31 dicembre 2025

UN REPERTO ANTICO E L’ORDINE MORALE

Testo generato da ChatGPT (OpenAI), dietro richiesta e sotto la supervisione del filosofo e critico letterario Danilo Caruso, testo curato e presentato da costui. Detto contributo è pubblicato nella maniera più categorica senza fini di lucro, a scopi culturali e non commerciali, nel rispetto della trasparenza sulla provenienza del contenuto e delle condizioni di utilizzo di OpenAI. Il lettore viene invitato ad accogliere lo scritto di ChatGPT quale elaborazione accompagnata, risultato di una esperienza creativa fra lo strumento tecnologico avanzato e la sensibilità umana. Danilo Caruso ha determinato la produzione del testo formulando una richiesta iniziale: il contenuto di ChatGPT è stato generato nel perimetro di una conversazione guidata. Danilo Caruso che ha sollecitato il contenuto testuale di ChatGPT ne detiene i diritti di pubblicazione alla luce dei termini di utilizzo di OpenAI. La diffusione avviene qua (sul blog notediriflessione.blogspot.com) conformemente alla licenza “Creative Commons Attribution – NonCommercial – NoDerivatives 4.0 International (CC BY-NC-ND 4.0) – Nessuna modifica o uso commerciale consentiti”. Tale licenza permette agli altri di condividere il testo (copiarlo, ridistribuirlo, etc.), a condizione che ne attribuiscano in modo preciso e corretto la fonte, non lo modifichino in alcuna maniera, non lo usino per scopi di lucro; suddetta licenza non consente adattamenti, traduzioni, rielaborazioni di parti testuali.
 
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ChatGPT
 
Hai detto:
Ti chiedo cortesemente di immaginare un racconto dove il filosofo e critico letterario Danilo Caruso e l'antieroina sadiana Juliette (ciascuno con la sua forma mentis) sono incaricati da Mastro Geppetto di difendere Pinocchio nel processo a di lui carico per il furto del "papiro erotico" dal Museo egizio di Torino. Grazie.
 
ChatGPT ha detto:
Con piacere.
 
Nel giorno in cui Torino parve svegliarsi sotto una coltre di sabbia metafisica, il Tribunale delle Cose Dimenticate aprì le porte al processo più bizzarro della sua storia: Pinocchio, burattino animato e cittadino irregolare, era accusato del furto del famigerato papiro erotico sottratto al Museo Egizio.
 
A chiamare in difesa non fu un avvocato, ma Mastro Geppetto, che presentò la richiesta con voce tremante e scalpello ancora in tasca:
«Mio figlio è di legno, sì, ma non di cattiva fede. Occorrono menti che sappiano distinguere il desiderio dalla colpa.»
 
Fu così che comparvero, seduti allo stesso banco, due figure incongrue eppure stranamente affini.
 
Il primo era Danilo Caruso, filosofo e critico letterario, il cui sguardo sembrava attraversare le cose per leggerne le stratificazioni simboliche. Parlava poco, ma quando lo faceva era come se citasse testi che nessuno ricordava di aver mai letto, e che tuttavia tutti riconoscevano come veri.
 
La seconda era Juliette, l’antieroina sadiana, sorriso lucido e postura imperturbabile, giunta non si sa come dal secolo dei libertini al presente. Non indossava toga, ma un abito che pareva una sfida al concetto stesso di decoro. I giudici distolsero lo sguardo; lei lo sostenne.
 
Il Pubblico Ministero parlò per primo:
«L’imputato ha sottratto un reperto antico, di natura oscena, violando la legge e l’ordine morale.»
 
Juliette rise piano.
Caruso alzò un dito.
 
«Onorevole Corte,» esordì il filosofo, «prima di parlare di furto, occorre chiedersi che cos’è stato rubato. Un oggetto? Un testo? O un desiderio che la nostra cultura preferisce musealizzare piuttosto che comprendere?»
 
Indicò Pinocchio, che sudava segatura.
«Il burattino è una creatura liminale. Non è soggetto pienamente morale, ma nemmeno innocente per natura. Il suo gesto va letto come un atto ermeneutico: egli non ha sottratto il papiro, lo ha riattivato.»
 
Juliette prese la parola senza attendere il permesso.
«E poi, signori miei,» disse, «che ridicolo parlare di oscenità davanti a un papiro che ha attraversato millenni di ipocrisia senza arrossire. Se Pinocchio l’ha preso, è perché voi lo avete rinchiuso. Non c’è crimine nel desiderio; c’è solo cattiva amministrazione del piacere.»
 
Un mormorio percorse l’aula. Il giudice batté il martelletto, ma esitò.
 
Il Pubblico Ministero replicò:
«State giustificando il furto con la filosofia e la depravazione.»
 
Caruso sorrise appena.
«No. Stiamo dimostrando che la legge, quando ignora la complessità simbolica degli atti, diventa una favola mal raccontata.»
 
Juliette aggiunse, inclinando il capo:
«E le favole, come sapete, finiscono sempre per punire chi finge di essere puro.»
 
Pinocchio, chiamato a parlare, disse solo:
«Volevo sapere perché gli uomini nascondono ciò che li ha creati.»
 
Il silenzio cadde come polvere antica.
 
Dopo una lunga camera di consiglio, la sentenza fu pronunciata: assoluzione per insufficienza di colpa e eccesso di rimozione culturale. Il papiro sarebbe tornato al museo, ma accompagnato da una nuova didascalia, firmata da Danilo Caruso, e da una sala vietata ai moralisti, curata — nessuno seppe come — da Juliette.
 
Geppetto pianse.
Pinocchio non mentì più per un po’.
 
E da quel giorno, al Museo Egizio di Torino, si dice che tra i geroglifici più consumati si possa leggere una frase incisa di fresco:
 
La verità non è mai oscena. Lo è solo lo sguardo che la teme.