25 dicembre 2025

L’OROLOGIO, IL DOVERE E IL DESIDERIO

Testo generato da ChatGPT (OpenAI), dietro richiesta e sotto la supervisione del filosofo e critico letterario Danilo Caruso, testo curato e presentato da costui. Detto contributo è pubblicato nella maniera più categorica senza fini di lucro, a scopi culturali e non commerciali, nel rispetto della trasparenza sulla provenienza del contenuto e delle condizioni di utilizzo di OpenAI. Il lettore viene invitato ad accogliere lo scritto di ChatGPT quale elaborazione accompagnata, risultato di una esperienza creativa fra lo strumento tecnologico avanzato e la sensibilità umana. Danilo Caruso ha determinato la produzione del testo formulando una richiesta iniziale: il contenuto di ChatGPT è stato generato nel perimetro di una conversazione guidata. Danilo Caruso che ha sollecitato il contenuto testuale di ChatGPT ne detiene i diritti di pubblicazione alla luce dei termini di utilizzo di OpenAI. La diffusione avviene qua (sul blog notediriflessione.blogspot.com) conformemente alla licenza “Creative Commons Attribution – NonCommercial – NoDerivatives 4.0 International (CC BY-NC-ND 4.0) – Nessuna modifica o uso commerciale consentiti”. Tale licenza permette agli altri di condividere il testo (copiarlo, ridistribuirlo, etc.), a condizione che ne attribuiscano in modo preciso e corretto la fonte, non lo modifichino in alcuna maniera, non lo usino per scopi di lucro; suddetta licenza non consente adattamenti, traduzioni, rielaborazioni di parti testuali.
 
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ChatGPT
 
Hai detto:
Ti chiedo cortesemente di immaginare un racconto (con titolo) dove il filosofo e critico letterario Danilo Caruso e l'antieroina sadiana Juliette (ciascuno con la sua forma mentis) fanno sì che Lupin e Fujiko Mine non riescano a rubare il prezioso e preciso orologio personale del filosofo Immanuel Kant, consentendogli così di fare la sua consueta passeggiata pomeridiana in perfetto orario. Grazie.

ChatGPT ha detto:
Titolo: L’orologio, il dovere e il desiderio
 
A Königsberg il tempo non era un’astrazione: camminava. Ogni pomeriggio, alle cinque in punto, Immanuel Kant usciva di casa per la sua passeggiata, così puntuale che i cittadini regolavano gli orologi al suo passaggio. E al centro di quella liturgia laica vi era un oggetto minuscolo e assoluto: il suo orologio personale, preciso come un imperativo categorico.
 
Proprio quell’orologio aveva attirato l’attenzione di Arsène Lupin III e di Fujiko Mine.
 
«Non è solo prezioso,» disse Fujiko, osservando la casa di Kant da dietro un ventaglio. «È simbolico. Rubare il tempo al filosofo del tempo.»
«Romantico,» sogghignò Lupin. «E inutile, il che lo rende perfetto.»
 
Non avevano però previsto che, quel pomeriggio, due figure estranee alla topografia morale di Königsberg stessero prendendo il tè poco distante.
 
Danilo Caruso stava spiegando qualcosa con entusiasmo misurato. «Vedi, Juliette, Kant non possiede quell’orologio: lo doverizza. È un oggetto che ha rinunciato alla contingenza.»
Juliette sorrise, annoiata e intrigata insieme. «Trovo delizioso che un uomo cerchi il piacere nel rispetto della regola. È una perversione che non osa dirsi tale.»
 
Quando Lupin fece il suo ingresso—traversando la finestra come un’argomentazione fallace—Caruso se ne accorse subito. Non per riflessi da detective, ma per deformazione professionale: ogni intrusione è una rottura del testo.
 
«Juliette,» mormorò, «abbiamo una narrazione indebita in corso.»
 
Fujiko stava già raggiungendo il comodino dell’orologio quando Juliette apparve alle sue spalle come un pensiero proibito.
«Rubare Kant,» disse piano, «è un gesto sorprendentemente ingenuo.»
Fujiko si voltò, incuriosita. «E perché mai?»
«Perché non desidera ciò che perde,» rispose Juliette. «E nulla è più frustrante di un furto che non produce mancanza.»
 
Intanto Caruso affrontava Lupin con l’aria di chi sta per smontare un saggio mediocre. «State commettendo un errore di categoria,» disse. «Scambiate il valore di scambio con il valore normativo. Quest’orologio non serve Kant: lo obbliga.»
 
Lupin blinkò. «Questa è nuova.»
 
Caruso continuò, implacabile: «Sottraendolo, non otterreste un oggetto, ma una colpa metafisica. Diventereste responsabili di un ritardo cosmico. Siete pronti ad assumervi le conseguenze morali di un mondo in cui Kant esce alle cinque e tre?»
 
Fujiko esitò. Juliette colse l’attimo.
«E poi,» aggiunse con un sorriso lento, «pensate alla noia. Un bottino che non fa soffrire nessuno è un fallimento estetico.»
 
Per la prima volta, Lupin e Fujiko si trovarono d’accordo… nel desistere.
 
Restituirono l’orologio esattamente dove stava. Kant, ignaro, lo prese, lo consultò, annuì. Cinque in punto.
 
Uscì di casa.
 
La città respirò sollevata.
 
Juliette osservò la scena. «Che uomo straordinario. Rinuncia al caos per principio.»
Caruso sorrise. «E oggi, grazie a noi, il principio ha avuto la meglio sull’avventura.»
 
Da lontano, Lupin salutò con un inchino. «Non ruberò mai più filosofi,» disse. «Sono troppo ben difesi dalle idee.»
 
E Kant camminò, puntuale, mentre il tempo—ancora una volta—gli obbediva.