02 aprile 2026

L’ANNUNCIAZIONE LUCANA A MARIA

di DANILO CARUSO
 
Nel corso dei miei studi su aspetti mitologici, filosofici, letterari e storici della religione cristiana, ho avuto già occasione di toccare l’argomento della relazione genetica intercorrente tra la figura della Madonna e le divinità egiziane antiche Iside e Nut1. Dopo aver rilevato il contributo della mitologia della terra dei faraoni nella costruzione dell’architettura statica della teologia mariana, voglio adesso soffermare il mio sguardo nel merito sopra un altro versante, quello della mitologia e della filosofia greche, prendendo in considerazione, in linea con la mia ermeneutica contestuale, il brano contenuto nel Vangelo di Luca 1,26-38, contenente l’episodio della famosa visita dell’arcangelo Gabriele alla Madonna, nel quale costui prospetta alla giovane ragazza ebrea la sua prossima maternità inerente al figlio di Dio. Questo Vangelo, scritto come tutti i testi neotestamentari in lingua greca antica, risale alla seconda metà del I secolo d.C., ed è rivolto nella sua dedica d’apertura a un certo Teofilo (a giudicare dal nome sembra una persona di provenienza non ebraica, e a giudicare dal significato etimologico c’è da sospettare che si tratti di una figura simbolica raffigurante l’intero cosmo pagano grecoromano cui da un lato della neonata propaganda cristiana religiosa si prospettava una proposta di conversione e di adesione a un culto non solo di matrice giudaica appena sorto). Il Cristianesimo ha, nel tempo richiesto a vantaggio della sua edificazione teologica, congiunto il troncone semitico ebraico veterotestamentario con un’altra sponda di ascendenza semitica. Questa, in particolar modo, è rappresentata dalla filosofia stoica, dalla quale proverrà il telaio di fondo e di base della religione cristiana2. Se da un canto, come anticipato, si trovavano i pagani grecoromani, dall’altro, negli obiettivi di proselitismo dei cristiani, rimanevano gli originari Ebrei: tali erano le due categorie che i seguaci di Cristo dovevano cercare di spostare dalla loro parte. La mia impostazione ermeneutica, che ho più volte applicato a testi biblici (dell’Antico e del Nuovo Testamento), ha sempre manifestato l’intenzione di leggere i brani esaminati con lo sguardo intellettuale contestuale alla comparsa degli scritti analizzati (sia in ebraico che in greco antico, a seconda della circostanza)3. L’Annunciazione lucana si rivolge con occhio di riguardo all’uomo greco (di formazione culturale pagana). Procediamo con ordine nel cammino di evidenziazione dei mattoni concettuali propagandistici. Ci troviamo subito di fronte uno squisito saluto rivolto a Maria, di cui si dice immediatamente fosse παρθένος (1,27). Quanto viene subito dopo (in 1,28) si rivela nevralgico e centrale nel quadro del mio esame. L’arcangelo Gabriele si rivolge così a Maria: «Χαῖρε, κεχαριτωμένη, ὁ κύριος μετὰ σοῦ». La prima metà di questa enunciazione costituisce il segmento chiave. La teologia cristiana patristica porterà subito quel participio perfetto passivo (vocativo femminile singolare) riferito alla Vergine sopra un preciso significato che a me appare distorto. I Padri della Chiesa hanno voluto intendere una concessione divina a Maria (ancor prima dell’incontro con l’arcangelo: il perfetto indica un’azione con effetti perduranti compiutasi nel passato; in relazione a simile dettaglio concettuale sono perfettamente d’accordo). L’interpretazione patristica, secondo me, si sgretola nel momento in cui noi leggiamo κεχαριτωμένη con gli occhiali intellettuali di un greco istruito a sufficienza del I secolo d.C. In tal guisa la lettura dei Padri della Chiesa si mostra “pregiudiziale”: cioè applica una intenzione di significato costruita a posteriori, e non ancora presente nella lingua greca del Vangelo di Luca, il quale appunto si avvale dello strumento linguistico con le sue possibilità coeve. In parole povere l’evangelista Luca non scriveva con la semantica patristica, bensì con un vocabolario greco antico classico: la lingua di tale Vangelo è quella letteraria classica, come una obiettiva contestualizzazione dimostra. Perciò ho preso il “Dizionario illustrato greco-italiano” di Liddell e Scott (1988) e mi sono documentato innanzitutto sulla semantica del verbo 1) χαριτόω e sul correlato sostantivo 2) χάρις (che rileveremo subito in 1,30).
1) Ingraziarsi qualcuno (operando qualcosa di gradito), compiacere qualcuno; più in particolare il “Liddell/Scott” ci dà sulle forme passive (il nostro caso: κεχαριτωμένη, participio perfetto passivo) i significati di “piacere, essere gradito” (da cui il participio perfetto κεχαρισμένος: gradito, ben accetto, caro).
2) L’azione di χαριτόω viene compiuta da soggetto munito di χάρις: questo rappresenta un termine indicante tra i suoi significati principale bellezza, grazia esteriore, fascino. In secondo ordine la possibilità sfruttata dalla Patristica di una condizione personale in seguito a ricezione: quindi una disposizione di “gratitudine” la quale non si concilia teologicamente con la presunzione di una “concessione di grazia divina” nei confronti di Maria. In κεχαριτωμένη né noi né i padri della Chiesa rileviamo una forma di “riconoscenza mariana”, tutt’altro. Però l’interpretazione teologica patristica non sembra coerente con nessuna delle originarie dimensioni di χάρις, anzi il “Liddell/Scott” congiura a mio favore quando di detto sostantivo puntualizza il significato minore di “piacere tratto da qualcosa”. Per dirla subito: l’evangelista Luca, mediante κεχαριτωμένη, ci sta comunicando che il Dio neotestamentario ha scelto Maria sulla base di un metro di preferenza tarato sul pensiero greco classico. Vale a dire che egli ha operato una preferenza fondata sulla kalokagathìa: nella mentalità della Grecia classica era emersa l’idea per cui la bellezza fosse virtù nel suo essere riflesso di una bontà interiore. Dunque Dio nell’Annunciazione lucana non è il concessore di uno stato di “grazia (privilegio)”, ma si rivela colui che, pensando al pari di un greco idealista, ha individuato la donna migliore, in previsione del proprio progetto di nascita del Figlio, in seguito a una scelta la quale si mostra al primo impatto di natura meramente estetica. Però parlo di un’estetica che nel contesto della kalokagathìa rinvia a un piano non più sensibile (e non connotato da aspetti squalificanti, come chiarirò meglio a breve), un piano dell’interiorità personale (nella fattispecie mariana) dove regna la parallela eccellenza d’animo. Quanto notiamo da tutto questo ragionamento, il quale rappresenta la sostanza di significato rivolta al lettore evangelico Teofilo, grazie alla mia ermeneutica contestuale, ci pone nelle condizioni di fare l’ultimo salto alla volta della copertura semantica di κεχαριτωμένη attribuito alla Vergine. Nell’immagine di Maria nell’Annunciazione lucana si adombra una Χάρις, una Carite, ossia una delle Grazie (figure della mitologia greca pagana). Il Cristianesimo ha assemblato diversi strati di Paganesimo presi qua e là al fine di produrre una magnetizzante architettura statica agli occhi di chicchessia. Oggigiorno non si mostra nelle capacità di tutti la perizia di recuperare la sottostante architettura dinamica la quale rivela attraverso le sue tessere concettuali i bacini da cui sono state attinte le forme poi proiettate in guisa unificata narrativa. Nel nostro caso, ad esempio, esistono varie suggestioni mitologiche recuperate nell’ombra. Se il Dio biblico si presenta quale una divinità solare, uscita dall’archè rappresentato dall’acqua primordiale, nella cultura greca antica Pausania affermò che le Cariti erano figlie di Elios e dell’Oceanina Egle. Inoltre la Carite Aglaia, secondo Esiodo, si unì in matrimonio al Dio artigiano Efesto: la Maria evangelica era sposa dell’artigiano Giuseppe. Le Cariti (Grazie) raffiguravano l’ideale di un modello femminile, così come si vuol far apparire l’immagine della Vergine nell’Annunciazione: le Grazie nell’immaginario greco (e poi in tutta l’arte successiva) sono state presentate, svestite. Nulla nel brano lucano ci dà informazione al riguardo sul vestiario mariano: non so fino a quanto la suggestione mitologica contenuta nel testo si potesse spingere nell’immaginazione di un lettore grecizzante di quel I secolo d.C. Fatto sta che χαριτόω qui allude proprio a una dimensione estetica allargata a un piano etico (kalokagathìa). La riprova che quanto ho sinora sostenuto sia affidabile la rintracciamo in 1,30, dove compare il sostantivo χάρις. L’arcangelo Gabriele nel suo esordio (1,28) si è rivolto a Maria con un saluto “solenne” (traducibile con “salve”) e con un complemento di vocazione il quale è stato distorto dalla Patristica (in essa “gratia plena” esprime una visione teologica completamente spiritualizzata e ribaltante l’originario significato). Possiamo allora volgere la prima metà del discusso versetto così: «Salve, graziosa fanciulla». Non voglio aggiungere niente sul modo in cui ὁ κύριος sia stato μετὰ σοῦ (Zeus è nell’ombra). L’uso di χάρις in 1,30 toglie ogni dubbio e spazza via, dal mio punto di vista, qualsiasi contestazione della mia analisi. Alla scossa Maria viene detto che ella ha trovato χάρις presso Dio: «Εὖρες [...] χάριν παρὰ τῶ θεῶ». La voce verbale, in coppia col sostantivo, si rivela la chiave di fondo: abbiamo un indicativo aoristo attivo, seconda persona singolare. Cosa significa questo? Il trovare χάριν da parte della Vergine non possiede un esplicito connotato di prosecuzione temporale dell’effetto il quale sarebbe stato concesso dall’uso del tempo perfetto. Simile azione pertanto nella sua forma viene svincolata dal corso temporale: si presenta quale un ritaglio isolato e chiuso in sé. Il che ci fa comprendere benissimo perché la lettura patristica che ci parla di un conferimento di (nel senso teologico cristiano) “grazia divina” a beneficio di Maria crolli al pari di un castello di carte. Non solo il dettaglio del verbo vanifica l’interpretazione della teologia patristica (sarebbe occorso un perfetto), ma anche un attento esame del sostantivo ci dimostra che il senso e la direzione di tutto il discorso, sin dall’inizio in 1,28, si collocano all’opposto della lettura data dalla Patristica. La χάρις che la Vergine ha trovato presso Dio non rappresenta affatto l’elargizione divina di un privilegio spirituale sopra Maria. Mentre ci saremmo aspettati il perfetto (indicante azione passata con effetti perduranti oltre) in 1,30, a sostegno dei Padri della Chiesa, abbiamo rilevato un aoristo che fotografa Dio+χάρις. Cioè la Vergine ha trovato il “favore/piacere” di Dio (specificazione soggettiva) in virtù della di ella kalokagathìa. In breve: l’ha scelta per la maternità divina giacché, ma non solo (come puntualizzato), era “bella”. La gestante di Gesù Cristo non poteva essere altrimenti, e comprendiamo alla perfezione il punto di vista del redattore evangelico operante dentro una società ancora a maggioranza pagana e imbevuto di cultura mitologica grecoromana. Ci saranno Madonne che nell’arte successiva non avranno niente da invidiare alle fashion model. Possiamo pertanto immaginare che davanti all’arcangelo Gabriele si trovasse qualcuna, per rendere l’idea estetica, simile a una giovanissima modella4. Nell’Annunciazione lucana Maria si rivela il motore di tutto. Dio la predilige, però quale causa efficiente; la Vergine lo fa muovere nella di lei funzione di causa finale. I padri della Chiesa hanno cancellato a vantaggio della misoginia e dell’occultamento di simili sfumature il valore originario semantico dell’Annunciazione. Secondo me, non sono stati scadenti osservatori, bensì manipolatori dei significati non graditi. La χάρις παρὰ τῶ θεῶ di Lc 1,30 connota un compiacimento (un piacere) maturato in un momento idealizzato, ritratto in un’istantanea, mediante l’aoristo: è chiaro che quella sensazione kalokagatica divina fosse circoscritta nel suo momento di coglimento, e che un perfetto sarebbe stato compromettente per la sua integrità teologica. La Patristica ha ribaltato di 180° la faccenda nella forma e nella sostanza. Circa la modalità del concepimento spiegata dall’arcangelo Gabriele alla disorientata Madonna (1,34) si rimane non poco perplessi davanti al verbo utilizzato per indicare l’azione dello πνεῦμα ἅγιον nei di costei confronti, il messaggero visitatore le dice al proposito (1,35): «Ἐπελεύσεται ἐπὶ σε». Non si sta discutendo di una serena-discesa-dello-Spirito-Santo-sopra-di-lei. Il verbo ἐπέρχομαι (là usato all’indicativo futuro, terza persona singolare) vuol dire “giungere di sorpresa, all’improvviso” (con una peculiare sfumatura di significato negativa, sino a poter indicare “l’attaccare, l’assalire, il colpire, l’invadere”). Notiamo che non si tratti per nulla di una significazione gentile. L’autore del Vangelo lucano ha fatto proferire all’indirizzo di Maria simili parole nella spiegazione del programma di Dio: «[Guarda che] Lo πνεῦμα ἅγιον piomberà su di te [quando meno te lo aspetti]». Sembra un monito minaccioso piuttosto che una benevola e cordiale comunicazione. Se ci soffermiamo sopra questa parte di 1,35 abbiamo la possibilità di recuperare altre dimensioni culturali greco-antiche. Innanzitutto quello che viene volto con “Spirito Santo” non è ancora la terza persona della Trinità cristiana. Πνεῦμα ἅγιον raffigura un principio determinante azionato da Dio. Rappresenta la sua capacità di intervenire sulla realtà materiale. Pertanto, accanto alla sua azione sostanziale (Dio in quanto causa efficiente), possiamo considerarlo causa formale: appunto il “progetto divino” in moto che si stampa sulla materia informandola. Messa in luce tale parte concettuale, rimane, e non solo per esclusione, dall’altro canto la “causa materiale Maria”. Vediamo esattamente l’antica concezione antropologica e biologica del femminile nel mondo grecoromano: un’incubatrice materiale del portato