di DANILO CARUSO
Ho difficoltà ad accettare le letture che rilevano la
presenza di tecnologie avanzate dentro i testi mitologici e religiosi antichi.
Da cultore dell’ufologia non incontro problemi a trovare valida l’affermazione
dell’esistenza di altre intelligenze extraterrestri. Nella mia maniera di
valutare l’argomento ritengo ovvio che l’Universo sia ricettacolo di una
pluralità di civiltà sparse su vari pianeti. A prescindere dalla questione più
strettamente legata al tema delle prove, da un punto di vista razionale mi
risulta naturale pensare, in guisa filosofica, che la vita intelligente non sia
un esclusivo privilegio di un isolato circoscritto pianeta. Tuttavia, allorché
si vanno a cercare testimonianze di contatti ed esperienze legate a forme di
esistenza aliene all’interno di testi i quali si propongono in primis quali
proposte di matrice teologica, io sarei più cauto nell’analisi ermeneutica.
Comprendo l’entusiasmo nelle interpretazioni di talune immagini descritte, le
quali non nego che possano avere l’impressione per così dire futuristica. Però
l’aspetto che tengo a sottolineare si rivela inerente all’intima sostanza
letteraria: cioè quale sia il senso “autentico” di detti testi. La mia
modestissima convinzione è che le opere religiose appaiano con una veste
scritturale la quale rimanda a un sostrato rigorosamente intessuto di concetti
teologici e talvolta pure di grado filosofico. Non escludo con ciò la
possibilità di un ingresso di forme d’esperienza ufologica o contattistica, le
quali potrebbero essere state esperite nella realtà allora coeva, dentro la
narrazione. Ma il mio punto di vista di critico letterario mi porta a
inquadrare un determinato elaborato nei precisi confini dei suoi canoni
produttivi. Pertanto se abbiamo di fronte un brano tratto da un’opera
religiosa, il quale offre la sponda in direzione di una lettura in chiave
tecnologica più moderna rispetto alla sua collocazione cronologica, io, in
assenza di altri sostegni esterni alla lettura pro extraterrestri, do un
primato circa il livello semantico al piano dei concetti teologici: in
quei testi ci sono cose del genere, a dispetto di una “possibilità” ermeneutica
che non voglio affatto mortificare. In “qualche caso” potrebbe calzare, secondo
me, come lecita eccezione all’analisi teologica. Non in toto la reputo
applicabile. Faccio degli exempla. Ho studiato bene il valore referenziale in
segmenti biblici esaminati negli originali, non dimenticando il contesto
antropologico produttore. Ho condotto analisi le quali mi hanno permesso di
ritrovare il filo atonista della religione ebraica, poi ulteriormente
allacciatosi a quello gemello stoico-semitico. Nel Vecchio Testamento ho
ritrovato l’androgino originario, l’acqua come elemento primordiale, etc.1
Cioè robe omogenee ai panorami culturali del Vicino Oriente Antico. Non leggo
neanche gli scritti induisti (i quali non ho approfondito con parallela
accuratezza) nella modalità futuristica. Un testo religioso rimane
abbondantemente un testo montato attraverso idee di religione: allorché la
comprensione di simili aspetti spiega obiettivamente il testo non licet altra
sovrapposizione di significati avveniristici. Laddove alcuni vedono armi
nucleari, io rilevo, da junghiano, delle trasposizioni simboliche di potenze
naturali: fuoco e cenere da vulcano, piogge di fuoco quali manifestazioni
uraniche, e così via. La fantasia ha trasposto il “sublime dinamico” come
effetto del divino in una simbologia (junghiana) narrativa autonoma. La lettura
psicanalitica deve accompagnare l’esame dei concetti teologici. Non c’è stato
nessun diluvio universale sulla Terra, così come nessuna Atlantide avvalorata
da inconfutabili prove archeologiche. Per inciso: io non escludo che la vicenda
di Atlantide possa recuperare memoria di accadimenti svoltisi su altro/i
pianeta/i; ma resta un’ipotesi di stampo junghiano. In certe circoscritte aree
simboliche, nella mia visione scientifica, ammetto il recupero di un
riferimento connesso allo spazio cosmico e a una tecnologia
anacronistica. Chiudo questi semplici dimostrativi esempi
aggiungendo che, per me, l’arca di Noè potrebbe testimoniare una migrazione
spaziale della razza umana da altrove sulla Terra2. Passare dalla “lettera”
di uno scritto religioso a una affascinante interpretazione tecnologica, scavalcando
e sopprimendo le referenze teologiche, rappresenta operazione a me poco
congeniale: io leggo il testo con la testa di chi l’ha scritto (ermeneutica
contestuale), poi, se c’è un “simbolico” rielaborante vissuti particolari,
diretti o tramandati, che consentono di introdurre temi connessi agli alieni
(come fosse un’ipnosi regressiva) sono d’accordo alla volta del consono
approfondimento In chiave extraterrestre. Il problema rilevato da me impedisce
una metodologia a mio sentire impropria: non si può trasformare Pinocchio in un
androide perché fa parte di un racconto fantastico, così il mito. La
destrutturazione ermeneutica non può essere essere sostituita da una
interpretazione superficiale della “lettera”, la prima è analisi introspettiva,
la quale va al di là del simbolo. I testi religiosi contenenti immagini
straordinarie costituiscono il frutto di elaborazioni teologiche: risultano
questi i generatori di significati di fondo, con le debite valutate eccezioni.
