di DANILO CARUSO
Questo testo è un estratto di una mia monografia indicata in calce (possibili la lettura online e il download del PDF). In un altro mio precedente lavoro ho affrontato l’argomento delle relazioni intercorrenti tra le figure di Dioniso e di Gesù Cristo a proposito della elaborazione evangelica del profilo letterario di quest’ultimo1. In quell’analisi, la quale dedicai agli aspetti stoici e dionisiaci nella rappresentazione del Messia, l’obiettivo era quello di dimostrare, attraverso la rilevazione di analogie concettuali, che il personaggio di Gesù sommava su di sé elementi culturali provenienti dalla sua epoca e dal suo contesto genetico. In parole povere, si trattava di spiegare in quella sintesi come mattoni ideologici presi da altrove avessero contribuito alla costruzione narrativa, che dietro la sua facciata statica aveva messo assieme varie tessere allo scopo di creare l’immagine di una persona la quale in virtù di simili suoi molteplici subliminali richiami potesse attirare le simpatie dei più alla nuova religio. Non solamente dallo Stoicismo e dalla devozione religiosa in Dioniso sono provenuti spunti di definizione della figura e delle vicende nei Vangeli legate al Messia cristiano. Anche dalla mitologia egizia deriva un’importante e radicale componente di pensiero. Mi riferisco a tutto quell’insieme che va dall’Atonismo all’Ebraismo, il quale, a sua volta nella sua propria relazione genetica, ha comportato all’interno del Cristianesimo il mantenimento dell’orizzonte di una teologia solare (si veda in particolar modo i temi connessi ad Aton e a Osiride, che già ho avuto modo di trattare in passato2). Non rintracceremo le analogie genetiche strutturali se rimarremo a guardare l’esterno. Dobbiamo calarci al livello sottostante la superficie narrativa (mitologica o reale, a seconda dei casi), e individuare la radice di pensiero. Queste noi dobbiamo analizzare, a prescindere dalla loro figurazione. Che la religio cristiana non si mostri apertamente una colossale sintesi di differenti segmenti concettuali, non significa che non lo sia (mentre in effetti lo è) giacché pochissimi ne hanno una consapevolezza analitica. A proposito del culto dionisio è il caso di ricordare il menadismo, la cui manifestazione coinvolgeva donne e luoghi extracittadini. Questi ultimi erano selezionati proprio a testimoniare il carattere di “confine” dell’esperienza dionisiaca, in questo caso tipicamente femminile. Lo spostarsi fuori della Città conferiva all’esperienza una maggiore emancipazione a contatto con la Natura diretta. La “mania (follia)” dionisia, la quale ritroveremo nel Cristianesimo, nel caso menadico godeva di una particolare libertà in aree periferiche, comunque rimanendo sotto l’egida di un “tiaso”. Non vediamo nella nuova religio un ripetersi di precedenti schemi esteriori, tuttavia nel suo fondo possiamo rilevare diversi elementi di tangenza concettuale (a volte tradotti in pratiche di non difficilissima lettura alla volta della riscoperta della matrice ideologica). A dispetto delle differenze di facciata, con la gamma menadica che va da danze convulse allo sparagmòs (lo squartamento manuale di una vittima sacrificale, animale, o persino umana nella fiction, con omofagia), possiamo rilevare nell’Antico Testamento dei casi in cui un soggetto viene investito dalla forza spirituale irruenta divina la quale entrando in lui lo trasforma e lo eleva a uno status di alterazione rispetto alla normalità dove la sua nuova condizione lo rende un attore d’eccezione di quel potere trasmesso da Dio. Il principio di quest’ondata energetica irrazionale trasformativa costituiva nell’antichità un patrimonio comune dell’area mediterranea orientale. Vedansi pratiche cultuali affini rivolte alla dea madre Cibele (congiunta al mortale Attis) e al Dio lunare Sabazio (mal visto dai Romani a causa della di lui loro associazione coll’Ebraismo). Il criterio esaminato dell’estasi religiosa è quello che possiamo riscoprire all’interno del Cristianesimo: in particolar modo a partire dalla figura dell’evangelico Gesù e finendo col celebre concetto della paolina “follia per Cristo”. Intanto esaminiamo i fenomeni veterotestamentari di invasamento dionisiaco. Con tale aggettivo intendo riferirmi qua a quello schema generale antico appena indicato, di cui questa figura divina greca funge da simbolo e da indicatore semantico. Non sto dicendo che il Dionisismo greco era il bacino di attingimento di altri, sto solo usando un aggettivo come qualificatore globale: vi era un sostrato puntualizzatosi in varie forme che la nuova religio ha potuto sfruttare a proprio vantaggio nel predicare l’irrazionalistico Cristianesimo che mediante la “mania per Cristo” chiamava a raccolta tutta la platea dei soggetti simpatizzanti di pratiche caratterizzate dall’esperienza trasformativa psichica personale (lo stadio estatico raggiunto in precedenza, nella teologia cristiana è stato inquadrato quale discesa e ingresso dello Spirito Santo nella persona). L’analisi concettuale ci dimostra così peraltro una cristiana pochezza di originalità intensiva, e più che altro una presunta mirata scelta estensiva volta all’obiettivo del successo nel proselitismo. Osserviamo i casi “dionisiaci” del Vecchio Testamento. In Gdc 14,6 Sansone viene investito dalla ruach (respiro, alito, fonazione) di Yahweh («πνεῦμα κυρίου», diranno i Settanta), e l’invasato compie uno sparagmòs a danno di un leone che si dirigeva verso di lui. La cosa si ripete in 14,19 con la differenza che stavolta le vittime sono trenta uomini uccisi allo scopo di prendergli l’abbigliamento da consegnare ai vincitori di una scommessa persa da Sansone (sic!). In 15,14-15 la falsariga rimane identica con l’eccezione che le corde che legavano le braccia di Sansone, dopo il suo assorbimento di ruach-πνεῦμα, furono consumate dal fuoco disgregandosi nella fragilità raggiunta (stavolta vengono uccisi mille uomini): «consumarono per mezzo della fiamma [baaru (qal perfetto, terza persona plurale) ba-esh (preposizione prefissa strumentale + sostantivo)]». Tale episodio si rivela molto illuminante circa la natura del veicolo del potere trasmesso da Dio. Noi dobbiamo pensare ruach-πνεῦμα come il presocratico fuoco-logos eracliteo: da esso, attraverso lo stoicismo fondato dal semita Zenone di Cizio, giungerà al Cristianesimo l’idea di uno πνεῦμα ἅγιον manifestantesi in forma ignea. L’ultimo brano relativo alla mitologia di Sansone (16,17) ci restituisce una ulteriore verità concettuale. Egli in quanto consacrato a Yahweh non può tagliarsi i capelli, è obbligato a lasciarli crescere: viene definito “nazireo”. I capelli costituiscono il punto di contatto sulla persona umana della sopraggiunta potenza divina. Sono una sorta di antenna la quale capta quel segnale: simile dinamica possiamo dedurre dal caso di Sansone. Costui senza capelli-antenna non riesce più a ricevere la trasmissione. Infatti dopo la sua rasatura lui riesce a compiere l’ultima strage quando gli sono ricresciuti i capelli e in seguito a un’invocazione al Dio veterotestamentario (16,22.28): tremila i morti nel suo atto