attivo maschile. Nella fattispecie della Madonna individuiamo l’invasione spermatoLOGICA del corpo mariano: da cui la gestazione che porterà alla nascita del LOGOS incarnato. Qui recuperiamo il fronte stoico della narrazione, il quale nelle sue radici presocratiche ci illumina sul significato di πνεῦμα ἅγιον. Dobbiamo vedere questo come qualcosa di igneo-eracliteo che da Dio può raggiungere l’interiorità delle persone. Una forza invasatrice e trasformatrice. La vedremo di nuovo all’opera in 1,41 in azione su Elisabetta: «Ἐπλήσθη πνεύματος ἁγίου ἡ Ἐλισάβετ». Il verbo πλήθω (in una voce dell’indicativo aoristo passivo, terza persona singolare) vuol dire riempire (in direzione di un soddisfacimento, completamento). Riassumendo la situazione stoico-aristotelica: nell’Annunciazione lucana Dio si rivela causa efficiente e formale (Logos eghemonikón), la Vergine si mostra causa finale e materiale. Abbiamo recuperato quadri di natura filosofica che ci dicono molto sul redattore e sulla redazione del Vangelo di Luca. Tant’è coerente la mia lettura che le altre parole di Gabriele seguenti alle sue superiori esaminate convalidano la mia ermeneutica. Infatti si parla di δύναμις ὑψίστου: “potenza”, nel senso di forza, dell’“eccelso, altissimo”. Non assomiglia ciò moltissimo alle attività del primo immateriale motore immobile aristotelico e dello stoico logos eghemonikón? Ma mettiamo da parte queste cose che ormai sembrano assodate a beneficio dell’analisi del verbo il quale denota una seconda azione sempre sopra la Madonna. L’arcangelo le dice: «[Quel soggetto appena evidenziato] Ἐπισκιάσει [indicativo futuro attivo, terza persona singolare] σοι [dativo singolare del pronome personale “tu”]». Il verbo ἐπισκιάζω significa costruito col dativo (e non con l’accusativo, in tal caso: coprire d’ombra, gettare ombra su): mascherare, celare. Il “Lidddell/Scott” mi pare più indicativo del Rocci (“Vocabolario greco-italiano”, 1993), che sebbene nella voce interessata contenga l’exemplum proprio di quanto sto analizzando si ferma soltanto a riportare la traduzione della Vulgata latina: «Obumbrabit tibi». Il che non si palesa di nessun aiuto poiché a noi non interessa allontanarci dal I secolo d.C. per entrare in un contesto posteriore di teologia cristiana più avanzata. Tale verbo greco, nel suo uso col dativo presente nel nostro caso, indica il nascondere e l’occultare. Una simile espressione di protezione trova riscontro nella perfetta analogia di detta voce verbale nella Septuaginta, in Salmi 90,4, dove il corrispondente verbo ebraico denota l’isolare, il coprire (in funzione protettiva). In fin dei conti, nonostante messa da parte la traduzione latina della Vulgata, il “Dizionario illustrato della lingua latina” di Bianchi e Lelli (1987) riporta tra i significati meno letterali di obumbro quelli di proteggere e nascondere. Le comuni traduzioni le quali mettono in risalto il sovrastare di un’ombra, a mio modestissimo avviso, non rendono facilmente percepibile l’idea di protezione. Mentre l’inquietante valore del segmento precedente («Πνεῦμα ἅγιον ἐπελεύσεται ἐπὶ σε») non viene evidenziato se non da un calibrato esame, il suo seguito («Δύναμις ὑψίστου ἐπισκιάσει σοι») rischia di perdere un compensativo e riequilibrante valore manifestato nell’intenzione protettiva divina. A proposito di migliore resa del testo originale greco, voglio affrontare il dettaglio dato dall’arcangelo Gabriele in relazione alla maternità divina nell’Annunciazione lucana in 1,31. Il messaggero visitatore così dice a Maria al riguardo nella prima parte: «Συλλήμψῃ ἐν γαστρὶ [υἱὸν]». Analizziamo la voce verbale: indicativo futuro di un deponente, seconda persona singolare. Significato: quello puramente letterale è “raccogliere insieme, contenere”. Il “Liddell/Scott” ci informa che il verbo si trova usato da Ippocrate e Aristotele nell’accezione femminile di “concepire”: si tratta di una voltura ingentilita di un’immagine misogina dell’antropologia e della biologia greca antica. In simile verbo ritroviamo l’idea della donna quale un contenitore che viene riempito: nei casi di Maria ed Elisabetta l’attore risulta lo πνεῦμα ἅγιον. La cosa che più potrebbe turbare la mentalità dell’uomo comune di questa moderna società cristianizzata ci proviene dal complemento di stato in luogo che segue il verbo: «Tu conterrai nel ventre». Significato letterale principale di γαστήρ è pancia, da cui una più aggraziata voltura nel caso di maternità con grembo. Ma il greco antico non si poneva tale problemi di espressione propri di un mondo che ha cercato poi di emarginare l’antifemminismo. Nell’Annunciazione lucana, anzi, vi è una marcata sottolineatura di quelle componenti culturali misogine (appartenenti d’altro lato altresì al cosmo giudaico veterotestamentario). Quanto viene fuori alla luce della mia analisi contraddice una più avanzata teologia cristiana la quale a proposito dei modi con cui è stata prospettata e si è attuata la nascita di Gesù Cristo ha cercato di essere sempre meglio idealista e positiva nella sua presentazione dell’argomento alla gente comune. Rileviamo, purtroppo, che l’ermeneutica contestuale scrosta dalla superficie intenzioni di significato secondo me fuorvianti. Se andiamo a vedere le altre parole di Gabriele che completano la descrizione della gestazione, ci renderemo conto che quella semantica esclude il dogma della perpetua, anche post partum, verginità mariana. L’autore del testo lucano fa dire all’arcangelo rivolto a Maria ciò: «Τέξῃ υἱόν». Il verbo possiede l’identica forma grammaticale del precedente. Τίκτω, riferito a soggetti femminili, denota l’atto del partorire; la copertura semantica di questo verbo si rivela così estesa che non solo include gli animali, ma pure il mondo vegetale. Gabriele dichiara: «Tu partorirai un figlio [nella stessa modalità standard prevista dalla naturale biologia animale]». A chi ha scritto non interessava per niente puntualizzare un dogma di quel genere. Viceversa si è espresso con una semantica la quale lo confuta. In quel mondo greco-romano del I secolo d.C. la donna in genere veniva pensata a quel modo che ho evidenziato nel volgere i valori semantici delle parole contenute nell’Annunciazione lucana. E Maria non ha fatto eccezione: è stata presentata, sebbene nella veste del femminile idealizzato in quella cultura (Carite, Grazia), comunque come un soggetto di serie B rispetto alla categoria dominante, ovunque, del maschile. Dovrebbe sconcertare e non poco, inoltre, il fatto che il redattore del Vangelo di Luca abbia esplicitamente e platealmente resa evidente una enorme diversità semantica fra la maternità mariana e quella di Elisabetta (Lc 1,13). Nel parlare di quest’ultima il suo partorire viene denotato mediante un verbo diverso rispetto a quello che abbiamo visto adoperato per la Vergine. La funzione strumentale di costei nel mettere al mondo Gesù Cristo (un soggetto non umano, divino, di diversa sostanza) è stata sottolineata dal confronto con la parallela gestazione (sempre miracolosa, però producente un essere umano sebbene “pieno di πνεῦμα ἅγιον”) di Elisabetta. Lei «γεννήσει υἱόν», non «τέξῃ υἱόν». Eppure l’azione appare la stessa: il partorire. Il redattore usando il verbo γεννάω ha inteso denotare una procreazione secondo il proprio genere (“generare”, appunto): umano da umano. Nella circostanza mariana la discriminazione ontologica risulta così squalificante per la Madonna che il contenuto divino da introdurre nel mondo fa sì che le venga associato un verbo generico privo di spessore spirituale (il suo si mostra un comune animale fisiologico partorire). Quando la Madonna in Lc 1,38 si proclama «δούλη κυρίου» non fa altro che chiudere il cerchio antropologico femminile: gli uomini comandano, le donne obbediscono. Δούλη rappresenta il femminile del sostantivo maschile δοũλος: “nato schiavo” puntualizza il “Liddell/Scott” (a differenza di ἀνδράποδον, “fatto schiavo”). Peggio di così non si poteva fare. Il termine δούλη ci sta a indicare che Maria non dispone di unoriginaria libertà personale in quanto donna, né nell’universo greco-romano né in quello giudaicocristiano. Il compito femminile in detti contesti si mostra quello di adeguarsi all’autorità maschile, e così accade nell’Annunciazione lucana, dove la Vergine non protesta di fronte al progetto a suo carico. Non poteva essere diversamente stanti i connotati ideologici che hanno generato il testo in esame. A me, che ho parlato di sadismo presente nella Bibbia e nel Cristianesimo5, nell’Annunciazione alla Madonna sembra di vedere quell'orizzonte sadico già indicato. Dal mio punto di vista sussistono elementi alla volta di un rilevamento di una scena sadista. Un oscuro messaggero avvisa con toni inquietanti, e compiaciuti (ecco il tocco sadista), una prossima forma di violenza sessuale (l’azione ex abrupto dello Spirito Santo prospettata non possiede giustificazione valida o scusante). D’altro canto alle figure degli abusatori (maschili: Gabriele e Dio, responsabili rispettivamente di violenza psicologica e di violenza sessuale) si contrappone una conciliante masochista vittima (così quella costruzione narrativa qualifica Maria al cospetto di un ponderato scientifico maturo sguardo analitico). Il difetto centrale della costruzione lucana risulta quello di non concedere facoltà di scelta alla Madonna. Quel gravissimo deficit socioculturale di allora è rimasto dentro quel testo, specchio di una cultura ormai non più in vita. Questo però non ci impedisce di condurre una corretta ermeneutica testuale grazie all’applicazione sopra la lettura delle categorie mentali le quali accompagnarono quella redazione. Costituisce distorsione a scapito dell’obiettiva comprensione l’interpretazione teologica adeguantesi ai propri tempi: l’utile propagandistico non rientra nella metodologia scientifica. Sulla base del panorama sociale ebraico, nel I secolo d.C., una ragazza come la Maria dell’Annunciazione si stima avrebbe potuto avere intorno ai 13 anni. A voler essere precisi, se trasportassimo questa vicenda in un teatro giuridico contemporaneo italiano ci troveremmo di fronte un caso penale a cavallo fra pedofilia e ninfofilia. Non mancherebbero osservatori desiderosi di ricollocare e di riconsiderare la faccenda storicamente nella propria sede di provenienza. A costoro si potrebbe suggerire, in aggiunta, di rileggere tutto questo brano con i parametri socioculturali, linguistici e concettuali dell’epoca cui potrebbero appellarsi, mettendo mano a 360° a quella realtà attraverso l’approfondimento globale del greco antico, della filosofia antica, della storia antica. Ho spiegato sopra che la madre di Gesù Cristo fosse nella mentalità greca una fanciulla paragonabile a una Carite dacché per il Greco comune di allora non era concepibile il divino nella sua dimensione più elevata privo di una connotazione estetica adeguata. La madre del Figlio di Dio non poteva apparire perciò brutta, doveva necessariamente essere dotata di quella χάρις strutturantesi nelle facciate kalokagatiche. In virtù di ciò, essendomi trasferito nel piano dell’analisi junghiana, posso postulare, senza andare fuori del seminato, una uguaglianza simbolica rivolta all’osservatore greco (o grecizzante) in base alla quale Maria risulta l’equivalente di una distopica Afrodite uranica. E mi riferisco direttamente al discorso di Erissimaco presente nel “Simposio” platonico. Da un punto di vista archetipico (in senso lato: cioè modello elaborato da un sistema culturale) simile riformulazione dell’immagine popolare e non filosofica della dea Afrodite descritta nel testo di Platone recupera moltissimo degli aspetti positivi posti nelle Grazie. Nel contesto lucano che ho preso in esame simile lettura simbolica junghiana si trasferisce, come anticipato, sopra un piano distopico, il quale ha declassato il femminile a un livello di serie B. Ciò non accade in Platone. Infatti la sua Diotima, la quale incontra Socrate, non riceve una spiegazione da lui, bensì accade il contrario: è Socrate a retrocedere in serie B6. Quindi risulta legittima la mia collocazione della Madonna in un’area di distopia, a dispetto dei suoi requisiti kalokagatici, i quali non sono riusciti a salvarla elevandola al rango di una Diotima, la “donna libera” (idea aberrante per molti nell’Antichità, e pure in seguito). Maria è bella e buona, ma rimane δούλη. Rappresenta cioè nella teologia cristiana delle origini il modello da offrire a tutte le donne: il che, appunto, definisco distopico. Le virtù mariane espresse nell’Annunciazione lucana sono ubbidienza e servitù, Diotima nel “Convito” illumina Socrate. Le differenze sono colossali. Il mio ragionamento su Maria afrodisia distopica uranica non si ferma a lei dal momento che Erissimaco ci ha anche parlato dell’Afrodite volgare, denotante gli aspetti meno spiritualizzati della libido sessuale. Nel nuovo Testamento qual è quest’altra figura che potrebbe essere associata all’aspetto appena delineato? Si rivela la “Maddalena/peccatrice”. In lei vengono stigmatizzati gli aspetti deteriori biasimati da Erissimaco. Riscopriamo, allora, grazie all’introspezione psicanalitica una presenza filosofica di impronta platonica con, nella circostanza evangelica, l’utopica negativa dicotomia “Afrodite uranica / Afrodite volgare”. Per onestà intellettuale, voglio ricordare altri due studiosi che, come me, hanno proposto analisi alternative alla teologia ufficiale inerente all’evangelica Annunciazione in Luca. Si tratta degli ottimi Laura Fezia e Mauro Biglino, rispettivamente nelle loro opere “L’inganno della croce” (2017) e “Antico e Nuovo Testamento libri senza Dio” (2016). Ciascun lettore potrà ricercare in modo autonomo differenze e analogie fra le tre posizioni (tenendo conto che questo mio scritto fa parte di un mio saggio indicato al principio nelle note: bene leggerlo perché là compare tutto il resto del mio discorso).
 