Non si può prendere un prodotto letterario di fantasia, di speculazione
religiosa immaginifica, e volgerlo in una dimensione disomogenea alla sua
struttura: mancano evidenze documentali aggiuntive. Le narrazioni mitologiche
non sono cronache. Posso pensare vere le battaglie celesti tra UFO di Norimberga
(1561), Basilea (1566), Stralsund (1665), per il motivo che ne hanno narrato in
guisa protocollare lo svolgimento senza metterci dentro subito aspetti di
religione: compare un livello descrittivo distaccato dalla sovrastruttura
interpretativa3. C’è differenza tra cronaca e organicità immediata
al mito (dov’è il “tutt’uno fantasioso” non lascia lontano da sé molta speranza
alla credibilità). Certamente anche la prima può scoprirsi adulterata, ma siamo
in ambito storico conclamato. La cosmologia biblica contempla una Terra piatta
coperta da una calotta, una Terra immersa nell’acqua in cui navigano i corpi
spaziali. Le immagini bibliche meno comuni, quelle fuori dell’ordinario, sono
figlie di una simile scientificità: può il nostro pianeta essere interpretato
come una città sottomarina? Se sì, non è roba di questo nostro pianeta. Pare
una costruzione cosmologica di ascendenza intuitiva, elementare, in pratica non
veramente scientifica. Similmente in tutti i miti. Latitano prove concrete
materiali, resoconti “storici”, al rilevamento di tecnologie avanzate. Non mi
pare corretta prassi ermeneutica trattare la mitologia alla stregua di una
raccolta di cronache. Ripeto che il livello semantico teologico si mostra nella
mia ottica la verità cui rimandano simboli e immagini di facciata, la quale non
essendo resoconto fattuale (in seguito a mancanza di riscontro obiettivo) non
consente alla superficie letterale di assurgere a Storia. Se gli UAP mitologici
si prestano a una spiegazione solida in direzione fantasiosa e teologica,
allorché non v’è nient’altro di manifestamente scientifico a sostegno di altra
idea pro tecnologia aliena, giudico necessario e logico seguire tale via
(rasoio di Ockham): fuori del mito nessuno ha parlato di armi nucleari, per il
semplice fatto che questo mi sembra essere stato letto con “filtro
pregiudiziale”. Le battaglie degli Dei induisti mi risultano eventi fantastici,
al contrario delle cronache di Norimberga, Basilea, Stralsund: qua la
narrazione è storica, dettagliata in tal senso, e mostra l’opportunità di un
paragone con eventi più recenti ripresi dove la foggia dell’UFO è analoga. I
racconti di mezzo millennio fa descrivono oggetti visti nei nostri tempi
moderni. Questi scontri uranici fra alieni di allora possiedono requisiti di “storicità”
(assente nella mitologia: Pinocchio non può diventare un automa meccanico). Il
mio modo ermeneutico di interpretare i testi religiosi prolunga la mia logica
analitica in un altro settore sugli alieni di cui voglio adesso discutere: si
tratta del fenomeno del contattismo. Entrerò subito nella parte cruciale: non
riesco a comprendere che senso abbia un contatto di extraterrestri rivolto a
gente comune, di non eccezionale acculturazione, di non particolare spirito
critico e filosofico. Il soggetto comune, qualunque, che ha difficoltà a capire
già la realtà umana, cos’ha da fare, dire con intelligenze più
progredite. L’homo videns contattista, per me, rappresenta una cosa
contraddittoria. Posso accettare che Grigi e Nordici interloquiscano con autorità
di governo. Ma a che serve un contatto con privati cittadini, anche se
qualificati da qualcosa nel loro lavoro (anche nell’ambito pubblico, però
disconnesso dalla sfera politica di comando). Quest’idea di profeti, portavoci,
spuntati come i supereroi americani dei fumetti mi lascia non convinto e pieno
di perplessità. Perché poi non incontrano il successo di un Superman, e non
salvano l’umanità, restando sconosciuti ai più. Mi sembra meglio andare a
parlare con Eisenhower: da lui al “profeta qualunque” di un credo ufologico v’è
un abisso logico-pragmatico. Non metto in dubbio la buona fede di chi sostiene
di essere un contattista, tuttavia, se non ci troviamo di fronte a un caso
clinico (con manifestazioni dell’Inconscio collettivo o patologie mentali),
debbo dare ragione a chi ipotizza la manipolazione aliena in un perimetro di
abduction. Il portavoce degli extraterrestri emerso dallo spazio sociale non
governativo politico si potrebbe rivolgere solo ai creduloni con poco. I
whistleblower rappresentano ben altra cosa, sebbene non contattisti. Di
ufologia sanno molto di più di chiunque comune persona, e per esperienza
diretta. Però nessuno di loro e fuoruscito dal binario empirico per mettersi a “predicare”
una nuova “fede”. Io so, dacché l’ho ben studiato, che il Gesù
evangelico costituisce un personaggio letterario teologico posato sopra un
culto solare neoatonista e filostoico4: intendo dire che se si
analizzano bene le cose, non esiste neanche margine per una ragionevole
proposta fideistica ufologica. Verum factum est: per quale motivo gli alieni
riserverebbero i loro messaggi di monito ad aree molto circoscritte senza
speranza di incontrare una visibilità di massa? Sarebbe un progetto
fallimentare in partenza, e rivolto a pochi credenti. Non sarebbe meglio per i
primi usare la TV e parlare chiaro a tutti insieme: non gli manca la tecnologia
per inserirsi nelle frequenze televisive, da quel che appare: no? Dunque Dunque
condivido il pensiero di chi, sulla scia di Karla Turner e Barbara Bartholic,
giudica determinati contattisti presunti addotti manipolati. Non saprei dire
addotti da chi. Forse qualcuno candiderebbe in primis i Rettiliani, autori
perciò di un possibile piano volto a creare confusione fra la gente semplice.
Il mio è un metodo investigativo filosofico, ragiono sulla base di concetti,
altresì con l’ufologia. Mi pare che essa sia a pieno titolo una parte della
filosofia in virtù della sua natura indagatrice che intreccia diverse
discipline scientifiche. Nella mia modesta considerazione è compito di un’azione
filosofica scoprire la verità e ripulire l’orizzonte da mistificazioni. Fu il
neoepicureo Lorenzo Valla a spiegare la falsità documentale della “Donazione di
Costantino”: la Storia ufficiale può contenere invenzioni tendenziose. Dobbiamo
smontare tutte le ricostruzioni di fatti, condotte con sguardo ingenuo
superficiale o con malevola illecita finalità, operanti una deviazione dall’obiettività.
Non sto dicendo che la “teoria degli antichi astronauti” sia una falsità e
presentata in malafede, sto soltanto sostenendo il mio personale punto di vista
rispetto a idee, loro sviluppi ed ermeneutiche testuali che mi appaiono deboli
nella loro edificazione concettuale per via dei motivi suddetti. La mia
ammirazione va comunque a chi con spirito sincero s’impegna nelle ricerche del
settore qui preso in esame: quegli esiti risultano teorie come le mie laddove
le formulo, e meritano un giusto e dovuto riguardo in relazione alla persona
formulante e alla materia esposta. Tuttavia, come in qualsiasi lecito confronto
filosofico-scientifico rimane consentito dissentire da altrui impostazioni
spiegandone il perché. La dialettica delle posizioni ideologiche sprona l’avanzamento
della ricerca: chi ha un animo filosofico prende spunto positivo e costruttivo
da osservazioni divergenti. Simile incontro di filosofia e ufologia si
manifesta foriero di importanti conseguenze. Riflettevo in passato sul concetto
aristotelico di ζῷον λόγον ἔχον e mi sono reso conto che esso possiede un’estensione
superiore rispetto a quella comunemente intesa. Si accosta a ζῷον l’idea di “animale”
pensando a qualcosa di faunistico, il termine in Aristotele in realtà si
riferisce a ciò che possiede la “facoltà di muoversi”, ossia di essere “vitale”:
essere-animato, soggetto-animato rappresentano migliori traduzione del termine.
Il λόγος della suddetta definizione attribuita all’essere umano richiama una
forma di pensiero-parola evoluta, matura, compiuta: cioè la capacità di
ragionare, di esprimersi con un linguaggio, di comunicare i contenuti
concettuali e di interloquire con propri simili. Ora tiro il coniglio dal
cilindro. L’uomo non è l’unico ζῷον λόγον ἔχον dell’Universo: gli esseri
extraterrestri sono dentro questa etichetta aristotelica. Il soggetto umano non
costituisce la cima del λόγος, dal momento che esistono intelligenze non umane
in possesso di abilità superiori: esprimere una tecnologia più progredita e
facoltà di comunicare su canali telepatici. Gli abitanti del pianeta Terra non
sono stati preparati a sentirsi dire che non rappresentano l’unica specie
dominante del Cosmo: rischiano di non essere dominanti neanche più sulla sola
Terra. L’antropogonia originaria ebraica, la quale contempla un androgino alla
base5, e le visioni derivate di antropocentrismo perdono qualsiasi
pretesa di validità. È questo il grande problema dell’Occidente cristianizzato:
presunzione antropocentrica rivolta all’inderogabile frustrazione derivante
dalla ventura alien disclosure. I Nordici, i Grigi, e tutti gli altri extraterrestri
sono ζῷα λόγον ἔχοντα. Non siamo l’unica specie λόγον ἔχουσα. Ciò costituisce,
mediante la disclosure, una promessa di trauma per molti nonostante tutte le
migliori intenzioni di presentare la prima nella guisa più appropriata per la
massa distratta da una mondanità consumistica. Quel radiodramma wellesiano e l’ilarità
di chi non si interessa in forma consona di UAP e alieni docent. Lo spettro
dell’anomia ha rallentato la disclosure, però io non credo che l’ufficialità
proclamata ex cathedra tarderà a venire6. Alla luce di quanto ho
detto in quest’ultimo tratto vi invito a ripensare il concetto aristotelico di
ζῷον πολιτικόν e di connetterlo altresì con la tucididea cifra storiografica
archetipica, almeno per me, della Guerra del Peloponneso. Il recinto cosmico
degli ζῷα πολιτικά non si ferma ai Terrestri: in virtù del λόγος che accomuna
in πόλις gli ζῷα λόγον ἔχοντα ci ritroviamo davanti a qualcosa che pure la
filosofia odierna ha sottovalutato. In più: un tale novero cosmico può entrare
in un conflitto intestino? Non pochi sono gli aspetti di riflessione che
dovrebbero interessare tutti, prima che simili spunti si concretizzino nella
maniera meno aggraziata. Le battaglie celesti su citate risalenti ai secoli XVI
e XVII rappresentano un indizio di possibilità di conflitti tra schieramenti di
forze non umane: Ockham dice che il fumo è il segno naturale del fuoco, perciò
similmente uno scontro risulta interpretabile quale uno stato di attrito fra
posizioni opposte. Nordici e Grigi (o altri) si sono dati battaglia a
causa di un interesse verso il nostro pianeta? Non ho risposte, solo ipotesi
storiografiche. È possibile che la Terra sia stata divisa in zone d’influenza
dagli e tra gli extraterrestri? Magari al fine di ovviare a quelle battaglie celesti.
Si dice di una collaborazione fra USA e Grigi dai tempi del Presidente
Eisenhower. Altri collaborano con altri non umani? Nemmeno qua ho risposte.
Fare nuove ipotesi non è per niente facile. Rimane in linea teorica una strada
a beneficio dei Nordici in primis: ma se concreta, con chi? Un loro presunto
passato tentativo di trovare agganci sulla sponda del Vaticano darebbe l’impressione
di non essere stato corrisposto. Soltanto la disclosure potrà schiarire un
quadro di non agevole comprensione all’osservatore ordinario come me, modesto
studioso indipendente. Ha stupito non poco la prima pagina de “L’Osservatore
Romano” quando il 14 maggio 2008 è uscita l’intervista al direttore della
Specola Vaticana con un titolo perturbante a piena pagina in alto: “L’extraterrestre
è mio fratello”. E non era un’uscita sensazionalistica. La Chiesa cattolica si
è aperta a un’idea che ancora molti giudicano assurda e ridicola a causa di
difetti d’interesse intellettuale. Eppure trovo singolare rilevare che l’ultimo
libro della Bibbia cattolica adopera quale denominazione un sostantivo greco (ἀποκάλυψις)
equivalente a “disclosure” (mi riferisco qua a quella aliena), e che oggi come
all’alba dei tempi evangelici narrati c’è comunanza di comete (quella dei Magi,
o Maghi, e 3I/Atlas). Strana l’ironia della sorte, giacché la “rivelazione”
odierna potrebbe comportare l’implosione del Cristianesimo, dovuta all’anomia,
con immagini e idee analoghe nella forma a quelle fondative. I Greci antichi
pagani, se avessero avuto parola attuale, avrebbero parlato di νέμεσις.
NOTE
1 Mostro un esempio dei miei vari studi
pubblicati nel tempo
2 Per approfondire indico un mio scritto
3 Se all’apertura del video nel browser rimane il
sonoro in inglese, aprendolo nell’app di YouTube l’audio viene doppiato in
italiano
4 In vista di un approfondimento segnalo un mio
lavoro
5 Una mia analisi in materia qui
6 A proposito di “disvelamento” delle civiltà non
umane, questo il mio precedente scritto