita a scacchi (2022) infine Gesù stoico e dionisiaco.
 
3 Indico un paio di esempi provenienti da miei saggi: in Considerazioni letterarie (2014) la sezione Antropogonia e androginia nel Simposio e nella Genesi; in Radici occidentali (2021) la seconda Sul biblico “Cantico dei cantici” e su Gn 1,1.
 
4 Ho affrontato l’argomento dell’estetica sacra, anche mariana, nella mia monografia Sindrome dell’arte medievale (2024), e nella mia pubblicazione Note di studio (2016) dove ho parlato de La Madonna del latte in trono col Bambino di Jean Fouquet (nella parte intitolata La Madonna “pneumatica” e Lenina Crowne).
 
5 Circa questo aspetto, che ho toccato varie volte, invito a leggere la mia monografia De Sade et quid “Squid game” docet (2025) all’interno della quale il corredo delle note fornisce indicazioni di approfondimento (ad hoc là si vedano in particolare le note 6 e 11).
 
6 Sul caso di Diotima un mio più ampio esame del dialogo platonico che la vede tra i protagonisti: Eros e la libido junghiana nel “Simposio”, nella mia pubblicazione Note di critica (2017).

“ECCE ANCILLA DOMINI” / saggio in PDF di Danilo Caruso

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