suicida. V’è poi il caso di Gedeone (Gdc 6,34) in cui ruach-πνεῦμα dà una “carica” a questo comandante militare. Un’altra dimensione trasformativa proveniente da ruach-πνεῦμα si mostra quella posseduta dai vari profeti biblici, da quelli dell’Antico Testamento, nel cui ambito sto indagando, a quelli del Nuovo Testamento. In 1 Sam 10,6 il profeta che dà il titolo al libro informa il nuovo consacrato re Saul che: «Piomberà [ve-zalehah; vav consecutiva + qal perfetto, terza persona femminile singolare] su di te [aley-ka] lo spirito [ruach] di Yahweh e sarai profeta [ve-hitnabbiyta; vav consecutiva + hithpael perfetto, seconda persona maschile singolare] [...] e sarai volto [ve-nehpakta; vav consecutiva + niphal perfetto, seconda persona maschile singolare] in un uomo [le-iysh; preposizione+sostantivo, moto a luogo figurato] diverso [acher]». Il successivo versetto 10 ribadisce e conferma l’accadimento anticipato nel suo svolgimento. Passando al Nuovo Testamento, in 1 Cor 12, 1-11 Paolo di Tarso espone una catalogazione dei “doni (cose) spirituali” (πνευματικά), puntualizzando che «ἐν πνεύματι θεοῦ», «ἐν πνεύματι ἁγίῳ», nessuno potrebbe rinnegare il Messia cristiano, ma che anzi questa condizione di invasamento sia l’unico fattore che porti uno a proclamarlo «Κύριος». Elenca una serie di carismi destinati a vari campi: il bene comune, la sapienza (σοφία), la conoscenza (γνῶσις), la fede, la taumaturgia (guarigioni e miracoli), la profezia, il discernimento degli spiriti, la varietà delle lingue. Una simile operazione non risulta però originale. I Greci antichi pagani chiamavano “entusiasmo” la possessione divina. Platone, prima di questa redazione paolina, aveva affrontato il problema della “mania (follia, furore)” spiegandolo come una conseguenza di un invasamento da parte della divinità la quale porta il posseduto al di fuori del controllo razionale. Nel “Fedro” il filosofo ateniese aveva classificato la “pazzia divina” in quattro categorie: 1) quella dei profeti (facente capo ad Apollo), 2) quella legata a riti misterici (telestica, connessa a Dioniso), 3) quella dei poeti (patrocinata dalle muse), 4) quella connessa alla tensione amorosa promossa da Eros/Afrodite. Nelle antiche pratiche cultuali del quadro della mania telestica, grazie alla quale i partecipanti si spingevano in direzione di un livello di coscienza sospesa contemplante una mistica congiunzione con la divinità, ricopriva un compito significativo lo spazio dedicato al katharmós (purificazione, rito purificatorio). Si riteneva da parte dei celebranti che esso emendasse da macchie spirituale personali accumulate a detrimento di una buona relazione con la data divinità, di fronte alla quale, allo scopo di rimediare, necessitava compiere un atto non giudicato simbolico ma puntualmente efficace a livello ontologico: quindi era possibile compiere un lavacro ad hoc (per esempio l’abluzione di un iniziato) oppure esperire un particolare “contatto fisico” quale rimedio (valeva l’idea di un “trasferimento” di qualcosa di emendante). Simile patrimonio di idee compare non soltanto nelle azioni purificatrici dei culti dionisi e coribantici. La convinzione del bisogno di una purificazione da una macchia, da una colpa, era abbastanza diffusa nell’Antichità. L’Orfismo e il Giudaismo, ciascuno a proprio modo, la riflettono. Gli orfici consideravano centrale il momento del purificarsi individuale e gli Ebrei antichi prevedevano diverse norme connesse all’idea di purificazione personale. Il Cristianesimo poi introdurrà il sacramento battesimale con lo scopo di emendare dal peccato originale edenico in virtù del sacrificio espiatorio compiutosi nella morte, e nella resurrezione, di Gesù/Dioniso. Il katharmós è poliedrico nella sua epifania statica. Suoi elementi sono rilevabili in alcuni miracoli del Messia evangelico, eventi narrativi nei quali si rivela saliente quel dettaglio sopra evidenziato del “trasferimento” mediante “contatto fisico”. Nelle guarigioni della suocera di Pietro, dell’emorroissa, del nato cieco, possiamo notare che l’aspetto del toccare la persona di Gesù sia qualcosa di fondamentale nell’attuazione del risanamento. Più in particolare dall’episodio in Gv 9,1-7 possiamo cogliere l’idea che considerava la malattia come una conseguenza derivante da un difetto morale del soggetto colpito nei confronti di Dio e il retaggio di una esplicita forma rituale di purificazione ontologica risanante il problema. Questo katharmós qua si mostra molto evidente. Un impasto di saliva e terra per ottenere una sostanza fangosa da imporre sugli occhi, il cui risanamento richiede quindi il lavaggio di quella zona facciale dell’affetto presso una piscina, costituisce elemento narrativo assieme a tutto il resto descritto di un chiaro rito. Nell’episodio inerente all’emorroissa, la quale va alla ricerca della propria guarigione mediante un “contatto fisico” con la persona di Gesù, sentiamo costui affermare che a di lui insaputa il tocco ha causato in virtù di πίστις (fiducia, fede; Lc 8,48) l’effetto auspicato (Lc 8,46): «Ho avvertito una δύναμις [potenza, potere] uscita da me». Tale δύναμις rappresenta l’azione trasformatrice dionisia dello πνεῦμα ἅγιον (ruach-πνεῦμα). Ma la cosa che risulta qui più clamorosa proviene dal vedere la figura del Messia ridotta a una funzione impersonale. Non è stato lui coscientemente una causa, causa remota è stata l’abbandonarsi in toto alla convinzione che l’effetto sarebbe stato ottenuto a quella condizione e con quella persona (divina dionisiaca), causa prossima è stata il contatto con trasferimento di δύναμις. Uno schema teologico più vicino alla teologia pelagiana che non a quello della Grazia agostiniana: raggiungere i benefici della divinità appare più una questione di impegno personale che non una consapevole concessione da parte divina. La teologia paolina corregge il tiro, mettendo l’accento sulle condizioni di salvazione. In 1 Cor 6,8-11 Paolo di Tarso puntualizza che coloro i quali agiscono male, i fornicatori, gli adoratori di idoli, gli adulteri, i molli arrendevoli, gli omosessuali maschi, i ladri, gli avidi, gli ubriachi, i calunniatori, i predatori troveranno le celesti porte chiuse se in linea preliminare non 1) “si saranno lavati via la sporcizia (ἀπολούω), ossia la macchia spirituale” alla volta dello 2) “essere dedicati, consacrati (iniziati è il termine più preciso) “essendo stati considerati giusti, approvati quali giusti (cioè a norma richiesta; δικαιόω)” 3) «ἐν τῷ ὀνόματι [nella circonferenza operativa] τοῦ κυρίου Ἰησοῦ Χριστοῦ καὶ ἐν τῷ πνεύματι [nella sfera di azione del dionisio spirito] τοῦ θεοῦ ἡμῶν». Al di là del criterio di selezione nelle parole paoline esaminate possiamo rilevare la 1) forma del katharmós (lavacro) nell’ottica di 2) un quadro iniziatico (dionisiaco), il quale trasporta l’adepto cristiano 3) dentro il circolo in cui opera la divinità con cui si viene in contatto e di cui si esperiscono le trasmissioni e le tangenze estatiche (le quali possono portare i carismi dello πνεῦμα θεοῦ, πνεῦμα ἅγιον). Siamo in un contesto, come è possibile osservare, formalmente parallelo ad