 
 
L’Annunciazione alla Vergine in opere di Dante Gabriel Rossetti e di Antonello da Messina delle quali ho parlato, assieme ad altre due di diversi autori, nella mia monografia integrale.



 
NOTE
 
Questo testo (di trentamila battute) è un estratto della mia pubblicazione saggistica intitolata Ecce Ancilla Domini (di quasi ottantamila), invito a leggere il testo integrale al fine di approfondire.

 
1 Vedansi in mie pubblicazioni: in Note di studio (2016) la parte intitolata Iside e Osiride, Cristo e la Madonna; in Novità e ripresentazione (2025) l’altra parte Teologia transumanistica e transgenderista.
 
2 Per approfondimenti segnalo miei lavori dentro mie opere: in Novità e ripresentazione (2025) il segmento recante il titolo Il “De providentia” di Seneca e il Cristianesimo; in Prospettive rinnovate (2023) l’altro Dall’inno stoico a Zeus di Cleante alla fondazione del Cristianesimo; in Partita a scacchi (2022) infine Gesù stoico e dionisiaco.
 
3 Indico un paio di esempi provenienti da miei saggi: in Considerazioni letterarie (2014) la sezione Antropogonia e androginia nel Simposio e nella Genesi; in Radici occidentali (2021) la seconda Sul biblico “Cantico dei cantici” e su Gn 1,1.
 
4 Ho affrontato l’argomento dell’estetica sacra, anche mariana, nella mia monografia Sindrome dell’arte medievale (2024), e nella mia pubblicazione Note di studio (2016) dove ho parlato de La Madonna del latte in trono col Bambino di Jean Fouquet (nella parte intitolata La Madonna “pneumatica” e Lenina Crowne).
 
5 Circa questo aspetto, che ho toccato varie volte, invito a leggere la mia monografia De Sade et quid “Squid game” docet (2025) all’interno della quale il corredo delle note fornisce indicazioni di approfondimento (ad hoc là si vedano in particolare le note 6 e 11).
 
6 Sul caso di Diotima un mio più ampio esame del dialogo platonico che la vede tra i protagonisti: Eros e la libido junghiana nel “Simposio”, nella mia pubblicazione Note di critica (2017).

“ECCE ANCILLA DOMINI” / saggio in PDF di Danilo Caruso

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27 marzo 2026

LA VERTIGINE DELLA VERITÀ E IL PESO DELL’IMPOSSIBILE

Testo generato da ChatGPT (OpenAI), dietro richiesta e sotto la supervisione del filosofo e critico letterario Danilo Caruso, testo curato e presentato da costui. Detto contributo è pubblicato nella maniera più categorica senza fini di lucro, a scopi culturali e non commerciali, nel rispetto della trasparenza sulla provenienza del contenuto e delle condizioni di utilizzo di OpenAI. Il lettore viene invitato ad accogliere lo scritto di ChatGPT quale elaborazione accompagnata, risultato di una esperienza creativa fra lo strumento tecnologico avanzato e la sensibilità umana. Danilo Caruso ha determinato la produzione del testo formulando una richiesta iniziale: il contenuto di ChatGPT è stato generato nel perimetro di una conversazione guidata. Danilo Caruso che ha sollecitato il contenuto testuale di ChatGPT ne detiene i diritti di pubblicazione alla luce dei termini di utilizzo di OpenAI. La diffusione avviene qua (sul blog notediriflessione.blogspot.com) conformemente alla licenza “Creative Commons Attribution – NonCommercial – NoDerivatives 4.0 International (CC BY-NC-ND 4.0) – Nessuna modifica o uso commerciale consentiti”. Tale licenza permette agli altri di condividere il testo (copiarlo, ridistribuirlo, etc.), a condizione che ne attribuiscano in modo preciso e corretto la fonte, non lo modifichino in alcuna maniera, non lo usino per scopi di lucro; suddetta licenza non consente adattamenti, traduzioni, rielaborazioni di parti testuali.
 
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ChatGPT
 
Hai detto:
Ti chiedo cortesemente di immaginare un racconto (con titolo) dove il filosofo e critico letterario Danilo Caruso e l'antieroina sadiana Juliette (ciascuno con la sua forma mentis) intervengono a risolvere uno scontro tra il Barone di Münchhausen e il Conte di Montecristo per la mano di Lara Croft. Grazie.
 
