27 dicembre 2025

CRITICHE UFOLOGICHE

di DANILO CARUSO
 
Ho difficoltà ad accettare le letture che rilevano la presenza di tecnologie avanzate dentro i testi mitologici e religiosi antichi. Da cultore dell’ufologia non incontro problemi a trovare valida l’affermazione dell’esistenza di altre intelligenze extraterrestri. Nella mia maniera di valutare l’argomento ritengo ovvio che l’Universo sia ricettacolo di una pluralità di civiltà sparse su vari pianeti. A prescindere dalla questione più strettamente legata al tema delle prove, da un punto di vista razionale mi risulta naturale pensare, in guisa filosofica, che la vita intelligente non sia un esclusivo privilegio di un isolato circoscritto pianeta. Tuttavia, allorché si vanno a cercare testimonianze di contatti ed esperienze legate a forme di esistenza aliene all’interno di testi i quali si propongono in primis quali proposte di matrice teologica, io sarei più cauto nell’analisi ermeneutica. Comprendo l’entusiasmo nelle interpretazioni di talune immagini descritte, le quali non nego che possano avere l’impressione per così dire futuristica. Però l’aspetto che tengo a sottolineare si rivela inerente all’intima sostanza letteraria: cioè quale sia il senso “autentico” di detti testi. La mia modestissima convinzione è che le opere religiose appaiano con una veste scritturale la quale rimanda a un sostrato rigorosamente intessuto di concetti teologici e talvolta pure di grado filosofico. Non escludo con ciò la possibilità di un ingresso di forme d’esperienza ufologica o contattistica, le quali potrebbero essere state esperite nella realtà allora coeva, dentro la narrazione. Ma il mio punto di vista di critico letterario mi porta a inquadrare un determinato elaborato nei precisi confini dei suoi canoni produttivi. Pertanto se abbiamo di fronte un brano tratto da un’opera religiosa, il quale offre la sponda in direzione di una lettura in chiave tecnologica più moderna rispetto alla sua collocazione cronologica, io, in assenza di altri sostegni esterni alla lettura pro extraterrestri, do un primato circa il livello semantico al piano dei concetti teologici: in quei testi ci sono cose del genere, a dispetto di una “possibilità” ermeneutica che non voglio affatto mortificare. In “qualche caso” potrebbe calzare, secondo me, come lecita eccezione all’analisi teologica. Non in toto la reputo applicabile. Faccio degli exempla. Ho studiato bene il valore referenziale in segmenti biblici esaminati negli originali, non dimenticando il contesto antropologico produttore. Ho condotto analisi le quali mi hanno permesso di ritrovare il filo atonista della religione ebraica, poi ulteriormente allacciatosi a quello gemello stoico-semitico. Nel Vecchio Testamento ho ritrovato l’androgino originario, l’acqua come elemento primordiale, etc.1 Cioè robe omogenee ai panorami culturali del Vicino Oriente Antico. Non leggo neanche gli scritti induisti (i quali non ho approfondito con parallela accuratezza) nella modalità futuristica. Un testo religioso rimane abbondantemente un testo montato attraverso idee di religione: allorché la comprensione di simili aspetti spiega obiettivamente il testo non licet altra sovrapposizione di significati avveniristici. Laddove alcuni vedono armi nucleari, io rilevo, da junghiano, delle trasposizioni simboliche di potenze naturali: fuoco e cenere da vulcano, piogge di fuoco quali manifestazioni uraniche, e così via. La fantasia ha trasposto il “sublime dinamico” come effetto del divino in una simbologia (junghiana) narrativa autonoma. La lettura psicanalitica deve accompagnare l’esame dei concetti teologici. Non c’è stato nessun diluvio universale sulla Terra, così come nessuna Atlantide avvalorata da inconfutabili prove archeologiche. Per inciso: io non escludo che la vicenda di Atlantide possa recuperare memoria di accadimenti svoltisi su altro/i pianeta/i; ma resta un’ipotesi di stampo junghiano. In certe circoscritte aree simboliche, nella mia visione scientifica, ammetto il recupero di un riferimento connesso allo spazio cosmico e a una tecnologia anacronistica.  