altre tipologie rituali iniziatiche di stampo dionisio: il fondo concettuale ci restituisce la radice teologica. Paolo di Tarso in Eb 1,3 sottolinea che il Messia cristiano ha operato un καθαρισμòς τῶν ἁμαρτιῶν, vale a dire un καθαρμός (di cui il precedente somigliante termine rappresenta tarda evoluzione), una (cosmica) liberazione dai peccati (mancanze, colpe). Simile atto divino ha autorizzato e avvalorato nel nuovo orizzonte costruttivo della teologia del Cristianesimo l’istituzione sacramentale di un rito iniziatico, quello battesimale, emendante di quelle macchie che si palesavano quali enormi ostacoli nel conseguimento di un superiore gradino della condizione dell’anima individuale. Nella mia monografia “Ecce Ancilla Domini”3 allorché ho trattato di “Maddalena/peccatrice” mi sono in modo conveniente limitato a parlare con gli spunti offerti, e di quei segmenti evangelici di cui si vedrà immediatamente non ho dato alla fine una completezza di visione. Confermo, naturalmente, tutto quello che ho detto poggiandomi su basi filosofiche e psicanalitiche. Quella ermeneutica tuttavia, quantunque veritiera, almeno per me, qua riceverà un arricchimento di analisi. La dimensione distopica che là ho evidenziato non possiede soltanto ascendenze in direzione della filosofia e della psicanalisi. Possiede altresì una terza via di ascendenza collegata alla materia dionisiaca di cui sto ragionando. Vedremo perciò in Gesù, attraverso questa parte evocata del Vangelo lucano, di nuovo una rielaborazione e una riproposizione di un Dioniso filtrato dall’utopia negativa cristiana delle origini. La novità di adesso risiede nel chiarire la anzidetta terza stratificazione concettuale: quella dionisiaca. Nell’episodio di questa peccatrice noi possiamo vedere come, in virtù di quei miei riferimenti filosofici e psicanalitici, i quali ho già evidenziato nel merito alla volta della distopia cristiana, sia degenerato lo schema rituale dionisio connesso alla figura religiosa della menade/baccante. In generale sotto questo terzo riguardo si nota subito rilevante l’intensità di partecipazione e di trasporto nell’atto della lavanda dei piedi del Messia con coinvolgimento dei capelli dell’autrice (hairjob). Abbiamo già riscontrato una tale disposizione d’animo nel caso dell’emorroissa, la quale disposizione però costituisce qualcosa di comune nei partecipanti a riti di connotazione dionisiaca, dove ci si abbandona come tuffandosi nel divino. Il brano evangelico lucano è molto più eloquente della sua pallida clonazione nel Vangelo di Giovanni con protagonista Maria di Betania. Nella circostanza di costei non si tratta di una peccatrice, pertanto quasi tutte le sfumature lucane sono impossibili. Le lacrime non ci sono (rimane un olio), ma resta il nevralgico uso dei capelli femminili in funzione di tovaglia da bagno per i piedi di Gesù. Questo hairjob costituisce il dettaglio fondamentale in comune fra i due casi che mirano a quella reductio ad rem della donna esposta nel mio testé citato lavoro monografico. Le donne che lavano i piedi del Messia evangelico rappresentano delle distopiche menadi/baccanti presentate in scene di distorte prassi rituali nelle quali anzitutto è stato soppresso il dinamismo corporeo. Però, quale contraccolpo la sessuofobia e la misoginia cristiane hanno ottenuto di caricare tali valori libidico-sessuali repressi deviandoli sull’azione rituale. Cosicché un intorbidamento utopico negativo va a connotare la scena, la quale smarrisce il suo significato originale nel Dionisismo per venirsi a configurare appunto quale una materia privilegiata per la psicanalisi. Il Dioniso pagano risulta connotato dal fatto di avere attorno a sé una significativa presenza femminile sia nel racconto mitologico sia nella concreta realtà cultuale. Le danze delle menadi accompagnate dal raggiungimento di uno stato di estasi e le loro grida («euoi/eua!!!») di entusiasmo in mezzo alla Natura extraurbana rappresentano al nostro sguardo le forme di manifestazione di un archetipo femminile privo di una connotazione ascetica ed erotizzante. Nonostante questo schema le ordinarie barriere inibitorie sessuali venivano comunque meno lasciando largo all’imprevedibile. Il dionisio obiettivo orgiastico di queste donne marcia nella direzione che porta per loro fuori dello spazio dell’ordine costituito verso l’archetipo della Grande Madre. Il principale carico libidico-sessuale viene concentrato nelle figure mitologiche dei satiri; alle baccanti interessa superare la sovrastruttura politica ma per poter conseguire una liberazione della loro libido (libido la quale si mostra di grado junghiano). Ecco dunque l’archetipo femminile della menade operante sopra un piano naturale liberante a 360°. Si può concludere che il complesso coscienziale dell’Io della baccante raggiunga grazie alla sua raggiunta esperienza estatica un contatto con l’Inconscio collettivo. L’impersonalità di questo non fa di esso un campo razionale autonomo. Il suo magmatico e sui generis essere alogico gli permette di essere accostato alla figura del mitologico Dioniso: un principio archetipico simbolico indicante il potere di trascendere e trasformare la sfera coscienziale personale. Negli episodi evangelici ricordati con casistica di hairjob possiamo vedere dietro l’azione, dietro le attrici e l’attore unico, un campo libidico umano individuale che è stato deviato da cattive suggestioni (Ombra junghiana) nel Cristianesimo, a differenza delle modalità pagane le quali consentivano una forma libera e genuina di soddisfacimento rituale o di catarsi nella fruizione della “tragedia greca”. L’uso dei capelli femminili nello hairjob descritto si riallaccia al contesto menadico, dove la capigliatura delle baccanti viene generalmente lasciata sciolta in modo da spostarsi con libertà nell’aria nel corso del rito (questa un’imago di forte impatto simboleggiante un atto di sovversione nei confronti di un sistema sociale greco antico che pretendeva i capelli in ordine allo scopo di riflettere il sollecitato rispetto delle proprie leggi). Analoga cosa succede negli eventi evangelici rammentati, in cui la pagana dinamica è stata sostituita da movimenti più decelerati, repressi, raffreddati, a vantaggio di un’immagine utopica negativa esprimente anche contestazione del sistema politico romano. Ma, appunto, ciò non esaurisce l’approfondimento del dettaglio giacché questo è il momento di rievocare pure la questione della capigliatura di Sansone, di cui avevo chiarito la maniera in cui essa risultasse essere antenna ricevente di ruach-πνεῦμα. Gli aspetti sottolineati si fondono in quegli hairjob evangelici in esame. Dal contatto dei capelli con i piedi del Messia avviene la trasmissione “trasformatrice” dello πνεῦμα θεοῦ, πνεῦμα ἅγιον. Quelle scene, soprattutto la prima in cui si svolge un rito di emendamento/purificazione, mostrano una simile dimensione dionisiaca nella quale il “contatto fisico” rappresenta una precisa fase del rituale. Chi ha voluto vedere nello hairjob un rito di richiamo matrimoniale, a mio modestissimo avviso, si è fatto ingannare dalla dimensione erotica distopica