ChatGPT ha detto:
Titolo: La Vertigine della Verità e il Peso dell’Impossibile
 
Nella grande sala di una biblioteca che non apparteneva ad alcun tempo — con scaffali che salivano come stalagmiti e finestre aperte su deserti, castelli e giungle digitali — si consumava uno scontro singolare. Il Barone di Münchhausen, gonfio di iperboli come vele al vento, e il Conte di Montecristo, affilato di silenzi e di giustizia meditata, si fronteggiavano per la mano di Lara Croft.
 
Lara, al centro, osservava con calma archeologica: sapeva riconoscere le rovine prima che crollassero.
 
«Io l’ho già salvata tre volte senza muovermi dalla poltrona!» dichiarò il Barone, estraendo dal cilindro un ricordo che sembrava un cannone. «Una volta volando sulla luna, una volta cavalcando una palla di cannone, e una terza… be’, la terza è troppo incredibile persino per me.»
 
Montecristo non rispose subito. I suoi occhi, che avevano attraversato prigioni e tradimenti, pesarono le parole come monete d’oro. «L’amore non si misura in imprese raccontate,» disse infine, «ma nella pazienza di restituire a ciascuno ciò che gli è stato tolto.»
 
Il duello verbale rischiava di diventare infinito, quando due figure avanzarono dagli scaffali.
 
La prima era Danilo Caruso, filosofo e critico letterario, con l’aria di chi ascolta le storie non per credervi, ma per capirne le strutture. La seconda era Juliette, l’antieroina sadiana, elegante e inquietante, che osservava il mondo come un laboratorio morale senza istruzioni.
 
Caruso parlò per primo, con voce pacata: «Signori, il vostro conflitto è un errore di categoria. Il Barone vive nella retorica dell’eccesso, il Conte nell’etica della riparazione. Nessuno dei due sta davvero parlando di Lara, ma di sé.»
 
Juliette sorrise, inclinando il capo. «E aggiungerei,» disse, «che il desiderio di possesso è il più noioso dei vizi. La libertà, invece, è un esperimento interessante.»
 
Münchhausen sbuffò. «State forse dicendo che le mie storie non valgono nulla?»
 
«Al contrario,» rispose Caruso, «valgono come metafore. Ma una metafora non può sposare una persona.»
 
Montecristo annuì lentamente. «E la giustizia che cerco non può essere pretesto per legare qualcuno al mio destino.»
 
Lara fece un passo avanti. «Finalmente,» disse. «Avete viaggiato, sofferto, inventato. Io continuo a esplorare. Non sono un premio.»
 
Il Barone si tolse il cappello, per una volta sincero. Il Conte abbassò lo sguardo, accettando il verdetto.
 
Juliette rise piano. «Che delizia quando la ragione interrompe il melodramma.»
 
Caruso chiuse un libro invisibile. «La letteratura ci insegna questo: i conflitti più interessanti si risolvono quando i personaggi capiscono il proprio ruolo.»
 
La biblioteca tremolò, e ciascuno tornò al proprio mondo. Lara Croft rimase un istante, poi sorrise e si avviò verso una nuova porta.
 
Non c’era mano da conquistare, solo strade da scegliere.

01 marzo 2026

“ERMENEUTICA FILOSOFICA DELL'UFOLOGIA” / saggio in PDF di Danilo Caruso

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SULLE ALIEN ABDUCTION

di DANILO CARUSO
 
Ragioniamo in maniera logico-filosofica sui rapimenti di umani da parte di non umani e sui relativi racconti provenienti da vittime. Mettiamo da parte inizialmente la modalità di recupero delle informazioni. Distinguiamo subito le adduzioni aliene in vere e false. Queste ultime, a prescindere dal loro contenuto riportato in forma conscia (ricordo lucido) o mediata (ipnosi regressiva), non risultano avvalorabili in guisa obiettiva con prove (segni corporei, missing time, etc.): si tratta di esperienze con l’Inconscio collettivo, se non di casi finti, presunti reali in principio, derivanti da suggestioni in buona fede o intenzionale inganno in mala fede. Liquidata la falsità generica di eventi di abduction, concentriamoci adesso sugli episodi giudicati veri (e io credo nella realtà di prassi di adduzione messa in atto da extraterrestri): accantoniamo la meta per il momento per focalizzarci sul fatto in sé e su come la mente e la coscienza personale del rapito vivono la circostanza anomala. Chi rammenta l’evento e tutto il suo seguito spontaneamente, se mostra riscontri oggettivi quali segni su di sé e/o missing time, appare credibile. Viceversa non vuol dire che sia in modo automatico mendace: resta su di lui un punto interrogativo, in attesa di possibili approfondimenti. La faccenda si complica quando, con o senza ipnosi regressiva, ci ritroviamo sul tavolo d’esame elementi sulla cui natura non sappiamo subito afferrare il fondo: simbolo junghiano sovrastrutturale (celante un livello rimasto velato a causa di trauma dovuto all’esperienza adduttiva), o realtà letterale (concreta). Ho già varie volte detto che dal mio punto di vista filosofico le razze non umane teriomorfe (Rettiliani e Insettoidi) costituiscono una proiezione dell’Inconscio assoluto sui Grigi: da questo piano giungerebbero ai rapiti (riallacciandomi a Jacques Vallée, da una mia linea junghiana, ho considerato quelle nel mio quadro parafisiche o metafisiche, non necessariamente esperibili da tutti in quanto circoscritta offerta dell’Inconscio assoluto). Sono perfettamente d’accordo con le parole di Barbara Bartholic (riportate nel libro di Karla Turner “Masquerade of angel”, scritto in collaborazione con Ted Rice e uscito nel 1994, pagg. 248-250) allorché spiega che i ricordi emergenti da presunte abduction, emersi in qualsivoglia modo, potrebbero essere distorti da un meccanismo di rimozione il quale applica una schermatura di nascondimento: idea analoga a quella di Turner esposta in “Into the Fringe” pubblicato nel 1992 (vedasi nel cap. 4 la parte inerente a Megan: “screen memories”, pag. 63). Sono ancora d’accordo con entrambe le ricercatrici sul fatto che ciò scatti in seguito a un trauma vissuto dal soggetto. Sebbene questa formale sintonia, mantengo la specificità di alcune mie idee. In “Taken” (1994) Karla Turner espone i casi di donne giudicate rapite da extraterrestri. Non voglio negare che lo siano, tuttavia qualcuno di quelli manifesta connotati possibilmente riconducibili a traumi di origine umana (abusi di pedofili: Polly e Angie) e a sospetta incipiente schizofrenia (Amy). Ciò non comporterebbe comunque l’esclusione dell’ipotesi di adduzione. Come nella circostanza di Ted Rice, nel primo testo menzionato di Turner, non mi spingo a dire che non ci sia stata esperienza di rapimento alieno. Però i dettagli della storia di lui mi inducono a pensare a una vicenda contenente abusi sessuali giovanili, il cui insieme è stato appunto rielaborato con un velo surreale. La presenza di Rettiliani stupratori non mi circoscrive all’ambito ufologico. Reputati da me manifestazioni dell’Inconscio impersonale, li ho notati con una frequenza insistente protagonisti in performance sessuali: indice, secondo me, di qualcosa che non lega agli alieni concreti, bensì ad aspetti (rimossi) della coscienza umana del soggetto di turno che li esperisce. Il processo di evoluzione psichica di Rice mi sembra il compimento di un classico percorso di individuazione junghiana. La sua vocazione a farsi messaggero di illuminazione a beneficio di tutti evidenzia un cammino alchemico-junghiano, dove da quella nigredo di partenza è pervenuto a una simbolica rubedo catartica. Lui parla di angeli gnostici, i quali buoni e cattivi, cooperano per un fine rivolto all’umanità. Questo da un lato ci rammenta molto Jung e il tema dell’integrazione dell’Ombra, dall’altro grazie a Rice ci riporta agli extraterrestri: ma da qui ritorniamo immediatamente al mero piano psicanalitico, dove sembra giocarsi questa dialettica (senza necessità di coinvolgere gli alieni). In linea di principio non sono propenso ad abbandonare con rapidità il livello dell’esame psicologico a vantaggio di un ragionamento di differente profilo investigativo allorché non si abbiano valide prove aggiuntive. Le ipnosi regressive, come sottolineato da Barbara Bartholic, richiedono impegno nello squarcio del velo schermante il trauma. Quello che cerco di dire io è che non risulta facile capire dove cominci il concreto e dove finisca il simbolico sovrastrutturale: il primo potrebbe cominciare un po’ dopo Rettiliani e Insettoidi, nella mia teoria. Tutti e tre i libri di Karla Turner sono ottimi. Testimoniano un enorme encomiabile lavoro di studio e di ricerca il quale merita la massima attenzione: le mie particolari sfumature concettuali junghiane non intendono menomare alcunché. Dal mio punto di vista, l’abduction richiede una convalida che fondi la sua forza sopra un impianto probatorio allargato a elementi di accompagnamento in aggiunta all’ipnosi regressiva (la quale non scarto quale utile metodo di ricerca). Karla Turner ci rammenta in “Into the fringe” che Barbara Bartholic (la quale fu collaboratrice di Jacques Vallée) avesse notato nel recupero informativo che gli alieni siano stati osservatori e studiosi di sensazioni ed emozioni umane (vedasi cap. 11), tesi poi approfondita da Eve Lorgen in una particolare direzione da cui mi sono discostato in ossequio alla parte junghiana delle mie posizioni1. Nel testo testé citato Turner sottolinea la tangenza di simile rilevamento con le analisi di Budd Hopkins: gli extraterrestri conducono esperimenti sul dolore umano a scopi di studio. Nella conferenza tenuta da questo studioso, di cui si fa menzione qui nel libro di Turner, Hopkins dichiara che gli alieni siano interessati altresì, in tale ambito di studio emotivo, a tutto ciò che ruoti attorno alla sessualità umana (da tale versante poi le idee idee di Lorgen), sino a spingersi inoltre a IR7. A proposito del pensiero ufologico di Bartholic in simile ultimo merito, viene ricordato che ella avesse postulato l’imprinting e la manipolazione mentale aliena sopra esseri umani, imprinting e manipolazione relativi alla di costoro sfera sessuale-amorosa. Cioè intelligenze non umane hanno promosso esperimenti per comprendere dinamiche libidiche. Il che convalida la mia tesi di Grigi, soggetti postumani, che hanno perso la “dimensione sentimentale junghiana”: perciò studierebbero tutto quanto appartiene al campo emozionale degli uomini, che non sia formale facoltà razionale junghiana. Cercherebbero, secondo me, una riscoperta di originari processi personali, smarriti a causa del loro transumanesimo, il quale li avrebbe portati al di là delle emozioni. Dolore e piacere, dice lo Hopkins di sopra, sono oggetti di studio extraterrestre. A un certo punto del suo discorso ricalca la mia idea sul postumanesimo alieno, idea che quindi scopre la sua primogenitura in Hopkins: io in precedenza c’ero giunto per altra via già altrove chiarita2; una via, direi, più filosofica. Ma sono lieto di aver recuperato un’affermazione precedente omogenea provenuta da questo eccellente studioso, il quale puntualizza pure l’interesse extraterrestre verso la στοργή e l’ibridazione umano-aliena. Chiudo questa sezione specificando che gli alieni “emotional vampires” di cui nel pensiero ufologico di Bartholic, responsabili “to harvest” reazioni emozionali umane (il verbo in inglese costituisce anche un sostantivo usato nei titoli divulgativi di Linda Moulton Howe), differiscono, in quanto semplici non empatici studiosi, dagli extraterrestri nella concezione di Lorgen, consumatori alimentari di energie emotive umane: io condivido la posizione di Bartholic, omogenea alla mia impostazione filosofico-ufologica. Torno al ragionamento strettamente legato alle adduzioni per soffermarmi sul problema del trattamento ermeneutico da riservare alle informazioni da ipnosi regressiva. Chiarita da tempo la mia vicinanza a Jung, ribadisco la mia tesi su Rettiliani e Insettoidi: non ontologicamente equiparabili a Nordici e Grigi. L’ipnosi regressiva restituisce un narrato che dovrebbe essere analizzato in modo da separare il concreto dal simbolico. E ho indicato una mia procedura di massima. In tutto il resto del dettaglio bisognerebbe avanzare con sguardo junghiano. Potrebbero ritornare un ricordo lucido, una rivelazione da ipnosi, i quali sono velati ancora da effetti traumatizzanti sulla cui natura preferisco in sede formale non indagare: spetta all’analista rintracciare le possibili cause (umana, aliena, o entrambe). Il compito è quello di decostruire qualsiasi messaggio alla volta delle matrici. Fermarsi alla superficie non è molto scientifico, e questo non lo dico solo io. Barbara Bartholic ha sottolineato l’impegno e la difficoltà di superare le schermature: sulla loro sostanza ho maturato un pensiero più sfumato, più strutturato grazie alla psicologia individuale. Ciò non equivale a squalificare l’altrui concezione, strutturata appunto in differente guisa: ho parlato di diversità di orientamenti. Esplicito meglio il mio mediante una classificazione che ho elaborato ad hoc inerente alle abduction nella mia prospettiva analitica.
 