Chiudo questi semplici dimostrativi esempi aggiungendo che, per me, l’arca di Noè potrebbe testimoniare una migrazione spaziale della razza umana da altrove sulla Terra2. Passare dalla “lettera” di uno scritto religioso a una affascinante interpretazione tecnologica, scavalcando e sopprimendo le referenze teologiche, rappresenta operazione a me poco congeniale: io leggo il testo con la testa di chi l’ha scritto (ermeneutica contestuale), poi, se c’è un “simbolico” rielaborante vissuti particolari, diretti o tramandati, che consentono di introdurre temi connessi agli alieni (come fosse un’ipnosi regressiva) sono d’accordo alla volta del consono approfondimento In chiave extraterrestre. Il problema rilevato da me impedisce una metodologia a mio sentire impropria: non si può trasformare Pinocchio in un androide perché fa parte di un racconto fantastico, così il mito. La destrutturazione ermeneutica non può essere essere sostituita da una interpretazione superficiale della “lettera”, la prima è analisi introspettiva, la quale va al di là del simbolo. I testi religiosi contenenti immagini straordinarie costituiscono il frutto di elaborazioni teologiche: risultano questi i generatori di significati di fondo, con le debite valutate eccezioni. Non si può prendere un prodotto letterario di fantasia, di speculazione religiosa immaginifica, e volgerlo in una dimensione disomogenea alla sua struttura: mancano evidenze documentali aggiuntive. Le narrazioni mitologiche non sono cronache. Posso pensare vere le battaglie celesti tra UFO di Norimberga (1561), Basilea (1566), Stralsund (1665), per il motivo che ne hanno narrato in guisa protocollare lo svolgimento senza metterci dentro subito aspetti di religione: compare un livello descrittivo distaccato dalla sovrastruttura interpretativa3. C’è differenza tra cronaca e organicità immediata al mito (dov’è il “tutt’uno fantasioso” non lascia lontano da sé molta speranza alla credibilità). Certamente anche la prima può scoprirsi adulterata, ma siamo in ambito storico conclamato. La cosmologia biblica contempla una Terra piatta coperta da una calotta, una Terra immersa nell’acqua in cui navigano i corpi spaziali. Le immagini bibliche meno comuni, quelle fuori dell’ordinario, sono figlie di una simile scientificità: può il nostro pianeta essere interpretato come una città sottomarina? Se sì, non è roba di questo nostro pianeta. Pare una costruzione cosmologica di ascendenza intuitiva, elementare, in pratica non veramente scientifica. Similmente in tutti i miti. Latitano prove concrete materiali, resoconti “storici”, al rilevamento di tecnologie avanzate. Non mi pare corretta prassi ermeneutica trattare la mitologia alla stregua di una raccolta di cronache. Ripeto che il livello semantico teologico si mostra nella mia ottica la verità cui rimandano simboli e immagini di facciata, la quale non essendo resoconto fattuale (in seguito a mancanza di riscontro obiettivo) non consente alla superficie letterale di assurgere a Storia. Se gli UAP mitologici si prestano a una spiegazione solida in direzione fantasiosa e teologica, allorché non v’è nient’altro di manifestamente scientifico a sostegno di altra idea pro tecnologia aliena, giudico necessario e logico seguire tale via (rasoio di Ockham): fuori del mito nessuno ha parlato di armi nucleari, per il semplice fatto che questo mi sembra essere stato letto con “filtro pregiudiziale”. Le battaglie degli Dei induisti mi risultano eventi fantastici, al contrario delle cronache di Norimberga, Basilea, Stralsund: qua la narrazione è storica, dettagliata in tal senso, e mostra l’opportunità di un paragone con eventi più recenti ripresi dove la foggia dell’UFO è analoga. I racconti di mezzo millennio fa descrivono oggetti visti nei nostri tempi moderni. Questi scontri uranici fra alieni di allora possiedono requisiti di “storicità” (assente nella mitologia: Pinocchio non può diventare un automa meccanico). Il mio modo ermeneutico di interpretare i testi religiosi prolunga la mia logica analitica in un altro settore sugli alieni di cui voglio adesso discutere: si tratta del fenomeno del contattismo. Entrerò subito nella parte cruciale: non riesco a comprendere che senso abbia un contatto di extraterrestri rivolto a gente comune, di non eccezionale acculturazione, di non particolare spirito critico e filosofico. Il soggetto comune, qualunque, che ha difficoltà a capire già la realtà umana,  cos’ha da fare, dire con intelligenze più progredite. L’homo videns contattista, per me, rappresenta una cosa contraddittoria. Posso accettare che Grigi e Nordici interloquiscano con autorità di governo. Ma a che serve un contatto con privati cittadini, anche se qualificati da qualcosa nel loro lavoro (anche nell’ambito pubblico, però disconnesso dalla sfera politica di comando). Quest’idea di profeti, portavoci, spuntati come i supereroi americani dei fumetti mi lascia non convinto e pieno di perplessità. Perché poi non incontrano il successo di un Superman, e non salvano l’umanità, restando sconosciuti ai più. Mi sembra meglio andare a parlare con Eisenhower: da lui al “profeta qualunque” di un credo ufologico v’è un abisso logico-pragmatico. Non metto in dubbio la buona fede di chi sostiene di essere un contattista, tuttavia, se non ci troviamo di fronte a un caso clinico (con manifestazioni dell’Inconscio collettivo o patologie mentali), debbo dare ragione a chi ipotizza la manipolazione aliena in un perimetro di abduction. Il portavoce degli extraterrestri emerso dallo spazio sociale non governativo politico si potrebbe rivolgere solo ai creduloni con poco. I whistleblower rappresentano ben altra cosa, sebbene non contattisti. Di ufologia sanno molto di più di chiunque comune persona, e per esperienza diretta. Però nessuno di loro e fuoruscito dal binario empirico per mettersi a “predicare” una nuova “fede”. Io so, dacché l’ho ben studiato,  che il Gesù evangelico costituisce un personaggio letterario teologico posato sopra un culto solare neoatonista e filostoico4: intendo dire che se si analizzano bene le cose, non esiste neanche margine per una ragionevole proposta fideistica ufologica. Verum factum est: per quale motivo gli alieni riserverebbero i loro messaggi di monito ad aree molto circoscritte senza speranza di incontrare una visibilità di massa? Sarebbe un progetto fallimentare in partenza, e rivolto a pochi credenti. Non sarebbe meglio per i primi usare la TV e parlare chiaro a tutti insieme: non gli manca la tecnologia per inserirsi nelle frequenze televisive, da quel che appare: no? Dunque Dunque condivido il pensiero di chi, sulla scia di Karla Turner e Barbara Bartholic, giudica determinati contattisti presunti addotti manipolati. Non saprei dire addotti da chi. Forse qualcuno candiderebbe in primis i Rettiliani, autori perciò di un possibile piano volto a creare confusione fra la gente semplice. Il mio è un metodo investigativo filosofico, ragiono sulla base di concetti, altresì con l’ufologia. Mi pare che essa sia a pieno titolo una parte della filosofia in virtù della sua natura indagatrice che intreccia diverse discipline scientifiche. Nella mia modesta considerazione è compito di un’azione filosofica scoprire la verità e ripulire l’orizzonte da mistificazioni. Fu il neoepicureo Lorenzo Valla a spiegare la falsità documentale della “Donazione di Costantino”: la Storia ufficiale può contenere invenzioni tendenziose. Dobbiamo smontare tutte le ricostruzioni di fatti, condotte con sguardo ingenuo superficiale o con malevola illecita finalità, operanti una deviazione dall’obiettività. Non sto dicendo che la “teoria degli antichi astronauti” sia una falsità e presentata in malafede, sto soltanto sostenendo il mio personale punto di vista rispetto a idee, loro sviluppi ed ermeneutiche testuali che mi appaiono deboli nella loro edificazione concettuale per via dei motivi suddetti. La mia ammirazione va comunque a chi con spirito sincero s’impegna nelle ricerche del settore qui preso in esame: quegli esiti risultano teorie come le mie laddove le formulo, e meritano un giusto e dovuto riguardo in relazione alla persona formulante e alla materia esposta. Tuttavia, come in qualsiasi lecito confronto filosofico-scientifico rimane consentito dissentire da altrui impostazioni spiegandone il perché. La dialettica delle posizioni ideologiche sprona l’avanzamento della ricerca: chi ha un animo filosofico prende spunto positivo e costruttivo da osservazioni divergenti. Simile incontro di filosofia e ufologia si manifesta foriero di importanti conseguenze. Riflettevo in passato sul concetto aristotelico di ζῷον λόγον ἔχον e mi sono reso conto che esso possiede un’estensione superiore rispetto a quella comunemente intesa. Si accosta a ζῷον l’idea di “animale” pensando a qualcosa di faunistico, il termine in Aristotele in realtà si riferisce a ciò che possiede la “facoltà di muoversi”, ossia di essere “vitale”: essere-animato, soggetto-animato rappresentano migliori traduzione del termine. Il λόγος della suddetta definizione attribuita all’essere umano richiama una forma di pensiero-parola evoluta, matura, compiuta: cioè la capacità di ragionare, di esprimersi con un linguaggio, di comunicare i contenuti concettuali e di interloquire con propri simili. Ora tiro il coniglio dal cilindro. L’uomo non è l’unico ζῷον λόγον ἔχον dell’Universo: gli esseri extraterrestri sono dentro questa etichetta aristotelica. Il soggetto umano non costituisce la cima del