portata dal Cristianesimo in quei particolari eventi narrati, dove il retroscena a me appare diverso: v’è del torbido sessuale misogino, però si rivela una incrostazione deviante e patologica cristiana apposta sopra una base dionisia, alla fine distorta nell’esito. Le comuni baccanti del Paganesimo nelle loro esperienze estatiche della mania dionisiaca esperivano l’accesso a uno stato coscienziale alterato il quale si rendeva strumento di una epifania divina; il che io ho interpretato sulla strada di una dinamica junghiana. Una tale esperienza assumeva un valore temporaneo, nel senso che l’eccezione di quei momenti, in deroga alla convenzionale norma comunitaria costituita, non si trasformava in nuova norma da sostituire al già regolato precedente spazio pubblico. Una simile ambizione, quella di sovvertire la società dalle sue radici, appartenne al Cristianesimo delle origini, attuatore, poi con successo, di una dionisia distopia all’interno della quale ciò che nel Dionisismo accadeva pro tempore e in funzione benefica sociale si è impiantato quale insieme di nuovi principi regolatori, ovviamente elaborati alla luce della, per me, nevrosi cristiana. Dopo aver prodotto la farina delle mie idee in questo mulino, mi è d’uopo il portare particolare farina altrui al mio forno in modo tale da rafforzare la mia costruzione espositiva. Ricorderò perciò Dennis Ronald MacDonald, artefice di pregevoli varie pubblicazioni tra cui una, dall’eloquente titolo, che prenderò qui quale riferimento principale: “The Dionysian Gospel / The Fourth Gospel and Euripides” (testo uscito nel 2017). Entrato in questo nuovo merito di attinenza voglio innanzitutto sottolineare che, a dispetto del titolo di questo libro, sebbene io e MacDonald condividiamo la materia e l’idea di fondo (l’analogia tra il Messia cristiano e Dioniso) i nostri percorsi analitici sono di differente indirizzo. Lui si è concentrato sopra le analogie letterarie concettuali statiche tra narrazione neotestamentaria e letteratura classica greca antica. Io, invece, ho intrapreso da tempo un percorso analitico riguardante l’intero corpus biblico e la successiva speculazione teologica cristiana il quale ha mirato, e mira, a indagare le analogie concettuali dinamiche intercorrenti fra teologia biblica, giudaica e cristiana, da un lato, e pensiero filosofico e teologico del mondo antico pagano (dalla Grecia al resto di quel bacino del Mediterraneo orientale), dall’altro. Con ciò non voglio dire che nessuno di noi due non abbia utilizzato anche l’altro modo di investigazione: ho solo indicato l’attitudine caratteristica di ciascuno. Ad esempio, una delle cose in comune è l’idea che il personaggio evangelico di Gesù abbia una natura in sé prettamente letteraria. Per MacDonald esisterebbe un Gesù storico prototipico, non cristiano, bensì un ancora ebraico maestro, il quale si sarebbe distinto per la sua operazione di umanizzazione della Legge giudaica; costui, la cui figura originaria sarebbe prossima al “documento Q”, non si rivelerebbe in fondo colui che il Cristianesimo ha ritenuto sacrificato a beneficio della rimozione dei peccati umani. La mia modestissima impressione è che il Gesù storico sia stato un estremista ebreo politico-religioso, le cui vicende siano state rielaborate nell’officina letteraria giudeo-alessandrina. MacDonald dal canto suo ritiene che il Messia evangelico sia il risultato di un adeguamento, distorcente l’obiettività di base, alla mitologia e alla letteratura pagane e, in particolare, che il Vangelo di Giovanni abbia avuto una prima originaria redazione la cui architettura narrativa rifletta passaggi formali d’azione statica provenienti dalla tragedia euripidea “Le baccanti”. Nella sua linea ermeneutica si è riagganciato a una lunga tradizione iniziata all’alba del ’900 (la quale ha approfondito la scoperta di partenza di una vicinanza letteraria tra i neotestamentari Atti e suddetta opera tragica di Euripide) e alla linea di studio che ha messo in luce una stratificazione scritturale differenziata nell’arco temporale inerente al Vangelo di Giovanni (di cui appunto questo studioso mette in evidenza la prima qualificata come “dionisiaca”). MacDonald, nella fattispecie giovannea, ritiene come me, in generale, la figura del Messia un alter ego dionisio. Lui dice chiaro e tondo che le donne prossime a Gesù richiamano il modello della menade, e indica gli exempla della Samaritana al pozzo e di Lc 8,1-3. Ma non dice niente a proposito degli hairjob femminili in sé (in quanto tali), né tantomeno produce spiegazioni simili alle mie. A proposito di lavanda di piedi, egli, in altra sua opera (“Mythologizing Jesus / From Jewish Teacher to Epic Hero”, del 2015), mette in correlazione quella di Euriclea a Ulisse nel libro XIX dell’“Odissea” all’episodio evangelico di Mc 14,3-9 (op. cit., pagg. 92-96), dove non v’è lavanda di piedi: l’accento cade invece sulla simbologia dell’“unzione regale” (Euriclea in un secondo momento cospargerà con olio Ulisse) e sull’etimologia del nome della nutrice collegata a Mc 14,9. Ecco come l’analisi di aspetti statici si differenzia da quella di aspetti dinamici: dette analisi non entrano in contrasto però, sono complementari. Io e MacDonald affermiamo cose che vanno a braccetto, unitae in diversitate. Di nuovo lui, al pari di me, ricollega la cristica neotestamentaria istituzione del sacramento eucaristico a dionisie forme. Come si può notare non mi mostro isolato in mie particolari affermazioni. Dopo MacDonald, dulcis in fondo, mi occuperò delle “Baccanti” di Euripide, opera del grande drammaturgo antico. Nel testo l’autore greco dice che le menadi in azione hanno mostrato del fuoco sui propri capelli senza che ne venissero consumati. La cosa ci richiama in mente 1) l’ignea neotestamentaria discesa dello Spirito Santo, 2) il caso di Sansone da me analizzato, 3) l’importanza dei capelli negli hairjob femminili evangelici esaminati. Un nuovo finale punto a mio favore, anche in considerazione del fatto che nella tragedia Dioniso in incognito ricevuta la minaccia di Penteo di fargli tagliare i capelli replica al re di Tebe che la propria capigliatura assume una rilevanza sacrale nella sua crescita nell’ambito dionisiaco. Una ulteriore mia considerazione è relativa a una riflessione che avevo esposto in conclusione del mio lavoro del cui nella nota 1. Riporto l’estratto.
È il Messia evangelico a definire “cani
e porci” coloro che non si uniformano a lui. La parola κύων in greco antico
costituisce un termine fortemente spregiativo se riferito a persone, e in
particolar modo era destinato alle donne. Infatti, a mio avviso, il “τοῖς
κυσίν” al Vangelo di Matteo 7,6 è al femminile e non al maschile. Risulta molto
probabile per me che Gesù abbia usato un’espressione generale utilizzando i due
generi distinti: “alle cagne e ai porci” copre meglio l’estensione semantica di
riferimento con superiore qualità retorica. In verità anche “τῶν χοίρων” potrebbe
essere tecnicamente al femminile, però tutta l’idea così suonerebbe ferocemente
misogina, parlando di “cagne e troie”. Adotto la traduzione di mezzo: cagne e
porci.