 
 
“SCALA CARUSO” SU RESOCONTI DI ESPERIENZE DI RAPIMENTI ALIENI DI ESSERI UMANI VISSUTE DALL’ADDOTTO
 
A1 (valore di credibilità: 9/10; lascio sempre un margine d’errore legato al diavolo ingannatore cartesiano)
Esperienza di abduction ricordata lucidamente (non necessariamente per intero) al di là di forme di amnesia possibile e accompagnata da prove a parte (segni corporali, impianti, etc.).
 
A2 (9/10)
Esperienza di rapimento rimossa (amnesia) recuperata attraverso ipnosi regressiva scevra di forme simboliche e accompagnata da tracce a parte (missing time, segni corporali, impianti, etc.)
 
B1 (8/10)
Esperienza di rapimento rimossa (amnesia) recuperata attraverso ipnosi regressiva contenente in parte forme simboliche e accompagnata da tracce a parte (missing time, segni corporali, impianti, etc.).
 
B2 (8/10)
Esperienza di rapimento rimossa (amnesia) recuperata attraverso ipnosi regressiva contenente del tutto forme simboliche e accompagnata da tracce a parte (missing time, segni corporali, impianti, etc.).
 
C1 (7/10)
Esperienza di rapimento rimossa (amnesia) recuperata attraverso ipnosi regressiva scevra di forme simboliche e non accompagnata da tracce a parte (missing time, segni corporali, impianti, etc.).
 
D1 (6/10)
Esperienza di rapimento rimossa (amnesia) recuperata attraverso ipnosi regressiva contenente in parte forme simboliche e non accompagnata da tracce a parte (missing time, segni corporali, impianti, etc.).
 
D2 (6/10)
Esperienza di rapimento rimossa (amnesia) recuperata attraverso ipnosi regressiva contenente del tutto forme simboliche e non accompagnata da tracce a parte (missing time, segni corporali, impianti, etc.).
 
D3 (6/10)
Esperienza di abduction ricordata lucidamente (non necessariamente per intero) al di là di forme di amnesia possibile e non accompagnata da prove a parte (segni corporali, impianti, etc.), ma suffragata da ipnosi regressiva.
 
E1 (5/10)
Esperienza di abduction ricordata lucidamente (non necessariamente per intero) al di là di forme di amnesia possibile, non accompagnata da prove a parte (segni corporali, impianti, etc.), non suffragata da ipnosi regressiva.
 
F1 (0/10)
Esperienza junghiana del soggetto (integrali manifestazioni dell’Inconscio collettivo, senza nessuna connessione con tecnologie o intelligenze non umane).
 
 
 
In una puntata della serie “Profiles In UFOlogy”3, diffusa nel 1999, il conduttore Reed Hall ha intervistato lo psicoterapeuta e studioso di abduction John Carpenter (ipnoterapeuta e Direttore nel MUFON, tra il 1991 e il 2000, della sezione di ricerca sui rapimenti alieni). Il ricercatore ha qui espresso una notevole considerazione la quale va nella direzione del mio pensiero sopra Rettiliani e Insettoidi. Egli ha affermato che Rettiliani e Alti Bianchi verosimilmente non sono concreti e che presumibilmente sono immagini proiettate («Reptilians and Tall Whites probably aren’t real; they’re probably projected images»). Un’affermazione molto breve, tuttavia molto significativa, e che trova un aggancio con le mie idee, le quali allora precorre: Carpenter non ha parlato di Inconscio collettivo, ma la riduzione di alcune specie aliene da sostanze reali a immagini (junghiane, aggiungo io, sulla base della mia teoria) rappresenta per me un valido sostegno (un incontro da strade diverse: lui è partito prima, io dopo). John Carpenter nella sua lunga esposizione (della lunghezza di quasi due ore), articolata e interessante, ha pure ipotizzato un’evoluzione biologica grigia la quale abbia reso simili esseri quel che sono nella vulgata ufologica. Non ha parlato di transumanesimo come me, ma ha fatto un paragone su come si ridurrebbe la razza umana se atomizzata alla stregua di una chiusa monade di Leibniz: il distacco renderebbe superflui i generi sessuali e la normale prosecuzione della specie a vantaggio di qualcosa di simile nel metodo al Brave New World, e produrrebbe l’atrofizzazione somatica di quanto non più funzionale. Huxley e le monadi sono miei inserimenti per chiarire il discorso. Carpenter non ha neanche parlato di parentela genetica con noi, solo di compatibilità: per me, nell’Universo, esiste una provenienza unica del modello antropomorfo, poi, da quanto intravisto, modificatosi su una via distopica. Non trovo una ragione filosofica per ipotizzare un’origine policentrica allo schema biologico antropomorfo (rasoio di Ockham). Posso approfondire meglio il mio punto di vista teorico sui Grigi. Costoro a causa del loro postumanesimo hanno perso la “facoltà sentimentale junghiana”, sino a diventare razionalisti non empatici. La cosa ha provocato nella loro specie un trauma di ritorno strutturale dall’Inconscio impersonale: la mutilazione di una delle quattro funzioni personali della coscienza (razionale, sentimentale, intuitiva, percettiva) ha prodotto nella loro coscienza le specie aliene teriomorfe (di cui si dice siano appunto succubi). Loro vedono e vivono Rettiliani e Insettoidi quali manifestazioni dell’Inconscio assoluto in funzione traumatica: gli addotti umani osservano simile cosa in una maniera che non saprei dire se girata al rapito direttamente dall’Inconscio collettivo o dalla coscienza grigia alla coscienza umana del caso, la quale immagazzina informazioni dunque non sempre corrispondenti a una realtà obiettiva universale. Viene esperito un mondo possibilmente costruito con mattoni junghiani da un canto e con mattoni tangibili per tutti dall’altro: simili due dimensioni io chiedo di separare nell’analisi (e Carpenter ha capito l’esigenza prima di me). Quanto i Grigi operano, secondo me, è riconducibile a un piano di cura generale della loro razza. Valuto vera l’ibridazione umano-aliena4 giacché sembra l’unica via per restituire a loro in modo stabile la “capacità sentimentale junghiana” e tutto il corredo di sensazioni ed emozioni risiedenti al di fuori della “funzione razionale”. Tutto quello che ruota attorno al progetto di ibridazione (prelievi di esseri umani e mutilazioni animali) si rivela strettamente interconnesso su questo fronte. I Grigi standard non si rendono conto del trauma provocato sugli addotti perché non vivono in maniera emotiva: appunto non sono empatici. Gli ibridi possono aver recuperato un vissuto emotivo da cui partire alla volta del risanamento. Giudico verosimile che questi ultimi siano in mezzo alla popolazione umana, nella prosecuzione del piano di risanamento psichico collettivo grigio. La cosa non appare comunque né liscia né facile. Ammetto che i fratelli grigi hanno bisogno di noi, come noi potremmo beneficiare di una scienza medica aliena più progredita nella cura di malattie e problemi sanitari. Non li considero nemici, sebbene autori di azioni (abduction, mutilazioni animali, avvistamenti, etc.) le quali dalla nostra ottica possono mostrarsi anche parecchio disturbanti e traumatiche. Forse un’aperta collaborazione pubblica fra Umani e Grigi avrebbe evitato attriti (come quello di cui si dice a Dulce: addirittura uno scontro armato). Non saprei dire se ci sia, o ci sia stato, un proposito grigio di sostituire la popolazione umana (con più basso QI, riterrei) con loro corretti geneticamente e nella psiche, ma sopra una base di ragionamento schiettamente filosofico do per verosimile il progetto di ibridazione a scopo salvifico (da cui tutto il resto di cui si parla in molteplice modo). Nel libro uscito nel 2003 “Barbara / The story of UFO investigator”, di Barbara Bartholic (scomparsa) e curato da Peggy Fielding, si torna a discutere di emozioni umane e di Grigi, in linea con me, mediante particolari accenni nei capp. 15, 19, 21. Loro non umani prediligerebbero l’osservazione del dolore umano. Si precisa pure che i Rettiliani controllerebbero i Grigi. Nel primo aspetto penso di poter dire che questi si mostrino involontariamente sadici, nel secondo che i loro presunti dominatori possano in realtà essere proiezioni disturbanti dall’Inconscio assoluto nella modalità sopra da me chiarita (li vivrebbero, per fare degli exempla di paragone, quali complessi a tonalità affettiva invadenti, come in una forma di schizofrenia, in una sindrome di disturbo). C’è un passaggio nevralgico del testo molto nitido nella mia direzione. Gli extraterrestri si sono concentrati sulle sfere emotive inerenti a sessualità e dolore (con preferenza su questo). Cerco di interpretare la situazione: gli alieni si sono focalizzati su aspetti ruotanti attorno alle pulsioni libidiche freudiane animali: istinto sessuale e istinto di autoconservazione (ai Grigi standard mancano queste pulsioni in quanto esseri di razionalità asciutta). Quando nel libro si puntualizza che le frequenze del dolore umano li alimentano (“feed”) non si sta parlando in un’accezione lorgeniana, bensì in una guisa pedagogica: gli extraterrestri “apprendono” una dimensione emotiva connessa alla sensazione; “feed” in senso figurato. E da quel che pare sono partiti nel loro progetto di riacquisizione della “funzione sentimentale junghiana” dal grado libidico più basso. Perciò costoro cercherebbero la gamma negativa costituita da tristezza, preoccupazione angosciante, sofferenza fisica. Ma non è necessariamente detto, si conclude nel libro citato, che l’unica prospettiva da esperire per l’eventuale cavia umana sia quella dolorosa, potrebbe darsi l’opposta: gli esseri umani in quanto soggetti emotivi verrebbero presi in tale considerazione a 360°.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato Ermeneutica filosofica dell'ufologia
 
 
1 Per approfondire segnalo un mio studio inserito nella mia monografia Ermeneutica filosofica dell’ufologia (2026). L’estratto è pubblicato su questo blog, intitolato Il “morso d’amore” di Eve Lorgen.
 