λόγος, dal momento che esistono intelligenze non umane in possesso di abilità superiori: esprimere una tecnologia più progredita e facoltà di comunicare su canali telepatici. Gli abitanti del pianeta Terra non sono stati preparati a sentirsi dire che non rappresentano l’unica specie dominante del Cosmo: rischiano di non essere dominanti neanche più sulla sola Terra. L’antropogonia originaria ebraica, la quale contempla un androgino alla base5, e le visioni derivate di antropocentrismo perdono qualsiasi pretesa di validità. È questo il grande problema dell’Occidente cristianizzato: presunzione antropocentrica rivolta all’inderogabile frustrazione derivante dalla ventura alien disclosure. I Nordici, i Grigi, e tutti gli altri extraterrestri sono ζῷα λόγον ἔχοντα. Non siamo l’unica specie λόγον ἔχουσα. Ciò costituisce, mediante la disclosure, una promessa di trauma per molti nonostante tutte le migliori intenzioni di presentare la prima nella guisa più appropriata per la massa distratta da una mondanità consumistica. Quel radiodramma wellesiano e l’ilarità di chi non si interessa in forma consona di UAP e alieni docent. Lo spettro dell’anomia ha rallentato la disclosure, però io non credo che l’ufficialità proclamata ex cathedra tarderà a venire6. Alla luce di quanto ho detto in quest’ultimo tratto vi invito a ripensare il concetto aristotelico di ζῷον πολιτικόν e di connetterlo altresì con la tucididea cifra storiografica archetipica, almeno per me, della Guerra del Peloponneso. Il recinto cosmico degli ζῷα πολιτικά non si ferma ai Terrestri: in virtù del λόγος che accomuna in πόλις gli ζῷα λόγον ἔχοντα ci ritroviamo davanti a qualcosa che pure la filosofia odierna ha sottovalutato. In più: un tale novero cosmico può entrare in un conflitto intestino? Non pochi sono gli aspetti di riflessione che dovrebbero interessare tutti, prima che simili spunti si concretizzino nella maniera meno aggraziata. Le battaglie celesti su citate risalenti ai secoli XVI e XVII rappresentano un indizio di possibilità di conflitti tra schieramenti di forze non umane: Ockham dice che il fumo è il segno naturale del fuoco, perciò similmente uno scontro risulta interpretabile quale uno stato di attrito fra posizioni opposte. Nordici e Grigi (o altri) si sono dati battaglia a causa di un interesse verso il nostro pianeta? Non ho risposte, solo ipotesi storiografiche. È possibile che la Terra sia stata divisa in zone d’influenza dagli e tra gli extraterrestri? Magari al fine di ovviare a quelle battaglie celesti. Si dice di una collaborazione fra USA e Grigi dai tempi del Presidente Eisenhower. Altri collaborano con altri non umani? Nemmeno qua ho risposte. Fare nuove ipotesi non è per niente facile. Rimane in linea teorica una strada a beneficio dei Nordici in primis: ma se concreta, con chi? Un loro presunto passato tentativo di trovare agganci sulla sponda del Vaticano darebbe l’impressione di non essere stato corrisposto. Soltanto la disclosure potrà schiarire un quadro di non agevole comprensione all’osservatore ordinario come me, modesto studioso indipendente. Ha stupito non poco la prima pagina de “L’Osservatore Romano” quando il 14 maggio 2008 è uscita l’intervista al direttore della Specola Vaticana con un titolo perturbante a piena pagina in alto: “L’extraterrestre è mio fratello”. E non era un’uscita sensazionalistica. La Chiesa cattolica si è aperta a un’idea che ancora molti giudicano assurda e ridicola a causa di difetti d’interesse intellettuale. Eppure trovo singolare rilevare che l’ultimo libro della Bibbia cattolica adopera quale denominazione un sostantivo greco (ἀποκάλυψις) equivalente a “disclosure” (mi riferisco qua a quella aliena), e che oggi come all’alba dei tempi evangelici narrati c’è comunanza di comete (quella dei Magi, o Maghi, e 3I/Atlas). Strana l’ironia della sorte, giacché la “rivelazione” odierna potrebbe comportare l’implosione del Cristianesimo, dovuta all’anomia, con immagini e idee analoghe nella forma a quelle fondative. I Greci antichi pagani, se avessero avuto parola attuale, avrebbero parlato di νέμεσις.
 
 
NOTE
 
1 Mostro un esempio dei miei vari studi pubblicati nel tempo
 
2 Per approfondire indico un mio scritto
 
3 Se all’apertura del video nel browser rimane il sonoro in inglese, aprendolo nell’app di YouTube l’audio viene doppiato in italiano
 
4 In vista di un approfondimento segnalo un mio lavoro
 
5 Una mia analisi in materia qui
 
6 A proposito di “disvelamento” delle civiltà non umane, questo il mio precedente scritto