NOTE
Questo testo (di trentamila battute) è un estratto della mia pubblicazione saggistica intitolata Gesù distopico Dioniso (di poco più di centomila), invito a leggere il testo integrale al fine di approfondire.
https://drive.google.com/file/d/1phxYSDbUC07D6FhkGBS1KcCM1Sg35tXJ/view
1 Gesù stoico e dionisiaco nella mia opera Partita a scacchi (2022).
https://danilocaruso.blogspot.com/2022/06/gesu-stoico-e-dionisiaco.html
2 Nei miei saggi Ermeneutica religiosa weiliana (2013) e Note di studio (2016), nel secondo la parte intitolata Iside e Osiride, Cristo e la Madonna.
https://drive.google.com/file/d/1zbhJWOkD92w2E6gz8zRx63lxS5TYpmwc/view
https://drive.google.com/file/d/1lOFBHpl9N-M31TKBtpiTW8-NLt-OK45b/view
3 Nel saggio integrale (Gesù distopico Dioniso) ho riportato l’estratto, nella pubblicazione di provenienza trovasi alle pagg. 16-18.
https://drive.google.com/file/d/14_enfURbW19KjX55ws8RVnmYVhNALiIA/view
Questo testo è un estratto di una mia monografia indicata in calce (possibili la lettura online e il download del PDF). In un altro mio precedente lavoro ho affrontato l’argomento delle relazioni intercorrenti tra le figure di Dioniso e di Gesù Cristo a proposito della elaborazione evangelica del profilo letterario di quest’ultimo1. In quell’analisi, la quale dedicai agli aspetti stoici e dionisiaci nella rappresentazione del Messia, l’obiettivo era quello di dimostrare, attraverso la rilevazione di analogie concettuali, che il personaggio di Gesù sommava su di sé elementi culturali provenienti dalla sua epoca e dal suo contesto genetico. In parole povere, si trattava di spiegare in quella sintesi come mattoni ideologici presi da altrove avessero contribuito alla costruzione narrativa, che dietro la sua facciata statica aveva messo assieme varie tessere allo scopo di creare l’immagine di una persona la quale in virtù di simili suoi molteplici subliminali richiami potesse attirare le simpatie dei più alla nuova religio. Non solamente dallo Stoicismo e dalla devozione religiosa in Dioniso sono provenuti spunti di definizione della figura e delle vicende nei Vangeli legate al Messia cristiano. Anche dalla mitologia egizia deriva un’importante e radicale componente di pensiero. Mi riferisco a tutto quell’insieme che va dall’Atonismo all’Ebraismo, il quale, a sua volta nella sua propria relazione genetica, ha comportato all’interno del Cristianesimo il mantenimento dell’orizzonte di una teologia solare (si veda in particolar modo i temi connessi ad Aton e a Osiride, che già ho avuto modo di trattare in passato2). Non rintracceremo le analogie genetiche strutturali se rimarremo a guardare l’esterno. Dobbiamo calarci al livello sottostante la superficie narrativa (mitologica o reale, a seconda dei casi), e individuare la radice di pensiero. Queste noi dobbiamo analizzare, a prescindere dalla loro figurazione. Che la religio cristiana non si mostri apertamente una colossale sintesi di differenti segmenti concettuali, non significa che non lo sia (mentre in effetti lo è) giacché pochissimi ne hanno una consapevolezza analitica. A proposito del culto dionisio è il caso di ricordare il menadismo, la cui manifestazione coinvolgeva donne e luoghi extracittadini. Questi ultimi erano selezionati proprio a testimoniare il carattere di “confine” dell’esperienza dionisiaca, in questo caso tipicamente femminile. Lo spostarsi fuori della Città conferiva all’esperienza una maggiore emancipazione a contatto con la Natura diretta. La “mania (follia)” dionisia, la quale ritroveremo nel Cristianesimo, nel caso menadico godeva di una particolare libertà in aree periferiche, comunque rimanendo sotto l’egida di un “tiaso”. Non vediamo nella nuova religio un ripetersi di precedenti schemi esteriori, tuttavia nel suo fondo possiamo rilevare diversi elementi di tangenza concettuale (a volte tradotti in pratiche di non difficilissima lettura alla volta della riscoperta della matrice ideologica). A dispetto delle differenze di facciata, con la gamma menadica che va da danze convulse allo sparagmòs (lo squartamento manuale di una vittima sacrificale, animale, o persino umana nella fiction, con omofagia), possiamo rilevare nell’Antico Testamento dei casi in cui un soggetto viene investito dalla forza spirituale irruenta divina la quale entrando in lui lo trasforma e lo eleva a uno status di alterazione rispetto alla normalità dove la sua nuova condizione lo rende un attore d’eccezione di quel potere trasmesso da Dio. Il principio di quest’ondata energetica irrazionale trasformativa costituiva nell’antichità un patrimonio comune dell’area mediterranea orientale. Vedansi pratiche cultuali affini rivolte alla dea madre Cibele (congiunta al mortale Attis) e al Dio lunare Sabazio (mal visto dai Romani a causa della di lui loro associazione coll’Ebraismo). Il criterio esaminato dell’estasi religiosa è quello che possiamo riscoprire all’interno del Cristianesimo: in particolar modo a partire dalla figura dell’evangelico Gesù e finendo col celebre concetto della paolina “follia per Cristo”. Intanto esaminiamo i fenomeni veterotestamentari di invasamento dionisiaco. Con tale aggettivo intendo riferirmi qua a quello schema generale antico appena indicato, di cui questa figura divina greca funge da simbolo e da indicatore semantico. Non sto dicendo che il Dionisismo greco era il bacino di attingimento di altri, sto solo usando un aggettivo come qualificatore globale: vi era un sostrato puntualizzatosi in varie forme che la nuova religio ha potuto sfruttare a proprio vantaggio nel predicare l’irrazionalistico Cristianesimo che mediante la “mania per Cristo” chiamava a raccolta tutta la platea dei soggetti simpatizzanti di pratiche caratterizzate dall’esperienza trasformativa psichica personale (lo stadio estatico raggiunto in precedenza, nella teologia cristiana è stato inquadrato quale discesa e ingresso dello Spirito Santo nella persona). L’analisi concettuale ci dimostra così peraltro una cristiana pochezza di originalità intensiva, e più che altro una presunta mirata scelta estensiva volta all’obiettivo del successo nel proselitismo. Osserviamo i casi “dionisiaci” del Vecchio Testamento. In Gdc 14,6 Sansone viene investito dalla ruach (respiro, alito, fonazione) di Yahweh («πνεῦμα κυρίου», diranno i Settanta), e l’invasato compie uno sparagmòs a danno di un leone che si dirigeva verso di lui. La cosa si ripete in 14,19 con la differenza che stavolta le vittime sono trenta uomini uccisi allo scopo di prendergli l’abbigliamento da consegnare ai vincitori di una scommessa persa da Sansone (sic!). In 15,14-15 la falsariga rimane identica con l’eccezione che le corde che legavano le braccia di Sansone, dopo il suo assorbimento di ruach-πνεῦμα, furono consumate dal fuoco disgregandosi nella fragilità raggiunta (stavolta vengono uccisi mille uomini): «consumarono per mezzo della fiamma [baaru (qal perfetto, terza persona plurale) ba-esh (preposizione prefissa strumentale + sostantivo)]». Tale episodio si rivela molto illuminante circa la natura del veicolo del potere trasmesso da Dio. Noi dobbiamo pensare ruach-πνεῦμα come il presocratico fuoco-logos eracliteo: da esso, attraverso lo stoicismo fondato dal semita Zenone di Cizio, giungerà al Cristianesimo l’idea di uno πνεῦμα ἅγιον manifestantesi in forma ignea. L’ultimo brano relativo alla mitologia di Sansone (16,17) ci restituisce una ulteriore verità concettuale. Egli in quanto consacrato a Yahweh non può tagliarsi i capelli, è obbligato a lasciarli crescere: viene definito “nazireo”. I capelli costituiscono il punto di contatto sulla persona umana della sopraggiunta potenza divina. Sono una sorta di antenna la quale capta quel segnale: simile dinamica possiamo dedurre dal caso di Sansone. Costui senza capelli-antenna non riesce più a ricevere la trasmissione. Infatti dopo la sua rasatura lui riesce a compiere l’ultima strage quando gli sono ricresciuti i capelli e in seguito a un’invocazione al Dio veterotestamentario (16,22.28): tremila i morti nel suo atto suicida. V’è poi il caso di Gedeone (Gdc 6,34) in cui ruach-πνεῦμα dà una “carica” a questo comandante militare. Un’altra dimensione trasformativa proveniente da ruach-πνεῦμα si mostra quella posseduta dai vari profeti biblici, da quelli dell’Antico Testamento, nel cui ambito sto indagando, a quelli del Nuovo Testamento. In 1 Sam 10,6 il profeta che dà il titolo al libro informa il nuovo consacrato re Saul che: «Piomberà [ve-zalehah; vav consecutiva + qal perfetto, terza persona femminile singolare] su di te [aley-ka] lo spirito [ruach] di Yahweh e sarai profeta [ve-hitnabbiyta; vav consecutiva + hithpael perfetto, seconda persona maschile singolare] [...] e sarai volto [ve-nehpakta; vav consecutiva + niphal perfetto, seconda persona maschile singolare] in un uomo [le-iysh; preposizione+sostantivo, moto a luogo figurato] diverso [acher]». Il successivo versetto 10 ribadisce e conferma l’accadimento anticipato nel suo svolgimento. Passando al Nuovo Testamento, in 1 Cor 12, 1-11 Paolo di Tarso espone una catalogazione dei “doni (cose) spirituali” (πνευματικά), puntualizzando che «ἐν πνεύματι θεοῦ», «ἐν πνεύματι ἁγίῳ», nessuno potrebbe rinnegare il Messia cristiano, ma che anzi questa condizione di invasamento sia l’unico fattore che porti uno a proclamarlo «Κύριος». Elenca una serie di carismi destinati a vari campi: il bene comune, la sapienza (σοφία), la conoscenza (γνῶσις), la fede, la taumaturgia (guarigioni e miracoli), la profezia, il discernimento degli spiriti, la varietà delle lingue. Una simile operazione non risulta però originale. I Greci antichi pagani chiamavano “entusiasmo” la possessione divina. Platone, prima di questa redazione paolina, aveva affrontato il problema della “mania (follia, furore)” spiegandolo come una conseguenza di un invasamento da parte della divinità la quale porta il posseduto al di fuori del controllo razionale. Nel “Fedro” il filosofo ateniese aveva classificato la “pazzia divina” in quattro categorie: 1) quella dei profeti (facente capo ad Apollo), 2) quella legata a riti misterici (telestica, connessa a Dioniso), 3) quella dei poeti (patrocinata dalle muse), 4) quella connessa alla tensione amorosa promossa da Eros/Afrodite. Nelle antiche pratiche cultuali del quadro della mania telestica, grazie alla quale i partecipanti si spingevano in direzione di un livello di coscienza sospesa contemplante una mistica congiunzione con la divinità, ricopriva un compito significativo lo spazio dedicato al katharmós (purificazione, rito purificatorio). Si riteneva da parte dei celebranti che esso emendasse da macchie spirituale personali accumulate a detrimento di una buona relazione con la data divinità, di fronte alla quale, allo scopo di rimediare, necessitava compiere un atto non giudicato simbolico ma puntualmente efficace a livello ontologico: quindi era possibile compiere un lavacro ad hoc (per esempio l’abluzione di un iniziato) oppure esperire un particolare “contatto fisico” quale rimedio (valeva l’idea di un “trasferimento” di qualcosa di emendante). Simile patrimonio di idee compare non soltanto nelle azioni purificatrici dei culti dionisi e coribantici. La convinzione del bisogno di una purificazione da una macchia, da una colpa, era abbastanza diffusa nell’Antichità. L’Orfismo e il Giudaismo, ciascuno a proprio modo, la riflettono. Gli orfici consideravano centrale il momento del purificarsi individuale e gli Ebrei antichi prevedevano diverse norme connesse all’idea di purificazione personale. Il Cristianesimo poi introdurrà il sacramento battesimale con lo scopo di emendare dal peccato originale edenico in virtù del sacrificio espiatorio compiutosi nella morte, e nella resurrezione, di Gesù/Dioniso. Il katharmós è poliedrico nella sua epifania statica. Suoi elementi sono rilevabili in alcuni miracoli del Messia evangelico, eventi narrativi nei quali si rivela saliente quel dettaglio sopra evidenziato del “trasferimento” mediante “contatto fisico”. Nelle guarigioni della suocera di Pietro, dell’emorroissa, del nato cieco, possiamo notare che l’aspetto del toccare la persona di Gesù sia qualcosa di fondamentale nell’attuazione del risanamento. Più in particolare dall’episodio in Gv 9,1-7 possiamo cogliere l’idea che considerava la malattia come una conseguenza derivante da un difetto morale del soggetto colpito nei confronti di Dio e il retaggio di una esplicita forma rituale di purificazione ontologica risanante il problema. Questo katharmós qua si mostra molto evidente. Un impasto di saliva e terra per ottenere una sostanza fangosa da imporre sugli occhi, il cui risanamento richiede quindi il lavaggio di quella zona facciale dell’affetto presso una piscina, costituisce elemento narrativo assieme a tutto il resto descritto di un chiaro rito. Nell’episodio inerente all’emorroissa, la quale va alla ricerca della propria guarigione mediante un “contatto fisico” con la persona di Gesù, sentiamo costui affermare che a di lui insaputa il tocco ha causato in virtù di πίστις (fiducia, fede; Lc 8,48) l’effetto auspicato (Lc 8,46): «Ho avvertito una δύναμις [potenza, potere] uscita da me». Tale δύναμις rappresenta l’azione trasformatrice dionisia dello πνεῦμα ἅγιον (ruach-πνεῦμα). Ma la cosa che risulta qui più clamorosa proviene dal vedere la figura del Messia ridotta a una funzione impersonale. Non è stato lui coscientemente una causa, causa remota è stata l’abbandonarsi in toto alla convinzione che l’effetto sarebbe stato ottenuto a quella condizione e con quella persona (divina dionisiaca), causa prossima è stata il contatto con trasferimento di δύναμις. Uno schema teologico più vicino alla teologia pelagiana che non a quello della Grazia agostiniana: raggiungere i benefici della divinità appare più una questione di impegno personale che non una consapevole concessione da parte divina. La teologia paolina corregge il tiro, mettendo l’accento sulle condizioni di salvazione. In 1 Cor 6,8-11 Paolo di Tarso puntualizza che coloro i quali agiscono male, i fornicatori, gli adoratori di idoli, gli adulteri, i molli arrendevoli, gli omosessuali maschi, i ladri, gli avidi, gli ubriachi, i calunniatori, i predatori troveranno le celesti porte chiuse se in linea preliminare non 1) “si saranno lavati via la sporcizia (ἀπολούω), ossia la macchia spirituale” alla volta dello 2) “essere dedicati, consacrati (iniziati è il termine più preciso) “essendo stati considerati giusti, approvati quali giusti (cioè a norma richiesta; δικαιόω)” 3) «ἐν τῷ ὀνόματι [nella circonferenza operativa] τοῦ κυρίου Ἰησοῦ Χριστοῦ καὶ ἐν τῷ πνεύματι [nella sfera di azione del dionisio spirito] τοῦ θεοῦ ἡμῶν». Al di là del criterio di selezione nelle parole paoline esaminate possiamo rilevare la 1) forma del katharmós (lavacro) nell’ottica di 2) un quadro iniziatico (dionisiaco), il quale trasporta l’adepto cristiano 3) dentro il circolo in cui opera la divinità con cui si viene in contatto e di cui si esperiscono le trasmissioni e le tangenze estatiche (le quali possono portare i carismi dello πνεῦμα θεοῦ, πνεῦμα ἅγιον). Siamo in un contesto, come è possibile osservare, formalmente parallelo ad altre tipologie rituali iniziatiche di stampo dionisio: il fondo concettuale ci restituisce la radice teologica. Paolo di Tarso in Eb 1,3 sottolinea che il Messia cristiano ha operato un καθαρισμòς τῶν ἁμαρτιῶν, vale a dire un καθαρμός (di cui il precedente somigliante termine rappresenta tarda evoluzione), una (cosmica) liberazione dai peccati (mancanze, colpe). Simile atto divino ha autorizzato e avvalorato nel nuovo orizzonte costruttivo della teologia del Cristianesimo l’istituzione sacramentale di un rito iniziatico, quello battesimale, emendante di quelle macchie che si palesavano quali enormi ostacoli nel conseguimento di un superiore gradino della condizione dell’anima individuale. Nella mia monografia “Ecce Ancilla Domini”3 allorché ho trattato di “Maddalena/peccatrice” mi sono in modo conveniente limitato a parlare con gli spunti offerti, e di quei segmenti evangelici di cui si vedrà immediatamente non ho dato alla fine una completezza di visione. Confermo, naturalmente, tutto quello che ho detto poggiandomi su basi filosofiche e psicanalitiche. Quella ermeneutica tuttavia, quantunque veritiera, almeno per me, qua riceverà un arricchimento di analisi. La dimensione distopica che là ho evidenziato non possiede soltanto ascendenze in direzione della filosofia e della psicanalisi. Possiede altresì una terza via di ascendenza collegata alla materia dionisiaca di cui sto ragionando. Vedremo perciò in Gesù, attraverso questa parte evocata del Vangelo lucano, di nuovo una rielaborazione e una riproposizione di un Dioniso filtrato dall’utopia negativa cristiana delle origini. La novità di adesso risiede nel chiarire la anzidetta terza stratificazione concettuale: quella dionisiaca. Nell’episodio di questa peccatrice noi possiamo vedere come, in virtù di quei miei riferimenti filosofici e psicanalitici, i quali ho già evidenziato nel merito alla volta della distopia cristiana, sia degenerato lo schema rituale dionisio connesso alla figura religiosa della menade/baccante. In generale sotto questo terzo riguardo si nota subito rilevante l’intensità di partecipazione e di trasporto nell’atto della lavanda dei piedi del Messia con coinvolgimento dei capelli dell’autrice (hairjob). Abbiamo già riscontrato una tale disposizione d’animo nel caso dell’emorroissa, la quale disposizione però costituisce qualcosa di comune nei partecipanti a riti di connotazione dionisiaca, dove ci si abbandona come tuffandosi nel divino. Il brano evangelico lucano è molto più eloquente della sua pallida clonazione nel Vangelo di Giovanni con protagonista Maria di Betania. Nella circostanza di costei non si tratta di una peccatrice, pertanto quasi tutte le sfumature lucane sono impossibili. Le lacrime non ci sono (rimane un olio), ma resta il nevralgico uso dei capelli femminili in funzione di tovaglia da bagno per i piedi di Gesù. Questo hairjob costituisce il dettaglio fondamentale in comune fra i due casi che mirano a quella reductio ad rem della donna esposta nel mio testé citato lavoro monografico. Le donne che lavano i piedi del Messia evangelico rappresentano delle distopiche menadi/baccanti presentate in scene di distorte prassi rituali nelle quali anzitutto è stato soppresso il dinamismo corporeo. Però, quale contraccolpo la sessuofobia e la misoginia cristiane hanno ottenuto di caricare tali valori libidico-sessuali repressi deviandoli sull’azione rituale. Cosicché un intorbidamento utopico negativo va a connotare la scena, la quale smarrisce il suo significato originale nel Dionisismo per venirsi a configurare appunto quale una materia privilegiata per la psicanalisi. Il Dioniso pagano risulta connotato dal fatto di avere attorno a sé una significativa presenza femminile sia nel racconto mitologico sia nella concreta realtà cultuale. Le danze delle menadi accompagnate dal raggiungimento di uno stato di estasi e le loro grida («euoi/eua!!!») di entusiasmo in mezzo alla Natura extraurbana rappresentano al nostro sguardo le forme di manifestazione di un archetipo femminile privo di una connotazione ascetica ed erotizzante. Nonostante questo schema le ordinarie barriere inibitorie sessuali venivano comunque meno lasciando largo all’imprevedibile. Il dionisio obiettivo orgiastico di queste donne marcia nella direzione che porta per loro fuori dello spazio dell’ordine costituito verso l’archetipo della Grande Madre. Il principale carico libidico-sessuale viene concentrato nelle figure mitologiche dei satiri; alle baccanti interessa superare la sovrastruttura politica ma per poter conseguire una liberazione della loro libido (libido la quale si mostra di grado junghiano). Ecco dunque l’archetipo femminile della menade operante sopra un piano naturale liberante a 360°. Si può concludere che il complesso coscienziale dell’Io della baccante raggiunga grazie alla sua raggiunta esperienza estatica un contatto con l’Inconscio collettivo. L’impersonalità di questo non fa di esso un campo razionale autonomo. Il suo magmatico e sui generis essere alogico gli permette di essere accostato alla figura del mitologico Dioniso: un principio archetipico simbolico indicante il potere di trascendere e trasformare la sfera coscienziale personale. Negli episodi evangelici ricordati con casistica di hairjob possiamo vedere dietro l’azione, dietro le attrici e l’attore unico, un campo libidico umano individuale che è stato deviato da cattive suggestioni (Ombra junghiana) nel Cristianesimo, a differenza delle modalità pagane le quali consentivano una forma libera e genuina di soddisfacimento rituale o di catarsi nella fruizione della “tragedia greca”. L’uso dei capelli femminili nello hairjob descritto si riallaccia al contesto menadico, dove la capigliatura delle baccanti viene generalmente lasciata sciolta in modo da spostarsi con libertà nell’aria nel corso del rito (questa un’imago di forte impatto simboleggiante un atto di sovversione nei confronti di un sistema sociale greco antico che pretendeva i capelli in ordine allo scopo di riflettere il sollecitato rispetto delle proprie leggi). Analoga cosa succede negli eventi evangelici rammentati, in cui la pagana dinamica è stata sostituita da movimenti più decelerati, repressi, raffreddati, a vantaggio di un’immagine utopica negativa esprimente anche contestazione del sistema politico romano. Ma, appunto, ciò non esaurisce l’approfondimento del dettaglio giacché questo è il momento di rievocare pure la questione della capigliatura di Sansone, di cui avevo chiarito la maniera in cui essa risultasse essere antenna ricevente di ruach-πνεῦμα. Gli aspetti sottolineati si fondono in quegli hairjob evangelici in esame. Dal contatto dei capelli con i piedi del Messia avviene la trasmissione “trasformatrice” dello πνεῦμα θεοῦ, πνεῦμα ἅγιον. Quelle scene, soprattutto la prima in cui si svolge un rito di emendamento/purificazione, mostrano una simile dimensione dionisiaca nella quale il “contatto fisico” rappresenta una precisa fase del rituale. Chi ha voluto vedere nello hairjob un rito di richiamo matrimoniale, a mio modestissimo avviso, si è fatto ingannare dalla dimensione erotica distopica portata dal Cristianesimo in quei particolari eventi narrati, dove il retroscena a me appare diverso: v’è del torbido sessuale misogino, però si rivela una incrostazione deviante e patologica cristiana apposta sopra una base dionisia, alla fine distorta nell’esito. Le comuni baccanti del Paganesimo nelle loro esperienze estatiche della mania dionisiaca esperivano l’accesso a uno stato coscienziale alterato il quale si rendeva strumento di una epifania divina; il che io ho interpretato sulla strada di una dinamica junghiana. Una tale esperienza assumeva un valore temporaneo, nel senso che l’eccezione di quei momenti, in deroga alla convenzionale norma comunitaria costituita, non si trasformava in nuova norma da sostituire al già regolato precedente spazio pubblico. Una simile ambizione, quella di sovvertire la società dalle sue radici, appartenne al Cristianesimo delle origini, attuatore, poi con successo, di una dionisia distopia all’interno della quale ciò che nel Dionisismo accadeva pro tempore e in funzione benefica sociale si è impiantato quale insieme di nuovi principi regolatori, ovviamente elaborati alla luce della, per me, nevrosi cristiana. Dopo aver prodotto la farina delle mie idee in questo mulino, mi è d’uopo il portare particolare farina altrui al mio forno in modo tale da rafforzare la mia costruzione espositiva. Ricorderò perciò Dennis Ronald MacDonald, artefice di pregevoli varie pubblicazioni tra cui una, dall’eloquente titolo, che prenderò qui quale riferimento principale: “The Dionysian Gospel / The Fourth Gospel and Euripides” (testo uscito nel 2017). Entrato in questo nuovo merito di attinenza voglio innanzitutto sottolineare che, a dispetto del titolo di questo libro, sebbene io e MacDonald condividiamo la materia e l’idea di fondo (l’analogia tra il Messia cristiano e Dioniso) i nostri percorsi analitici sono di differente indirizzo. Lui si è concentrato sopra le analogie letterarie concettuali statiche tra narrazione neotestamentaria e letteratura classica greca antica. Io, invece, ho intrapreso da tempo un percorso analitico riguardante l’intero corpus biblico e la successiva speculazione teologica cristiana il quale ha mirato, e mira, a indagare le analogie concettuali dinamiche intercorrenti fra teologia biblica, giudaica e cristiana, da un lato, e pensiero filosofico e teologico del mondo antico pagano (dalla Grecia al resto di quel bacino del Mediterraneo orientale), dall’altro. Con ciò non voglio dire che nessuno di noi due non abbia utilizzato anche l’altro modo di investigazione: ho solo indicato l’attitudine caratteristica di ciascuno. Ad esempio, una delle cose in comune è l’idea che il personaggio evangelico di Gesù abbia una natura in sé prettamente letteraria. Per MacDonald esisterebbe un Gesù storico prototipico, non cristiano, bensì un ancora ebraico maestro, il quale si sarebbe distinto per la sua operazione di umanizzazione della Legge giudaica; costui, la cui figura originaria sarebbe prossima al “documento Q”, non si rivelerebbe in fondo colui che il Cristianesimo ha ritenuto sacrificato a beneficio della rimozione dei peccati umani. La mia modestissima impressione è che il Gesù storico sia stato un estremista ebreo politico-religioso, le cui vicende siano state rielaborate nell’officina letteraria giudeo-alessandrina. MacDonald dal canto suo ritiene che il Messia evangelico sia il risultato di un adeguamento, distorcente l’obiettività di base, alla mitologia e alla letteratura pagane e, in particolare, che il Vangelo di Giovanni abbia avuto una prima originaria redazione la cui architettura narrativa rifletta passaggi formali d’azione statica provenienti dalla tragedia euripidea “Le baccanti”. Nella sua linea ermeneutica si è riagganciato a una lunga tradizione iniziata all’alba del ’900 (la quale ha approfondito la scoperta di partenza di una vicinanza letteraria tra i neotestamentari Atti e suddetta opera tragica di Euripide) e alla linea di studio che ha messo in luce una stratificazione scritturale differenziata nell’arco temporale inerente al Vangelo di Giovanni (di cui appunto questo studioso mette in evidenza la prima qualificata come “dionisiaca”). MacDonald, nella fattispecie giovannea, ritiene come me, in generale, la figura del Messia un alter ego dionisio. Lui dice chiaro e tondo che le donne prossime a Gesù richiamano il modello della menade, e indica gli exempla della Samaritana al pozzo e di Lc 8,1-3. Ma non dice niente a proposito degli hairjob femminili in sé (in quanto tali), né tantomeno produce spiegazioni simili alle mie. A proposito di lavanda di piedi, egli, in altra sua opera (“Mythologizing Jesus / From Jewish Teacher to Epic Hero”, del 2015), mette in correlazione quella di Euriclea a Ulisse nel libro XIX dell’“Odissea” all’episodio evangelico di Mc 14,3-9 (op. cit., pagg. 92-96), dove non v’è lavanda di piedi: l’accento cade invece sulla simbologia dell’“unzione regale” (Euriclea in un secondo momento cospargerà con olio Ulisse) e sull’etimologia del nome della nutrice collegata a Mc 14,9. Ecco come l’analisi di aspetti statici si differenzia da quella di aspetti dinamici: dette analisi non entrano in contrasto però, sono complementari. Io e MacDonald affermiamo cose che vanno a braccetto, unitae in diversitate. Di nuovo lui, al pari di me, ricollega la cristica neotestamentaria istituzione del sacramento eucaristico a dionisie forme. Come si può notare non mi mostro isolato in mie particolari affermazioni. Dopo MacDonald, dulcis in fondo, mi occuperò delle “Baccanti” di Euripide, opera del grande drammaturgo antico. Nel testo l’autore greco dice che le menadi in azione hanno mostrato del fuoco sui propri capelli senza che ne venissero consumati. La cosa ci richiama in mente 1) l’ignea neotestamentaria discesa dello Spirito Santo, 2) il caso di Sansone da me analizzato, 3) l’importanza dei capelli negli hairjob femminili evangelici esaminati. Un nuovo finale punto a mio favore, anche in considerazione del fatto che nella tragedia Dioniso in incognito ricevuta la minaccia di Penteo di fargli tagliare i capelli replica al re di Tebe che la propria capigliatura assume una rilevanza sacrale nella sua crescita nell’ambito dionisiaco. Una ulteriore mia considerazione è relativa a una riflessione che avevo esposto in conclusione del mio lavoro del cui nella nota 1. Riporto l’estratto.
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A proposito di “cagne”, κύων nelle
“Baccanti” si trova un paio di volte attribuito alle menadi (vv. 731 e 977), ma
non in una guisa dispregiativa (assume un’accezione “dionisia”). Tale
particolare presenza, alla luce della tradizione sostenente l’influenza
euripidea su scritti del Nuovo Testamento, mi induce a pensare che il Messia
laddove ha detto “τοῖς κυσίν” abbia preso due piccioni con una fava. Idest:
avrebbe parlato in generale di donne con toni di disprezzo, e magari si sarebbe
scagliato all’interno della sua espressione pure in maniera consapevole contro
le donne baccanti.NOTE
Questo testo (di trentamila battute) è un estratto della mia pubblicazione saggistica intitolata Gesù distopico Dioniso (di poco più di centomila), invito a leggere il testo integrale al fine di approfondire.
https://drive.google.com/file/d/1phxYSDbUC07D6FhkGBS1KcCM1Sg35tXJ/view
1 Gesù stoico e dionisiaco nella mia opera Partita a scacchi (2022).
2 Nei miei saggi Ermeneutica religiosa weiliana (2013) e Note di studio (2016), nel secondo la parte intitolata Iside e Osiride, Cristo e la Madonna.
https://drive.google.com/file/d/1lOFBHpl9N-M31TKBtpiTW8-NLt-OK45b/view
3 Nel saggio integrale (Gesù distopico Dioniso) ho riportato l’estratto, nella pubblicazione di provenienza trovasi alle pagg. 16-18.