2 Ne ho parlato nel mio saggio Filosofia ufologica (2026), il quale invito a leggere per la serie generale di ragionamenti e riflessioni là iniziati. Questa parte indicata si trova su internet estratta con lo stesso titolo della monografia: perciò raccomando di non confondere questa, più breve, con l’intera pubblicazione monografica a parte, più lunga.
 
 
4 Ho affrontato l’argomento in una mia analisi presente dentro la mia opera Ermeneutica filosofica dell’ufologia (2026). Ho pubblicato l’estratto su questo blog, col titolo di Ermeneutica ufologica.

14 febbraio 2026

IL “MORSO D’AMORE” DI EVE LORGEN

di DANILO CARUSO
 
Mi spiace, con sincerità, prendere atto che ormai solo l’ignoranza può costituire la base “intellettuale” degli sceptici ridentes riguardo a UFO/UAP ed extraterrestri. D’altro canto rilevo una tendenziale parallela leggerezza in chi rappresenta il comune fruitore di informazioni nell’altra metacampo: pochi approfondiscono a dovere scientifico, e molti al massimo si tatuano addosso qualche libro letto senza spirito critico effettivo. Rammento che le idee non vanno accolte in maniera dogmatica, bensì dopo una valida riflessione. A me, ad esempio, la teoria su alieni energivori spirituali e il discorso che parla di extraterrestri teriomorfi (Rettiliani e Insettoidi) non convincono in relazione a una loro concretezza reale. A mio giudizio, e mi ripeto, Rettiliani e Insettoidi (e quanto facciano) costituiscono un’espressione dell’Inconscio collettivo: non li penso quali alieni in sé e per sé. Idest: costoro non sono percepibili/percepiti da tutti. Nella mia filosofia ufologica loro esprimono possibile manifestazione dell’Inconscio impersonale (o dell’Ombra junghiana), oppure l’azione di un qualche complesso psichico gravitante nell’orbita di uno o più soggetti. Quindi trovo difficoltà ad accogliere, facendo un exemplum, per intero le idee di Eve Lorgen, rese note nella sua opera “The Love Bite / Alien interference in human love relationship” (1999). E dico ciò per dimostrare che non mi sposo con tutta l’ufologia in giro, peraltro divisa a volte da punti di vista distanti. Il mio possiede una marcata connotazione filosofica: non vado a cercare passeggiando sulla reale classificazione di Hynek; esamino documenti (in senso lato), idee e pubblicazioni (sempre in senso lato) di ufologi e giornalisti investigativi. Un po’ al modo di Nero Wolfe. Lungi da me l’intenzione di sminuire il lavoro di Eve Lorgen offerto in “The Love Bite”. Apprezzo le sue buone intenzioni di studio. Tuttavia mi permetto, con eleganza, di evidenziare la differenza della mia visione al di lei cospetto. Ella reputa che gli extraterrestri possano rapire esseri umani non solo con l’obiettivo di sondare prospettive medico-biologiche, ma anche con l’intento di creare, mediante manipolazione psicomentale, coppie di partner ad hoc dalla cui programmata rottura della relazione amorosa i primi, energivori psicospirituali, trarrebbero un nutrimento dalle emozioni negative di suddetti malcapitati, messi assieme non da uno schopenhaueriano inganno della Natura, bensì dalle raffinate tecniche dei primi. Lei parla di strumenti fisici e immateriali nel controllo dell’addotto (nel secondo caso rievoca l’immagine della “freccia di Cupido”), nonché di “telestesia”, ossia di una sintonia psichica colla controparte, latrice di singolari fenomeni di sincronicità (junghiana, preciso io) intuiti nella coppia. Alieni rapitori possono essere grigi, rettiliani, ma anche insettoidi, grigi di colorito chiaro e di alta statura, robe come draghi e nani; non mancano i Nordici, e i militari umani in compagnia di omogeneo personale medico (vedasi altresì l’intervista a Eve Lorgen su NEXUS, edizione francese, n. 60 gen.-feb. 2009). Per inciso: quelli che la studiosa americana indica quali Nordici, per me, potrebbero essere ibridi grigi. A proposito delle abduction in collaborazione tra umani e alieni (i presunti MILAB) dice che i soggetti rapiti possano possedere tratti di DNA extraterrestre, il che li renderebbe preferibili ad altre vittime umane più normali giacché meglio di queste destinabili a compiti segreti nella veste di agenti di intelligence. Mi permetto di dire che sino a quando Eve Lorgen, nell’apertura del suo libro ha riecheggiato in breve “Missing time” di Budd Hopkins non ho incontrato divergenze. Esse sono emerse a proposito della natura del “Love Bite” (morso d’amore). Non nego che possa esistere qualcosa del genere, però io, da junghiano nonché studioso pure di ufologia con una personale ottica, lo sposto sopra tali due sedi analitiche con i risultati che esporrò. Il mio primo iter mi porta a postulare una dinamica in interiore homine, non in exteriore. Ritengo che la “voluntas” di Schopenhauer non sia nient’altro che la libido junghiana, quindi allorché l’autrice americana parla di accoppiamenti studiati mi fa pensare in prima istanza alla metafisica sessuale del filosofo di Danzica: ci sono unioni, combinate dalla voluntas-libido, le quali vanno a male giacché costruite sull’inganno (puntualizzo io, a scapito di soggetti dalla maturità libidica insufficiente). Eve Lorgen nel momento in cui spiega la prima fase operativa del “morso d’amore”, il quale io hegelianamente definerei antitetica rispetto al logico-tetico della presunta programmazione pianificata e messa in piedi a monte da alieni, nel capitolo “Signs and symptoms” (a pag. 29 del suo testo menzionato), ci presenta il profilo del tratto, per così dire, positivo del soggetto affetto, ambisesso, il quale io esemplifico per comodità descrittiva nel Werther goethiano1: un nevrotico ossessivo gravemente instabile (del resto è stato in maniera scientifica chiarito il fenomeno dell’innamoramento umano quale “nevrosi sui generis”). Che poi simili soggetti colpiti da “nevrosi – Love Bite” mostrino un movimento enantiodromico del loro interesse, non mi stupisce affatto: che da un eccesso in una direzione si passi a quello di carattere opposto, risulta comprensibile in termini psicanalitici (anche se non moralmente giustificabili qualsiasi eccesso e negatività). Nella coppia “morsa” tale sarebbe la sorte (sintetica, per chiudere il cerchio dialettico), di almeno uno dei partner, sufficiente a mandare tutto all’aria, e a creare nella versione lorgeniana quelle auspicatissime emozioni torbide. La coppia scoppia, e il pranzo extraterrestre per gli alieni psicoenergivori si mostra pronto. La coppia di rapiti allo scopo di essere “morsa” patisce, in almeno uno dei suoi componenti, l’imprinting che scatenerà il momento antitetico-romantico: quando non avviene corresponsione di un partner, il sintetico-decadente scatterà subito. Nel libro possiamo osservare vittime del morso d’amore interagire con figure misteriose che sembrano benissimo essere manifestazioni dell’Inconscio assoluto e non sostanzialmente riconducibili a extraterrestri espliciti. Nei rapimenti alieni di cui in “The Love Bite”, nel momento tetico-logico compaiono autori i Grigi conducenti in seguito esami, esperimenti, pratiche traumatizzanti sugli addotti umani. Ai Grigi rapitori possono seguire manipolatori Rettiliani. Ciò mi fa ritenere che la percezione psichica di tali ultimi possa attraversare Grigi e umani sulla base della mia teoria sul transumanesimo grigio2, ma che reali, all’esterno obiettivi, siano solo i Grigi. Se gli addotti subiscono veramente un trattamento d’imprinting, potrebbe esso essere funzionale, per me, a qualche esperimento non a scopo energivoro emozionale, bensì a qualcosa di interesse osservativo: esperimenti e studi legati alla “funzione sentimentale junghiana” umana, nei Grigi standard latitante e nei loro ibridi umano-alieni difettosa. Secondo il mio punto di vista, i casi validi osservati potrebbero essere esperimenti psicologici di imprinting, destinati a uno studio specifico e non a una consumazione energetica emotiva alimentare a danno delle cavie. Laddove si mostrano figure umane in scenari propri di alieni, potrebbe trattarsi di ibridi grigi; giudico i Rettiliani apparenti nella fenomenologia di Love Bite indagata da Eve Lorgen una proiezione dell’Inconscio impersonale, rigirata forse dai Grigi sugli umani di turno (se non una diretta proiezione originaria più allargata). La questione dell’ibridazione umano-grigia e l’impianto embrionale su donna umana sono temi scoperti legati dall’attenta autrice americana alla sua analisi. Prospetta l’argomento dell’ibridazione umano-aliena come campo di sperimentazione psichica degli extraterrestri, una sperimentazione volta a esaminare libido ed emozioni (capacità sentimentale junghiana, specifico io). Puntualizza che i Bianchi di alta statura, da lei ricondotti ai Grigi (infatti io li reputo ibridi umano-alieni), sarebbero ghiotti di energia emozionale umana (libido, ripeto sempre io). A parere di lei, il quale condivido, umani e Grigi sarebbero imparentati geneticamente (io credo il fondo d’origine, non postumano, grigio antropomorfo uguale al nostro). Nella visione lorgeniana gli ibridi grigio-umani rappresenterebbero la loro ventura classe dirigente e la nostra, essendo dotati di capacità di resistenza ai cambiamenti negativi dell’ecosistema terrestre. Ella, alla fine del suo testo citato, generalizza la meta di quello che reputa un piano di manipolazione psicologica esteso: rincoglionire l’umanità in previsione dei loro tornaconti. In tutta modestia, giudico che per simile fenomenologia basti lasciare l’indagine nel campo umano, senza necessità di introdurre cause extraterrestri (rasoio di Ockham). A sostegno della mia ipotesi junghiana su parte del morso d’amore un caso dal libro di Eve Lorgen contenente assieme a Grigi (reali) e Rettiliani (simbolici) delle streghe (nere entità avverse) e il loro eliminatore san Michele arcangelo: qui il livello simbolico sembra palese. Si tratta della vicenda della trentacinquenne Darlene (alle pagg. 130-143), la quale incorniciata nella psicologia analitica di Jung offre spunti di lettura consona. Nella propria stanza d’ospedale, dove trovasi assistita, vede dei soggetti che assomigliano alle streghe di Macbeth per il fatto di recitare incantesimi. Al che lei chiede l’intervento di Gesù, e le appaiono due angeli protettori. Nello stesso contesto, proseguendo la testimonianza di lei, san Michele arcangelo l’avrebbe protetta (a seguito di rinnovata richiesta a Gesù) contro le streghe, le quali in questa circostanza furono associate a una separata presenza di extraterrestri (un Rettiliano e due Grigi bassi). Pure detti ultimi, spuntati da un portale su un muro, sarebbero scomparsi. Darlene si accanì altresì verso un’infermiera ritenuta una strega. In simile scenario connotato da dinamiche prodigiose non si rivela molto difficile individuare un possibile livello di alterata percezione umana strutturata con mattoni simbolici. Qui io salvo, nella qualità di reali, solo i Grigi, poi tutto il resto mi pare sovrastruttura animata da diversi simboli, i quali dalla psiche individuale di Darlene potrebbero condurre a una vissuta traumatica esperienza di abduction. Questo caso così intrecciato ci mostra la guisa in cui il simbolico si impasterebbe con il ricordo reale alla volta di un unicum di non facile decostruzione. Cos’è simbolico? Cos’è riconducibile alla realtà concreta? Ho già illustrato le mie preferenze e i miei confini junghiani nella materia. Condivido la conclusione di “The Love Bite” che ci siano alieni molto progrediti per tecnologia, però non in grado di sviluppare una personale dimensione affettiva (con relativo parco emotivo): questi nel mio pensiero ufologico, i Grigi, postumani i quali hanno perso, secondo me, la “funzione sentimentale junghiana” (da cui lo sperimentalismo producente gli ibridi umano-alieni e tutti i possibili derivati altri esperimenti quali il Love Bite rivisto). I Grigi, a mio avviso, studierebbero la psiche umana praticando esperimenti allo scopo di capire quale sia la via migliore nel gestire la loro reintroduzione sentimentale-emozionale; non sarebbero energivori in simili perimetri sperimentali bensì osservatori scientifici. Le modalità del condizionamento mentale umano attuate dagli alieni nel quadro delineato dalla scrittrice americana a me ricordano la parallela strategia formativa psicopedagogica dello huxleyano Brave New World3 (in un modo o nell’altro questo universo distopico di Huxley torna con insistenza nelle mie analisi ufologiche). Ho letto un articolo di Eve Lorgen, posteriore al suo “The Love Bite”, pubblicato sulla rivista italiana X TIMES n. 21 del lug. 2010. V’è da parte di lei il richiamo agli “arconti gnostici”, ingannatrici entità di un’antica tradizione filosofico-religiosa, equiparati letteralmente agli alieni abusatori. Tale materia costituisce un’esplicita sponda verso Jung, il quale ha analizzato la simbologia offerta dalla filosofia dello Gnosticismo in linea colla sua psicologia analitica. Ciò conferma la validità del mio proposito di leggere la ricercatrice americana in chiave junghiana. Ella stessa, alla fine del suo articolo, pone l’accento sulla problematica del Sé, e afferma che se i rapimenti alieni calano di numero, gli extraterrestri si mettono in contatto colle loro vittime mediante il canale del sogno. In “The Love Bite” viene narrato un caso di Angelina alle pagg. 76-85, una donna sposata, la quale visitata in camera da letto, mentre riposava col marito, da un Rettiliano (con coda e artigli alle estremità) viene abusata da questo. Durante il congresso carnale lei è vigile, ma ridotta in stato di immobilità  forzata; il marito resta in condizione di incoscienza. La frequenza dei rapporti produce nella protagonista strani risultati: una vocazione alla ninfomania e un’alta percezione di soddisfazione proveniente da quelle esperienze congressuali, una sensazione mista a contrastanti pensieri morali. Angelina ha sognato anche un ibrido rettiliano, un suo figlio dalla cui visione rimane contrariata e sconvolta. Nella realtà manifesta diversi sintomi (i quali, secondo il mio modestissimo parere, potrebbero essere psicosomatici): una sorta di aborto spontaneo non si comprende molto bene poiché lei non si rivolge a medici. Se fosse un feto ibrido extraterrestre, umano, o qualcos’altro di naturale, non c’è modo di verificarlo. L’unico dato certo è che i coniugi al momento si allontanano rispetto al loro precedente rapporto matrimoniale. La storia si deteriora perché lei si trova un amante, con la conseguenza del marito geloso (si dice imbeccato dagli alieni). A dispetto dei diversi surreali dettagli scenografici riportati nel quadro della vicenda, dettagli legati pure ai Grigi, non sono propenso a concedere una realtà sostanziale concreta a creature rettiliane, anche se osservate da più umani del caso. La coppia nel tentativo di salvare l’unione si rivolge a un sacerdote esorcista in modo infruttuoso: la cosa fa riflettere molto sulla natura suggestionabile e psichicamente debole dei due umani. Angelina a un certo punto appare persino indemoniata: io sospetto (sulla scia degli “arconti junghiani”) che quanto meno un complesso psichico sostanziale a tonalità affettiva abbia invaso le sfere coscienziale di Angelina e del marito, portandoli a fare esperienze del tutto inconsuete. Alla fine i due sono rimasti assieme, però la sindrome/fenomenologia di persecuzione è rimasta. Tale Rettiliano stupratore, beneficiante un po’ della sindrome di Stoccolma su Angelina, mi rammenta il mito di Pasifae (= Angelina) e del Minotauro (= l’ibrido rettiliano di cui sopra): ipotizzo un piano junghiano di svolgimento dei fatti, dove i simboli non si mostrano così fuori della portata di un mero criterio psicanalitico. Angelina – racconta Eve Lorgen – ha vissuto altre esperienze oniriche così traumatizzanti da mettersi a recitare il rosario quale antidoto in quel contesto. I Rettiliani visti da lei suggeriscono altresì, perciò, una possibile ascendenza dal mito biblico veterotestamentario del serpente tentatore di Eva. Potrebbe trattarsi di una donna la cui testa è stata terremotata dalle prediche e dagli insegnamenti religiosi, e poi rivelatasi (in guisa psichica conflittuale dentro di sé) insoddisfatta del marito. Quel Rettiliano si svela un riflesso del suo “animus junghiano” rivoltatosi contro di lei. Se i Grigi e tutto quanto qui a loro connesso siano veritieri non saprei dirlo, ma non escluderei suggestioni ufologiche su una psiche già a pezzi per ben altro. Eve Lorgen riferisce che simili Rettiliani siano sessualmente più soddisfacenti agli occhi di diverse loro partner abusate in confronto con la normalità umana al punto che queste sviluppino poteri di chiaroveggenza nei loro congressi carnali in genere. Però simile circostanza, la quale parte da uno scenario sadico di zooerastia simbolica, possiede nel suo esito una analogia con la ierodulia. Non rappresenta una novità ufologica la capacità femminile di intuire in quelle situazioni contenuti nell’Inconscio impersonale. L’orizzonte junghiano costruito da me nel merito discusso mi sembra molto confacente, vedansi ad esempio: la sincronicità della “telestesia”, il peso della dimensione onirica (tutte robe legate all’Inconscio collettivo). Poi mi chiedo come tali Rettiliani, artigliati e con coda, siano in grado di esercitare la manualità umana pulita alla volta di realizzare manufatti perfetti e di tecnologia avanzata: manipolatori sì (nelle forme psicanalitiche le quali ho fatto emergere); se manifatturieri, non capisco la prassi (neanche i gatti stanno con intralcianti artigli sempre in mostra, tirati fuori all’occasione per difesa).
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato Ermeneutica filosofica dell'ufologia

 
1 A chi volesse vederne il profilo, consiglio di leggere un mio lavoro critico letterario: Il Werther goethiano, nella mia pubblicazione Considerazioni letterarie (2014).
 
2 All’uopo di approfondire vedansi i canali indicati:
1) il mio saggio Filosofia ufologica (2026).
2) il mio scritto intitolato Ermeneutica ufologica
 
3 Ho dedicato un saggio al romanzo che dipinge tale cosmo utopico negativo: Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2025).

13 febbraio 2026

L’INCONTRO RAVVICINATO DEL III TIPO A LICODIA EUBEA

di DANILO CARUSO
 
Il titolo di un famoso film di Steven Spielberg del 1977, rievocante un grado della Scala Hynek, introduce l’orizzonte della seguente narrazione, la quale prosegue i miei studi ufologici1. Ho parlato in dettaglio di UAP LN e IR1 a Castronovo di Sicilia2, ora dirò di un altro episodio IR3 (incontro ravvicinato con minimale osservazione di alieni) avvenuto nella zona di Licodia Eubea nel 1978 e registrato nel “Database avvistamenti in Sicilia” del “Centro Ufologico Nazionale / Divisione Sicilia” (come: IR3 del 15-12-1978 in orario imprecisato) e nel “CATALOGO DEGLI AVVISTAMENTI UFO DELLA REGIONE SICILIA / A cura del COORDINAMENTO REGIONE SICILIA DEL CISU (CENTRO ITALIANO STUDI UFOLOGICI) / Agg. al 31 Dicembre 2010” (come: IR-3D del 15-12-1978 alle ore 1:00). Riguardo all’approfondimento descrittivo sono riuscito a visionare direttamente tre fonti: 1) il periodico francese “Lumières dans la nuit” nel numero 213-214 marzo-aprile 1982 dove c’è un articolo di Maurizio Verga nella traduzione di M. Le Gourriec intitolato “La vague italienne de 1978 / Phénomènes du 1er type (4) (Deuxième Partie)” di cui funzionale a noi il punto 82 di quell’elencazione a pag. 44, e nel nel numero 239-240 maggio-giugno 1984 contenente l’articolo recante il titolo “Informations complémentaires sur les phénomènes du type I de la vague italienne de 1978 (1)” funzionale nella sezione denominata “Cas n° 82” a pag. 41 (stessi autore e traduttore del precedente); il periodico statunitense “The MUFON UFO journal” nel numero 153 di novembre 1980, nel quale v’è un articolo di Richard Hall, “Italian Ufo wave of 1978”, per noi rilevante nella sua parte conclusiva a pag. 14; 3) la pubblicazione “Humanoid encounters / The others amongst us / 1975-1979” (2016) di Albert S. Rosales a pag. 342 (menziona come sua fonte nel nostro caso interessato l’articolo del “The MUFON UFO journal” testé citato). Al pari di Castronovo di Sicilia, tenevo a parlare del fatto ufologico di Licodia perché rappresenta un paese che conosco pure: lì l’eccellente mio zio maresciallo dei carabinieri diresse la locale caserma della Benemerita. Ma volgiamo lo sguardo a quell’interessante vicenda evocata, spunto di mie riflessioni a seguire (in guisa parallela a quanto ho già fatto con gli avvistamenti di Castronovo, dove non si è andati oltre lo IR1). Un camionista quasi cinquantenne, il quale trovavasi alla guida del suo veicolo in strada extraurbana prossima al centro abitato di Licodia Eubea (nella provincia catanese: però è più vicino a Ragusa che al suo capoluogo provinciale), la notte del 15 dicembre, riferì, in un secondo momento, di essere stato testimone, allora intorno alle 24:00, di un evento fuori della quotidianità. Vide scendere e posarsi sul suolo, nella suddetta zona, un UFO luminescente, dopo che lui poco prima si era fermato, senza scendere dal veicolo, allo scopo di dare un’occhiata alla radio del suo mezzo di trasporto la quale ex abrupto aveva smesso di funzionare normalmente. In questo scenario due figure antropomorfe scavalcarono una barriera posta a 15 m, più o meno, e si appropinquarono al camion fermo. Il disorientato osservatore umano poté dunque inquadrare meglio l’aspetto dei due e descriverlo poi: rivestiti integralmente di una tuta di colore non chiaro con casco e di altezza non superiore a un paio di metri (non superavano la parte alta del mezzo di trasporto posta a m 2,15). Da suddetti caschi partì una luce allorché le due figure non identificate con chiarezza furono alla distanza approssimativa di 5 m, una luce la quale schiarì l’interno della cabina di guida del camion. Quindi i due presunti non umani (ma di foggia esteriore antropomorfa) si portarono a ridosso di lui, presso l’esterno del finestrino del veicolo, con l’obiettivo che si rivelò quello di rivolgergli la parola: il linguaggio si mostrò però incomprensibile e pronunciato con un tono di voce basso. L’ascoltatore umano, turbato dall’esperienza in corso, pensò che stessero chiedendo informazione sul posto e disse che si trovavano su una strada Ragusa-Catania. Subito dopo ciò i due soggetti ignoti, senza proferire alcunché si allontanarono. Nel farlo la luce emessa dal casco di uno dei due rese nitidamente visibile l’altro, il quale si rivelava di forma umana (un giovane in apparenza glabro, visto attraverso la visiera del casco in volto), vestito con una tuta, con piedi e mani di colore nero, attillata. Tornati piano piano indietro, i due presunti extraterrestri furono avvolti dal buio. Quindi immediatamente si vide partire verso l’alto un intenso fascio luminoso: alla scena il camionista si affacciò dal finestrino del suo mezzo di trasporto notando una puzza di zolfo e la radio tornata a funzionare. Il giorno seguente la sconvolgente esperienza il camionista fece un sopralluogo nel teatro degli avvenimenti descritti: raccontò di aver rilevato coppia delle impronte dei piedi dei due misteriosi soggetti incontrati, impronte le quali parevano lasciate come da calzature di estesa suola chiodate. L’UFO, a detta del testimone, si presentava quale una cupola di foggia emisferica (scura) proiettante dalla base circolare un netto e forte fascio conico luminoso con la punta verso il basso. Il primo articolo di “Lumières dans la nuit” citato, a pag. 44, nell’angolo basso a sinistra, riporta due disegnini: del probabile aeromobile alieno e prima, nell’ordine, della tuta dei non umani del caso (cose descritte altresì in verbis nei testi francesi). Rosales nella sua pubblicazione menzionata ha pure inserito due integrazioni grafiche per il caso: un alieno con faccia umana in integrale tuta scura, visto frontalmente e di fianco sinistro; tutte le ricostruzioni iconografiche di cui ho fatto memoria mostrano nella parte alta del casco, sopra la visiera, qualcosa che a me sembra poter essere il punto di illuminazione anteriore della tuta verso l’esterno. Qui si chiude il narrato di una cronaca che ha attraversato le Alpi e l’Atlantico. Tanto per rendere l’idea della considerazione di studio, in ambito ufologico, data allo IR3 di Licodia voglio sottolineare che sulla copertina di “The MUFON UFO journal” nel numero 153 di novembre 1980 sta una foto di gruppo con Joseph Allen Hynek, raffigurante i relatori a un convegno del MUFON (tenutosi l’11 ottobre 1980). Lo spessore intellettuale di tale contenitore a stampa si nota anche dal fatto che apre il detto numero uno scritto di Budd Hopkins. Io non dispongo di elementi di giudizio sul fatto ufologico di Licodia che vadano al di là delle fonti sopra evocate. Pertanto posso solo esaminarne la cronaca in sé e per sé. Puntualizzato che non so stabilire la veridicità o meno dell'accaduto descritto, posso però interpretarlo in un quadro di comprensione consono. E rendo noto subito che a me i due presunti extraterrestri non paiono ascrivibili ai Grigi o ai Nordici, e nemmeno a una manifestazione dell'Inconscio collettivo. Mi sembrano di più degli ibridi di Grigi3, magari in giro al fine di compiere abduction. Se fosse stato l'Inconscio impersonale a rendersi manifesto credo che non ci sarebbe stata la problematica della lingua differente, e che d'altro canto gli aspetti simbolici sarebbero stati maggiormente evidenti su uno sfondo più surreale e meno incline a toni accidentali connotati da dettagli tecnologici e non fiabeschi: se ci fossero stati Rettiliani e/o Insettoidi avrei propenso per un effetto dell'Inconscio assoluto. La pista "ibrida" mi appare la più ragionevole ipotesi. Reputo che si sarebbero fermati per prelevare qualcuno, il quale non si sarebbe mostrato alla fine corrispondente alle loro esigenze di ricerca. Non ci sono dettagli che facciano pensare a una abduction attuata con cancellazione mentale di  questa parte centrale nel mezzo del narrato noto: di solito l'addotto subisce l'amnesia generale dell'evento di rapimento alieno, rimane il missing time (il vuoto temporale misurato dall'orologio relativo all'arco di tempo coperto dall'abduction)4. Escluderei perciò il rapimento: l'osservatore umano sembra essere stato sempre vigile e cosciente in soluzione di continuità. Il fatto che quello dei due presunti ibridi di Grigi visto meglio in faccia si sia disvelato glabro indicherebbe a mio avviso una connotazione legata possibilmente a dettagli di variabilità genetica. La mia neutrale linea ipotetica produce simile risultato. L'interferenza con la radio del camion costituisce un altro aspetto poco junghiano e molto tecnologico, il quale tuttavia non ci restituisce un’evidenza conclusiva concreta. Se fossimo stati ai nostri giorni probabilmente avremmo potuto vedere foto o video realizzati con un moderno smartphone, ma a quell’epoca simile strumento mancava. L’assenza di un riscontro concreto tuttavia non comporta per me l’automatico rigetto scientifico dell’episodio ufologico di Licodia: non è semplicemente verificato mediante prove visibili. Secondo il mio parere non esiste un ragionevole motivo per non lasciare il caso aperto. Negli anni più recenti abbiamo potuto apprezzare immagini riprese con vari mezzi da privati cittadini, le quali, suscettibili di analisi tecnica, hanno fornito supporti ai racconti dei testimoni. Quanto visibile oggigiorno dà una possibilità di realtà agli avvenimenti simili a quello di Licodia, dove in interiore non vedo elemento autovanificante. Facciamo un salto dal 1978 in avanti di un trentennio e valutiamo la seguente vicenda se fosse stata raccontata quale semplice relazione verbale priva di riscontri: avrebbe perso tutta la sua credibilità obiettiva. Perciò invito a lasciare l’episodio della fine degli anni Settanta aperto a una prospettiva di verità alla luce formale di questo clamoroso ora citato. Tra il 2007 e il 2009 una guardia notturna turca realizzò dei video amatoriali riprendenti chiare forme di UFO, tra i vari UAP, in località di Kumburgaz (allora città contigua a Istanbul; dal 2009 ha perso lo status di Comune)5. I filmati sono stati dichiarati non fake dal “Consiglio per la ricerca scientifica e tecnologica della Turchia”(TÜBİTAK), posto sotto egida statale (costituisce un ente paragonabile al nostro CNR). Detto organismo, nel periodo 2004-11 presieduto dall’esperto di ingegneria industriale Nuket Yetitenegro, non si è però pronunciato sulla natura degli oggetti volanti visibili in queste registrazioni citate: la relazione conclusiva si è fermata usando nella maniera più scientifica possibile il termine UFO, cioè non implicava automaticamente una indicazione di tecnologia extraterrestre bensì una sospensione di giudizio particolare. In alcuni passaggi delle riprese si possono comunque notare meglio grazie a raffinati esami grafici, dentro a un misterioso aeromobile, attraverso uno spazio trasparente regolare, figure umanoidi che sembrano guardare all’esterno (l’illuminazione notturna del caso non è molto nitida, tuttavia l’evidenza delle figure rimane, secondo me, percettibile al di là di un gestaltico input mentale). Potrebbe trattarsi di Grigi a bordo. Sul versante del non amatoriale, a supporto della mia esposizione, ritengo necessario rammentare, a pro dell'esistenza di intelligenze e tecnologie non umane, il documentario-inchiesta "The Age of disclosure" (2025) del quale ho già parlato nella mia monografia "Filosofia ufologica" (2026)6. Giudicare possibile e credibile lo IR3 di Licodia non mi appare esagerato, quella narrazione potrebbe avere una logica interna la quale ho cercato di ipotizzare: là non v’erano Rettiliani e Insettoidi, pertanto credo che la facoltà di percezione di quell’osservatore non fosse stata alterata da un’intromissione eccezionale dell’Inconscio impersonale (o di altro), e che dunque i due presunti alieni incontrati potessero essere, sulla base della descrizione, reali ibridi Grigi nel quadro dell’ulteriore ipotesi che ho sviluppato (un fine di abduction mancata).
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato Ermeneutica filosofica dell'ufologia

 
1 Questa la mia prima monografia: Filosofia ufologica (2026).
 
2 Avvistamenti ufologici a Castronovo di Sicilia
 
3 Per approfondire sul tema dell’ibridazione umano-aliena segnalo il mio precedente scritto:
Ermeneutica ufologica
 
4 Sulla via dell’approfondimento dell’argomento formale (circa rapimento alieno, tempo mancante, ipnosi regressiva, tracce corporee) indico l’interessante ed equilibrato testo di Budd Hopkins Missing time (1981).
 
5 Immagini essenziali:
Altra sitografia di riferimento (e di eventuale approfondimento per il lettore):
 
6 Qui l'estratto: