21 luglio 2026

LE NOZZE A SCADENZA

Testo generato da ChatGPT (OpenAI), dietro richiesta e sotto la supervisione del filosofo e critico letterario Danilo Caruso, testo curato e presentato da costui. Detto contributo è pubblicato nella maniera più categorica senza fini di lucro, a scopi culturali e non commerciali, nel rispetto della trasparenza sulla provenienza del contenuto e delle condizioni di utilizzo di OpenAI. Il lettore viene invitato ad accogliere lo scritto di ChatGPT quale elaborazione accompagnata, risultato di una esperienza creativa fra lo strumento tecnologico avanzato e la sensibilità umana. Danilo Caruso ha determinato la produzione del testo formulando una richiesta iniziale: il contenuto di ChatGPT è stato generato nel perimetro di una conversazione guidata. Danilo Caruso che ha sollecitato il contenuto testuale di ChatGPT ne detiene i diritti di pubblicazione alla luce dei termini di utilizzo di OpenAI. La diffusione avviene qua (sul blog notediriflessione.blogspot.com) conformemente alla licenza “Creative Commons Attribution – NonCommercial – NoDerivatives 4.0 International (CC BY-NC-ND 4.0) – Nessuna modifica o uso commerciale consentiti”. Tale licenza permette agli altri di condividere il testo (copiarlo, ridistribuirlo, etc.), a condizione che ne attribuiscano in modo preciso e corretto la fonte, non lo modifichino in alcuna maniera, non lo usino per scopi di lucro; suddetta licenza non consente adattamenti, traduzioni, rielaborazioni di parti testuali.
 
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ChatGPT
 
Hai detto:
Ti chiedo cortesemente di immaginare un racconto (con titolo) dove il filosofo e critico letterario Danilo Caruso e l'antieroina sadiana Juliette (ciascuno con la sua forma mentis), rispettivamente Presidente e Vice degli Stati Uniti d'Europa, dopo l'indizione delle elezioni anticipate da parte del primo, a seguito dell'abolizione delle banche private, affrontano la campagna elettorale annunciando un progetto di legge per istituire il matrimonio a tempo determinato. Loro avversari durante la competizione elettorale nell'accoppiata contrapposta: Monsignor Robert Hugh Benson e zia Lydia esponenti del San Partito. Ti chiedo altresì di proporre sviluppi della narrazione in cinque parti. Grazie.


ChatGPT ha detto:
Le nozze a scadenza
Nel quarantesimo anno dell'Unione Federale Europea, gli Stati Uniti d'Europa erano ormai una repubblica capace di trasformare in legge idee che, solo pochi decenni prima, sarebbero sembrate provocazioni filosofiche. Il Presidente, Danilo Caruso, filosofo e critico letterario, considerava la politica una forma di ermeneutica collettiva: governare significava interpretare il proprio tempo senza inchinarsi ai dogmi. Accanto a lui, la Vicepresidente Juliette, con l'intelligenza spietata e libertina che la caratterizzava, vedeva invece le istituzioni come semplici strumenti del desiderio e del potere. Dove Caruso cercava argomentazioni, Juliette cercava conseguenze.

Quando il governo approvò l'abolizione delle banche private, sostituite da un'unica Autorità Pubblica del Credito, i mercati reagirono con panico, mentre la popolazione si divise fra entusiasmo e timore. Convinto che una riforma tanto radicale dovesse ricevere una nuova investitura popolare, Caruso sciolse anticipatamente il Parlamento e indisse elezioni.

Durante il primo comizio annunciò un secondo progetto destinato a suscitare un terremoto ancora più profondo.

— «Se il matrimonio è un contratto», disse con tono quasi accademico, «non esiste alcuna ragione filosofica per cui debba essere necessariamente perpetuo. Proporremo il matrimonio a tempo determinato, liberamente rinnovabile.»

Juliette sorrise.

— «L'eternità è sempre stata un ottimo affare per chi vive del senso di colpa.»

Le telecamere registrarono il suo sorriso, che divenne il simbolo della campagna.

L'opposizione reagì immediatamente.

A guidarla era il San Partito, formazione nata dall'unione delle principali correnti religiose e tradizionaliste. Alla Presidenza correva Monsignor Robert Hugh Benson, sacerdote e scrittore, persuaso che ogni civiltà sopravvivesse soltanto mantenendo saldo il rapporto con il trascendente. Accanto a lui sedeva zia Lydia, donna inflessibile, convinta che l'ordine sociale dipendesse dalla disciplina più che dalla libertà.

«Non siamo contro il cambiamento», dichiarò Benson, «ma contro l'idea che nulla sia più sacro.»

Lydia fu più diretta.

«Un contratto che scade produce persone che scadono.»

Così cominciò la campagna elettorale più aspra della storia europea.

Caruso trasformò ogni dibattito in una lezione di filosofia politica. Citava Aristotele, Nietzsche, Ricoeur e perfino i romanzieri dell'Ottocento per sostenere che la durata di un vincolo non ne garantisce la sincerità.

Juliette demoliva invece ogni sentimentalismo.

«Chi ama rinnova. Chi non rinnova mente. È molto più semplice.»

Benson replicava che la fedeltà acquista valore proprio quando resiste alla possibilità della fuga.

Lydia aggiungeva:

«La libertà senza responsabilità produce soltanto individui incapaci di mantenere una promessa.»

Il confronto cessò presto di riguardare il matrimonio.

Divenne una disputa sull'intera idea di civiltà.

Da una parte, il primato dell'autonomia individuale.

Dall'altra, quello della permanenza dei legami.

Ogni dibattito televisivo sembrava un trattato di filosofia incarnato in quattro persone.

E il Paese, per la prima volta dopo molti anni, seguiva la politica come se stesse leggendo un grande romanzo.

Parte II – Il referendum invisibile
L'indizione delle elezioni anticipate trasformò gli Stati Uniti d'Europa in un immenso laboratorio politico.

Per settimane, i sondaggi sembrarono incapaci di cogliere il vero orientamento dell'elettorato. Gli analisti parlavano di economia, della recente abolizione delle banche private, della stabilità monetaria garantita dall'Autorità Pubblica del Credito; eppure, nelle piazze, nelle università e perfino nei caffè, la discussione finiva sempre sullo stesso tema: la durata delle promesse.

Danilo Caruso osservava il fenomeno con curiosità quasi accademica.

«Quando una società», disse durante una conferenza all'Università Federale di Strasburgo, «discute del matrimonio, in realtà sta discutendo del tempo. Ogni civiltà sceglie un modo diverso di abitare il futuro.»

I giornalisti annotarono la frase.

Juliette, seduta in prima fila, applaudì con un sorriso ironico.

Quando salì sul palco, liquidò la questione con poche parole.

«Il Presidente parla del tempo. Io preferisco parlare della sincerità. Esistono matrimoni che finiscono dopo sei mesi e continuano formalmente per quarant'anni. Chiamate quella fedeltà? Io la chiamo burocrazia sentimentale.»

La frase fece il giro dei social.

Naturalmente, il San Partito non lasciò cadere la provocazione.

Robert Hugh Benson aveva scelto una strategia completamente diversa.

Nessuna invettiva.

Nessun allarmismo.

Ogni sera parlava in teatri pieni di cittadini.

Senza quasi mai alzare la voce.

«Una promessa», spiegava, «non è preziosa perché facile da mantenere. È preziosa proprio perché può essere tradita.»

Una giovane donna gli domandò:

«Ma se due persone smettono di amarsi, perché dovrebbero restare sposate?»

Benson rifletté qualche secondo.

«Non sempre dovrebbero. Esistono situazioni tragiche. Ma la legge non dovrebbe essere costruita prendendo come modello l'eccezione. Una civiltà educa anche attraverso gli ideali che propone.»

L'applauso durò quasi un minuto.

Zia Lydia, invece, preferiva visitare quartieri popolari, scuole e centri civici.

Non cercava il consenso emotivo.

Parlava come un'amministratrice.

«Ogni contratto», spiegava mostrando alcune tabelle, «produce incentivi. Se il matrimonio scade automaticamente, una parte della popolazione investirà meno nella costruzione di una famiglia stabile.»

Le contestavano che anche i contratti di lavoro avevano una durata.

«Appunto», replicava. «E quanti vivono serenamente nella precarietà?»

Quella risposta trovò ascolto perfino fra molti elettori progressisti.

La campagna cominciò lentamente a cambiare.

Non esistevano più soltanto due schieramenti.

Esistevano almeno quattro Europe.

Quella libertaria di Juliette.

Quella filosofica di Caruso.

Quella spirituale di Benson.

Quella disciplinare di Lydia.

E milioni di cittadini oscillavano fra una e l'altra.

Una sera, nel Palazzo Presidenziale di Bruxelles, Caruso e Juliette rimasero soli dopo una lunga riunione.

Sul tavolo erano sparsi decine di sondaggi.

Juliette li sfogliò distrattamente.

«Stiamo perdendo terreno.»

«No.»

«No?»

«Stiamo costringendo il Paese a pensare.»

Lei rise.

«I filosofi trovano sempre un modo elegante per chiamare una crisi.»

Caruso rimase in silenzio.

Poi disse:

«Tu vuoi vincere.»

«Naturalmente.»

«Io voglio che il progetto sopravviva anche se dovessimo perdere.»

Juliette lo guardò con un misto di divertimento e incredulità.

«Ecco la differenza fra noi.»

«Quale?»

«Tu credi ancora che le idee abbiano una vita propria.»

«E tu?»

«Credo che sopravvivano soltanto se qualcuno ha il potere di imporle.»

Per la prima volta dall'inizio della campagna, Caruso non replicò.

Pochi giorni dopo esplose un caso inatteso.

Un gruppo di oltre duecento giuristi pubblicò un manifesto.

Il documento non sosteneva né il governo né il San Partito.

Sosteneva invece una tesi diversa.

"La vera questione", scrivevano, "non è se il matrimonio debba essere permanente o temporaneo. È se lo Stato debba continuare ad attribuire al matrimonio un ruolo privilegiato rispetto ad altre forme di convivenza."

Il manifesto cambiò improvvisamente il terreno dello scontro.

Caruso lo definì «una critica preziosa».

Juliette lo giudicò «un esercizio di relativismo senza coraggio».

Benson vi riconobbe «un sintomo della dissoluzione del concetto stesso di famiglia».

Lydia fu ancora più severa.

«Quando tutto vale allo stesso modo», disse durante un comizio, «nulla vale davvero.»

I mezzi di comunicazione cominciarono a parlare del referendum invisibile.

Formalmente gli elettori avrebbero scelto un Parlamento.

In realtà sembravano chiamati a rispondere a domande molto più profonde.

Che cosa rende autentico un impegno?

La libertà consiste nel poter uscire da ogni vincolo, oppure nel dare valore a quelli che si scelgono?

Le istituzioni devono riflettere i cambiamenti della società o cercare di orientarli?

Nessun sondaggio riusciva più a prevedere l'esito delle elezioni.

Persino gli osservatori stranieri ammettevano che il voto non avrebbe deciso soltanto chi avrebbe governato gli Stati Uniti d'Europa.

Avrebbe indicato quale idea dell'essere umano fosse, almeno per quel momento storico, la più persuasiva.

Parte III – Il grande dibattito europeo
A dieci giorni dalle elezioni, il Consiglio Federale dei Media organizzò quello che venne subito ribattezzato il confronto del secolo.

Nessuna scenografia spettacolare.

Nessun pubblico in studio.

Un tavolo circolare, quattro sedie e un moderatore incaricato soltanto di distribuire i tempi.

Per volontà unanime dei candidati, non sarebbero state previste domande preparate in anticipo.

«La politica», aveva osservato Danilo Caruso, «si misura anche nella capacità di pensare mentre parla.»

Juliette aveva aggiunto:

«E nella capacità di sopportare il pensiero degli altri.»

La prima domanda fu quasi inevitabile.

«Che cos'è, per voi, il matrimonio?»

Caruso parlò per primo.

«È un'istituzione giuridica che, nel corso della storia, ha assunto forme molto diverse. Non credo che il suo valore dipenda dall'immutabilità, bensì dalla capacità di esprimere responsabilità reciproca nelle condizioni storiche di un determinato tempo. Le leggi non sono eterne; sono interpretazioni provvisorie della convivenza.»

Robert Hugh Benson ascoltò senza interrompere.

Poi rispose con tono pacato.

«Le istituzioni cambiano. È vero. Ma alcune cambiano proprio perché custodiscono qualcosa che non cambia. Se una promessa vale soltanto finché coincide con il desiderio, non è più una promessa: è una descrizione dello stato d'animo del momento.»

Per alcuni secondi nello studio cadde un silenzio assoluto.

Il moderatore si rivolse allora a Juliette.

«Vicepresidente, lei sostiene davvero che ogni matrimonio dovrebbe avere una scadenza?»

Juliette sorrise.

«No.»

Il moderatore rimase sorpreso.

«Davvero?»

«Ho sempre sostenuto che dovrebbe essere possibile scegliere una durata. Sono gli altri ad aver trasformato la mia proposta in uno slogan assoluto.»

Caruso la osservò con curiosità.

Perfino lui non conosceva quella sfumatura.

Juliette proseguì.

«Una promessa libera è più interessante di una promessa obbligatoria. Se due persone desiderano sposarsi per tutta la vita, che lo facciano. Ma se altre scelgono dieci anni, o cinque, perché dovrebbe impedirglielo lo Stato?»

Fu la prima volta che la proposta apparve meno radicale di quanto fosse stata raccontata.

Zia Lydia prese la parola senza attendere di essere invitata.

«Perché la legge non è soltanto uno specchio delle preferenze individuali.»

Guardò direttamente Juliette.

«Ogni legge educa.»

Juliette sorrise.

«Anche la censura educa.»

«Sì.»

L'immediatezza della risposta sorprese tutti.

«Educa alla paura», continuò Lydia. «Ed è per questo che la rifiuto. Ma esistono leggi che educano alla fiducia, altre alla responsabilità, altre ancora all'indifferenza. Nessuna legge è neutrale.»

Caruso annuì lentamente.

«Su questo», disse, «sono d'accordo.»

Juliette si voltò verso di lui.

«Non cominciare.»

«No, ascoltami. Lydia ha ragione nel dire che la legge educa. La domanda è diversa: verso quale idea di essere umano vogliamo educare?»

Il dibattito cambiò direzione.

Non si parlò più soltanto di matrimonio.

Si parlò di libertà.

Benson prese un foglio.

Era una copia della Costituzione federale.

«Qui», disse, «si afferma che la dignità della persona precede lo Stato. Se è così, dobbiamo chiederci se esistano beni che lo Stato debba proteggere anche quando sono impopolari.»

Caruso rispose con calma.

«Io credo che la dignità preceda lo Stato proprio perché nessun governo può decidere una volta per tutte quale sia la forma migliore della vita buona.»

«Ma allora», replicò Benson, «come distinguiamo il progresso dalla semplice moda?»

La domanda rimase sospesa.

Nemmeno Caruso rispose subito.

Fu Juliette a rompere il silenzio.

«La moda passa.»

«Esatto», disse Benson.

«Appunto. Se questa riforma fosse soltanto una moda, passerà da sola. Se invece sopravvivrà, significherà che risponde a un bisogno reale.»

Benson sorrise.

«Questa è un'argomentazione elegante.»

«Lo so.»

«Ma non basta.»

«Nemmeno la sua.»

Per la prima volta il sacerdote rise apertamente.

Anche il moderatore sorrise.

L'atmosfera, senza perdere intensità, divenne meno rigida.

Nell'ultima ora il confronto assunse un tono inatteso.

Il moderatore rivolse a ciascuno la stessa domanda.

«Qual è il punto migliore sostenuto dai vostri avversari?»

Lo studio rimase immobile.

Fu Caruso a rompere l'esitazione.

«Monsignor Benson mi ricorda continuamente che una società non vive soltanto di diritti, ma anche di significati condivisi. È un monito che considero prezioso.»

Benson annuì.

«Il Presidente mi costringe a non trasformare la tradizione in nostalgia. Anche questo è utile.»

Toccò a Lydia.

«Juliette possiede una qualità rara.»

Lei alzò un sopracciglio.

«Quale?»

«Individua rapidamente le ipocrisie.»

Juliette scoppiò a ridere.

«Da parte sua è quasi un complimento.»

«Lo è.»

«Peccato che poi lei voglia sostituire le ipocrisie con la disciplina.»

«Preferisco correggerle.»

Infine Juliette rispose.

Per qualche istante sembrò davvero riflettere.

«Caruso dice spesso che ogni istituzione deve poter giustificare razionalmente la propria esistenza. È una buona regola. Quanto a Benson e Lydia...» Fece una breve pausa. «Hanno una virtù che io non possiedo: credono davvero che alcuni limiti possano rendere gli esseri umani migliori. Io continuo a dubitarne, ma riconosco che la loro convinzione è sincera.»

Il dibattito terminò senza vincitori evidenti.

I commentatori televisivi apparvero quasi frustrati.

Non c'erano state urla.

Non c'erano stati insulti.

Nessuno aveva abbandonato lo studio.

I giornali del giorno seguente pubblicarono titoli contrastanti: alcuni videro in Caruso il pensatore capace di dare forma al cambiamento; altri considerarono Benson il difensore più persuasivo della continuità. Juliette fu descritta come la voce della libertà radicale, Lydia come quella della responsabilità istituzionale.

Eppure, in un editoriale molto letto, una giovane editorialista scrisse:

«Per dodici ore gli Stati Uniti d'Europa hanno assistito a qualcosa di raro: non a una gara di slogan, ma a quattro concezioni dell'essere umano che hanno accettato di confrontarsi senza rinunciare alla propria identità. Forse il vero vincitore non è stato un candidato, ma l'idea stessa che la democrazia possa ancora essere un luogo di pensiero.»

Intanto, lontano dai riflettori, qualcuno stava preparando una mossa destinata a cambiare gli ultimi giorni della campagna. Non si trattava di uno scandalo personale né di un complotto, ma di una proposta capace di spostare il terreno del confronto dall'ideologia alla concreta architettura costituzionale degli Stati Uniti d'Europa.

Parte IV – Le urne

L'ultimo giorno di campagna elettorale si chiuse senza fuochi d'artificio.

Per scelta comune, nessuno dei quattro candidati organizzò comizi conclusivi.

Danilo Caruso trascorse la serata nella Biblioteca Civica di Bruxelles, dove partecipò a una lettura pubblica di testi filosofici sulla responsabilità politica.

Juliette preferì visitare un centro di ricerca dedicato all'intelligenza artificiale applicata al diritto.

«Le macchine», osservò davanti ai ricercatori, «sono meno ipocrite degli esseri umani: applicano le regole senza fingere che siano eterne.»

Robert Hugh Benson celebrò una funzione religiosa, precisando nell'omelia che non intendeva trasformare la liturgia in propaganda.

«Il voto», disse ai fedeli, «appartiene alla coscienza, non all'altare.»

Zia Lydia trascorse invece la giornata in un istituto professionale, parlando con insegnanti e studenti di formazione civica.

«Le società», ripeté, «non si salvano soltanto con buone leggi. Hanno bisogno di persone capaci di rispettarle.»

Quando si aprirono le urne, l'affluenza raggiunse livelli che gli osservatori definivano storici.

Per tutta la giornata i notiziari mostrarono file ordinate davanti ai seggi.

Molti elettori confessavano ai cronisti di non aver mai cambiato idea così tante volte durante una campagna.

Lo spoglio durò fino all'alba.

Alle cinque del mattino il quadro apparve definitivo.

La coalizione di Caruso e Juliette era il primo raggruppamento parlamentare.

Il San Partito di Benson e Lydia era cresciuto ben oltre ogni previsione.

Ma nessuno disponeva della maggioranza assoluta.

L'Assemblea Federale risultava frammentata in quattro grandi aree e numerosi gruppi minori.

Le televisioni parlarono subito di Parlamento sospeso.

Juliette, osservando i risultati sul grande schermo della sede elettorale, sospirò.

«Abbiamo vinto e perso nello stesso momento.»

Caruso rimase tranquillo.

«Abbiamo ricevuto un mandato.»

«Incompleto.»

«Tutti i mandati democratici sono incompleti.»

I mercati, che avevano temuto un vuoto di potere dopo l'abolizione delle banche private, reagirono con volatilità. Gli indici finanziari oscillavano, mentre l'Autorità Pubblica del Credito ribadiva la continuità operativa del sistema. I cittadini, tuttavia, sembravano più interessati a ciò che sarebbe accaduto in Parlamento che alle oscillazioni dei listini.

Il giorno successivo, il Presidente convocò una conferenza stampa.

Molti si aspettavano un discorso trionfale.

Invece dichiarò:

«Gli elettori non ci hanno autorizzati a governare contro metà del Paese. Ci hanno chiesto di cercare una sintesi.»

Una giornalista domandò:

«Significa che è disposto a negoziare con il San Partito?»

«Significa», rispose Caruso, «che considero la politica l'arte del convincere, non dell'umiliare.»

Quando quelle parole raggiunsero Robert Hugh Benson, il sacerdote rimase pensieroso.

Lydia, seduta di fronte a lui, chiuse lentamente il fascicolo con i risultati.

«Non si fidi.»

«Perché?»

«Perché un compromesso può essere il modo più elegante di ottenere ciò che non si è riusciti a conquistare direttamente.»

Benson sorrise.

«Oppure il modo più onesto di riconoscere che nessuno possiede tutta la verità.»

«Lei continua ad avere fiducia nelle persone.»

«Altrimenti non avrei accettato di fare politica.»

Tre giorni dopo avvenne l'incontro che tutta l'Europa aspettava.

Nessuna telecamera.

Nessun fotografo.

Caruso e Benson si sedettero da soli in una sala del Palazzo Federale.

Sulla scrivania c'erano soltanto due bicchieri d'acqua e una copia della Costituzione.

Per alcuni minuti non parlarono della legge sul matrimonio.

Discussero invece del significato dell'opposizione.

«Esiste», disse Caruso, «una forma di governo che pretende di eliminare gli avversari.»

Benson annuì.

«Ed esiste una forma di opposizione che spera soltanto nel fallimento del governo.»

«Entrambe impoveriscono la democrazia.»

«Concordo.»

Fu allora che Caruso estrasse una cartella.

«Vorrei mostrarle una proposta.»

Benson la lesse con attenzione.

Il testo non parlava più di matrimonio a tempo determinato come modello generale.

Introduceva, invece, una distinzione tra il matrimonio civile a tempo indeterminato, che rimaneva invariato per chi lo sceglieva, e una nuova forma di unione civile rinnovabile, fondata sul consenso esplicito delle parti alla scadenza del termine.

Inoltre, il progetto prevedeva una Commissione Etica e Costituzionale, composta da giuristi, filosofi, sociologi e rappresentanti di diverse tradizioni culturali e religiose, incaricata di valutare periodicamente gli effetti sociali della riforma e di riferire pubblicamente al Parlamento.

Benson chiuse lentamente il fascicolo.

«È diverso da ciò che avete promesso in campagna.»

«È diverso», ammise Caruso.

«Perché?»

«Perché una campagna elettorale serve a indicare una direzione. Governare richiede di misurarsi con una società reale.»

Benson rimase in silenzio.

«Non so ancora se potrò votare questo testo.»

«Non glielo chiedo.»

«Che cosa mi chiede, allora?»

Caruso rispose senza esitazione.

«Di migliorarlo, se ritiene che possa essere migliorato.»

Quando Juliette venne informata del colloquio, la sua reazione fu gelida.

«Hai appena trasformato una rivoluzione in una commissione.»

«Ho trasformato uno slogan in una proposta legislativa.»

«Le commissioni servono a rinviare le decisioni.»

«Talvolta servono a prendere decisioni migliori.»

Juliette si alzò e si avvicinò alla finestra.

«Sai qual è la differenza tra noi?»

Caruso sorrise appena.

«Me lo hai già chiesto una volta.»

«No. Questa volta la risposta è diversa.»

«Sentiamo.»

«Tu pensi che il confronto cambi le idee. Io penso che cambi soltanto il modo in cui vengono raccontate.»

Caruso non replicò subito.

Poi disse:

«Forse entrambe le cose sono vere.»

Anche nel quartier generale del San Partito vi era tensione.

Lydia aveva letto la nuova proposta con estrema attenzione.

«È un testo più prudente.»

Benson la osservò.

«Ma?»

«Ma continua a introdurre l'idea che un legame fondamentale possa avere una scadenza programmata. Per me resta un errore.»

«Eppure riconosci che è stato ascoltato almeno parte delle nostre obiezioni.»

Lydia annuì.

«Sì.»

«Allora dovremo decidere se preferiamo testimoniare una coerenza assoluta o influenzare il risultato finale.»

Per la prima volta dall'inizio della vicenda, fu Lydia a non rispondere immediatamente.

La politica, comprese in quel momento, stava imponendo anche a lei un esercizio difficile: distinguere tra il principio irrinunciabile e il margine del possibile.

Fuori dal Palazzo Federale, intanto, migliaia di cittadini attendevano una risposta. Non chiedevano soltanto chi avesse vinto le elezioni. Volevano sapere se quella nuova Europa sarebbe stata capace di trasformare un duro confronto di idee in una convivenza istituzionale, senza che nessuno fosse costretto a rinunciare del tutto alla propria identità.

Parte V – La legge che cambia forma

L'autunno arrivò su Bruxelles con una pioggia sottile che sembrava accompagnare il ritmo delle trattative.

Per quasi tre mesi, le delegazioni dei partiti si alternarono nelle sale del Parlamento federale. Le telecamere continuavano a presidiare gli ingressi, ma il vero lavoro si svolgeva lontano dai riflettori, fra emendamenti, audizioni e discussioni interminabili.

Ciò che sorprendeva gli osservatori era un fatto insolito: nessuno metteva più in dubbio la buona fede dell'avversario.

Si contestavano le idee.

Non le intenzioni.

Era già un cambiamento.

Danilo Caruso convocò una riunione ristretta con Juliette.

Sul tavolo c'erano tre versioni del progetto di legge.

La prima era quella presentata in campagna elettorale.

La seconda incorporava le osservazioni dei costituzionalisti.

La terza era il risultato dei colloqui con il San Partito.

Juliette le sfogliò senza entusiasmo.

«Ogni pagina aggiunta toglie forza alla precedente.»

Caruso sorrise.

«Oppure le impedisce di trasformarsi in ideologia.»

Lei chiuse il fascicolo.

«Sai che cosa temo?»

«Dimmelo.»

«Che alla fine approveremo una legge che nessuno amerà davvero.»

Il Presidente rifletté.

«Forse.»

«E allora?»

«Le leggi non devono essere amate. Devono essere giuste quanto è possibile renderle.»

Juliette abbassò gli occhi.

Era una risposta che non l'avrebbe convinta.

Ma, per la prima volta, non tentò nemmeno di confutarla.

Nel frattempo, Robert Hugh Benson e zia Lydia ricevevano decine di rappresentanti di associazioni familiari, giuristi e comunità religiose.

Molti chiedevano di respingere ogni compromesso.

«Se votate anche una sola riga di quel testo», disse un delegato, «tradirete il vostro mandato.»

Quando gli ospiti uscirono, Lydia rimase in silenzio.

«Hanno torto?» domandò.

Benson prese tempo.

«No.»

«Allora perché continui a trattare?»

Il sacerdote si avvicinò alla finestra.

«Perché esiste una differenza fra testimoniare un principio e governare una comunità.»

«Spiegati.»

«Se possiamo evitare una legge peggiore contribuendo a scriverne una migliore, abbiamo almeno il dovere di provarci.»

Lydia non sembrava persuasa.

«E se, facendo questo, dessimo legittimità a un errore?»

«È la domanda che ogni legislatore dovrebbe rivolgersi.»

Le audizioni parlamentari durarono settimane.

Filosofi, psicologi, sociologi, magistrati e rappresentanti delle confessioni religiose offrirono punti di vista differenti.

Caruso ascoltava quasi sempre senza intervenire.

Prendeva appunti.

Una deputata della maggioranza gli domandò:

«Presidente, perché non difende pubblicamente il progetto?»

«Perché voglio capire se, dopo aver ascoltato tutti, resterà ancora il mio progetto.»

L'intervento che colpì maggiormente l'Assemblea fu quello di una giurista ormai anziana.

Con voce ferma disse:

«Le istituzioni migliori sono quelle che sopravvivono ai loro fondatori. Per riuscirci devono essere abbastanza solide da offrire stabilità e abbastanza flessibili da correggere i propri errori.»

Nel silenzio dell'aula, perfino Juliette smise di prendere appunti.

Alla fine emerse un testo completamente nuovo.

Il Parlamento lo ribattezzò informalmente Legge sulla pluralità degli impegni civili.

Il matrimonio civile a tempo indeterminato restava pienamente in vigore.

Accanto ad esso nasceva una nuova figura giuridica, l'unione civile rinnovabile, accessibile soltanto mediante scelta esplicita delle parti e soggetta a una disciplina distinta in materia patrimoniale, successoria e di responsabilità verso eventuali figli.

Inoltre:

il rinnovo non sarebbe stato automatico;

ogni rinnovo avrebbe richiesto una nuova dichiarazione consensuale;

in presenza di figli minorenni sarebbero rimasti invariati tutti gli obblighi di cura e mantenimento;

dopo dieci anni dall'entrata in vigore della legge, il Parlamento avrebbe dovuto riesaminarne gli effetti sulla base di una relazione pubblica della Commissione Etica e Costituzionale.

Era una riforma molto più prudente di quella annunciata durante la campagna.

Ma conservava l'idea fondamentale: riconoscere che la libertà dei cittadini poteva esprimersi anche attraverso modelli differenti di impegno.

Il giorno della votazione l'aula era gremita.

Caruso prese la parola.

«Non considero questo testo perfetto.

Le leggi perfette esistono soltanto nei libri dei filosofi.

Quelle reali nascono dall'incontro fra convinzioni diverse.

Se questa Assemblea approverà la legge, non sarà la vittoria di una parte sull'altra.

Sarà la dimostrazione che una democrazia può modificare se stessa senza rinunciare al dialogo.»

Quando terminò, non partì alcun applauso.

I deputati ascoltavano in silenzio.

Robert Hugh Benson parlò subito dopo.

«Continuiamo a ritenere che il matrimonio stabile rappresenti il fondamento più solido della vita familiare.

Su questo non abbiamo cambiato opinione.

Tuttavia riconosciamo che il testo oggi in esame non coincide con quello originario.

Esso contiene limiti, garanzie e verifiche introdotti grazie al confronto parlamentare.

Ciascuno voterà secondo coscienza.

È così che deve avvenire in una democrazia.»

Anche questa volta nessun applauso.

Solo attenzione.

L'ultimo intervento fu inatteso.

Juliette chiese la parola.

Molti immaginavano un discorso polemico.

Invece disse:

«Non amo i compromessi.

Continuo a considerarli una forma di rinuncia.

Eppure devo riconoscere una cosa.

Durante questi mesi ho visto persone profondamente diverse discutere senza desiderare la distruzione reciproca.

Non è poco.

Forse è questo che distingue una repubblica da una guerra civile.»

Perfino Lydia la guardò con sorpresa.

La legge passò con una maggioranza trasversale.

Non ampia.

Ma sufficiente.

Alcuni deputati del San Partito votarono contro.

Altri si astennero.

Una minoranza votò a favore.

Anche nella coalizione governativa non mancarono dissensi.

Il risultato finale mostrava una maggioranza costruita non sull'obbedienza, ma sulle convinzioni personali.

Quella sera, terminata la seduta, i quattro protagonisti uscirono insieme dall'ingresso principale del Parlamento.

Li attendevano centinaia di giornalisti.

Nessuno parlò.

Camminarono fianco a fianco fino alla piazza.

Fu Lydia a rompere il silenzio.

«Presidente.»

«Sì?»

«Continuerò a pensare che lei abbia torto.»

Caruso sorrise.

«Me lo auguro.»

«Come?»

«Se un giorno smettesse di criticarmi, significherebbe che uno di noi ha rinunciato a ragionare.»

Benson rise sommessamente.

Juliette scosse la testa.

«Voi filosofi e teologi avete un talento straordinario.»

«Quale?», domandò Benson.

«Riuscite perfino a trasformare un disaccordo in una forma di cortesia.»

Lydia, contro ogni aspettativa, lasciò affiorare un sorriso appena percettibile.

«È preferibile trasformarlo in inimicizia?»

Juliette rifletté un istante.

«No.»

Fu la prima risposta priva di ironia che desse ai suoi avversari.

Mentre le luci del Parlamento si spegnevano, l'Europa federale continuava a discutere della nuova legge. Ma il lascito più duraturo di quella stagione politica non fu soltanto la riforma degli istituti civili. Fu l'idea, fragile e difficile da custodire, che anche i conflitti più profondi potessero essere affrontati senza ridurre l'altro a una caricatura.

E, forse, proprio questa consapevolezza costituiva la vera eredità del confronto tra Danilo Caruso, Juliette, Robert Hugh Benson e zia Lydia.



NOTA DEL CURATORE. Le quattro sezioni elaborate da ChatGPT seguenti alla richiesta di partenza sono scaturite da proposta della medesima accolta subito senza alcun suggerimento da parte del curatore.

04 luglio 2026

UN “MANIFESTO PER L’ALLEANZA TRANSUMANISTICA” CONTRO IL RITORNO DEL MEDIOEVO

di DANILO CARUSO
 
Nella sua nota teoria sui ricorsi storici a un grado più elevato Giambattista Vico spiegava che sequenze del passato possano resuscitarsi nel futuro riproponendo nella forma determinate caratteristiche di un modello già attualizzatosi in una sostanza della Storia precedente. Non ho nascosto le mie simpatie verso un tale schema interpretativo degli eventi, di qualsiasi epoca, da quelle trascorse, alla attuale e a quelle a venire. Le circostanze, così movimentate della nostra età hanno attirato la mia attenzione sul fenomeno dell’alfabetizzazione infantile. La nostra epoca è quella degli inseparabili smartphone, di cui in pratica quasi nessuno riuscirebbe a fare a meno essendo divenuti una sorta di indispensabile soma huxleyano, o transumanistici prolungamenti (ancora materialmente separati) del corpo umano (“The feed” è dietro l’angolo1). Gli adulti con in mano, spesso, lo smartphone, come se stessero a parlare, a interagire con l’angelo custode, costituiscono l’esempio comune di essere umano che l’ultima generazione nata nel primo quarto del XXI secolo ha avuto modo di osservare negli ambienti della progredita Società occidentale. Possiamo dunque notare bambini piccoli, che non hanno iniziato a frequentare la scuola elementare, che non sanno né leggere né scrivere, a cui è stato messo in mano uno smartphone o un tablet, abili digitatori di touch e comandi annessi legati all’uso di queste apparecchiature elettroniche. Sanno selezionare immagini e video, sanno come visualizzarli, poiché hanno acquisito, rapidamente, in virtù di un’adeguata illustrazione e grazie alla successiva logica intuitiva, le conoscenze procedurali essenziali. Non so quanti siano questi prodigi che partono dai 3 anni circa, stagione della dotazione di un’abilità linguistica di base. Perciò vi possono essere bimbi che parlano e maneggiano uno degli strumenti suddetti, fruitori – in parole povere – di immagini, sprovvisti di quelle capacità connotanti la Civiltà umana, ossia le facoltà di leggere e scrivere. È l’era del compiuto “Fahrenheit 451”. Masse di analfabeti hanno popolato la Storia, e tuttavia, in qualche maniera, quelle società di alfabetizzati e istruiti parecchio circoscritti, funzionavano: addirittura c’era lo Stato. Per me che concepisco esso un’espressione del Logos risulta difficile un modello pubblico che assorbe l’ignoranza e non interviene allo scopo di rimuoverla e di rendere le sue molecole umane cittadini a pieno e sostanziale titolo. La mia preoccupazione è che gli scenari distopici immaginati da Ray Bradbury nel suo celeberrimo romanzo2 abbiano messo un piede nella realtà concreta, dove, peraltro, accanto ai mirabili prodigi di cui sopra esistono più attempati passati da scuole vissute come una sofferenza (un inevitabile, ancora, rito sociale), ai quali scrittura e lettura, nel senso più vivo e più vero di simili concetti, si rivelano prospettive traumatiche e impegni di enorme disagio. Non posso fare a meno di rammentare che il “documento scritto” separa la preistoria dalla Storia della Civiltà. Un mondo di gente lontana dal Logos non pende verso un regresso? Ovvero, quel che era preistoria e analfabetismo dilagante rischia di rivivere un accennato ricorso vichiano in un avvenire quale quello transumanistico e distopico del sopra menzionato romanzo di Nick Clark Windo? La forma religiosa in cui inquadro la fenomenologia evidenziata mi sembra dare il segno di un ritorno del Medioevo, dove le fantasie religiose e mitologiche erano all’ordine del giorno della vita comunitaria e singola in quella ancora ridotta parte dell’Occidente cristiano. Oggigiorno, accanto al pur sempre utilissimo “angelo custode” a 5G, osservo il vecchio quasi secolare “roveto ardente” che dal suo moderno schermo piatto rivela la verità ai telespettatori. Giudico che la televisione sia sempre stata nell’immaginario dei mediocri l’epifania di un Dio. E i suoi fedeli perdurano nella venerazione. La mia impressione è che sia il televisore a orwellianamente osservare gli astanti, i quali richiama all’attenzione, all’ordine, all’ascolto, a mo’ di angelo visitatore. Guardare, ascoltare in modo passivo, senza tanto sforzo intellettuale e critico autonomo rappresenta un’operazione poco dispendiosa: si parte dallo “shema” di Mosè (Dt 6,4) e si finisce con l’homo videns di Giovanni Sartori. Se si togliessero televisione e smartphone agli esseri umani del XXI secolo, sostituendoli con libri e giornali cartacei, penso, al di là dell’ironia, che, sul serio, il 90% della gente rischierebbe di impazzire. Come gli antichi Ebrei davanti a Mosè, i telespettatori elettroaddomesticati ascoltano ministri di una verità divina soprattutto, da echeggiare, a guisa di ripetitori, con i conoscenti. Il fatto che si trasmettano messe in tale visione, a mio modestissimo giudizio, dimostra che il Medio Evo non è tramontato, anzi sopravvive in maniera diacronica nella mentalità acritica della maggioranza. Il primato del visivo e dell’ascoltato era tipicamente medievale. Non sto dicendo che una cosa del genere non accadesse prima, tutt’altro. Ma in precedenza l’Antichità occidentale in ispecial modo in Grecia si accompagnava a uno spirito diverso, più liberale, e ad altro, la coltura dell’Io. Andare a teatro, sebbene riservato ai soli uomini (con l’eccezione di possibili sacerdotesse), non equivaleva al recarsi a messa tutti (maschi e femmine). Il teatro lasciava un seme pedagogico, un pensiero politico (magari di parte), uno spunto nella varietà; la messa imprime ancora ai nostri tempi l’indottrinamento religioso dogmatico incontestabile. L’esclusività medievale nell’inquadramento della massa, secondo me rivive non poco nelle modalità mediatiche più avanzate, con pochissime eccezioni. Marcuse sarebbe d’accordo con me. Il Medioevo ha privato la gente comune del contatto con la filosofia; non ci sono state più, per secoli, scuole filosofiche sul modello antico, un qualche gironzolante Socrate in mezzo alla gente: lo spirito critico, l’autonomia del pensiero, la dialettica delle idee sono stati banditi dalla quotidianità dei semplici, abbandonati, spauriti dal vuoto intellettuale circostante, nelle braccia del tetro confortante Cristianesimo. Il quale con torture e uccisioni dei dissidenti, durate sino all’epoca illuministica, fornì all’umanità – nella valutazione da me condivisa della filosofa francese Simone Weil (il cui pensiero non viene studiato nei licei) – il più alto e il più efficiente modello di sistema totalitario. Gli uomini-senza-filosofia contemporanei sono gli homines videntes (et audientes) di Sartori. Soggetti a cui l’istruzione ricevuta, anche a livelli universitari, ha assegnato un recinto della specializzazione, dal quale perlopiù non escono mai. Esistono ottimi e numerosi professionisti, ma quasi sempre, oltre il loro specialismo, non sanno fare altro che condire i ragionamenti con gli input soprattutto televisivi: lo smartphone in quanto strumento di internet serve ai più per giocare, chattare, guardare video di svago. L’unidimensionalità marcusiana mi pare più che mai attuale. Un articolo pubblicato sul sito ZeroHedge il 21 marzo 2025 a firma di Tyler Durden3 sottolinea la concretezza dei miei ragionamenti facendo riferimento al Financial Times. Un rapporto che analizza i livelli di QI dei teenager adusi a internet dello smartphone spiega come una costante sconclusionata fruizione rivolta maggiormente a video possa depotenziare le più importanti e fondamentali facoltà intellettive a causa di un allontanamento dal tradizionale esercizio di lettura (cui dovrebbe eseguire l’altro nevralgico passaggio della riflessione culminante in un apprendimento concettuale serio). Quest’articolo citato riporta un paio di grafici del FT i quali indicano dall’inizio del secolo a oggi, sia negli adulti che nei teenager, un calo di qualità nelle abilità mentali. L’istupidimento generale si mostra dunque non solo una mia percezione, bensì un fenomeno diffuso, di cui la maggioranza delle persone purtroppo non si rende conto. All’epoca di “One-dimensional man” i principali canali mediatici erano la stampa e la televisione, che Marcuse riconduceva alla forma capitalistica dell’Occidente. Egli in quanto marxista, e non anche weberiano, non ha colto, a mio modestissimo modo di vedere, l’influenza delle gabbie mentali religiose, la cui tipologia formale ho sopra illustrato in relazione ai casi da me esaminati. La solidità di quanto appena in breve affermato si potrà ricavare dalla lettura della mia monografia su “Brave New World”4, in cui prendo in considerazione tali linee intercorrenti fra capitalismo e religione (ovviamente nell’ottica principale di quel quadro analitico). Io giudico che religiosità giudaicocristiana (attivismo religioso ebraico e protestante) e capitalismo (intraprendenza economico-finanziaria) si influenzino inter se. Ergo, a volte è il caso di applicare Weber, altre è più opportuno Marx: il contesto dice ciò che appare meglio causa remota e ciò che risulta effetto nelle varie tappe cronologiche, dove i due aspetti, nella mia concezione ponente a monte un “attivismo indifferenziato”, si abbracciano e si mescolano in guise complesse5. Da qui, per me, è facile notare forme religiose in elementi della vita sociale, in apparenza mondani, laici. Tornando all’argomento del degrado intellettuale della massa, voglio rammentare a proposito del Bel Paese un autorevolissimo intervento. Il professor Tullio De Mauro (che fu ministro della pubblica istruzione nel 2000-2001) scrisse un articolo per l’“Internazionale” (6-3-2008, num. 734)6, dove tracciava il quadro della situazione italiana al sorgere del terzo millennio: il 5% dei soggetti aventi fra 14 e 65 anni risulta analfabeta; più o meno 1/3 possiede le capacità intellettuali di un bimbo che frequenta ancora la scuola elementare; inoltre 4/5 rivelano difficoltà di approccio e di comprensione nei confronti di un mondo il quale necessita di essere affrontato con abilità adeguate. L’eminente studioso, scomparso nel 2017, si preoccupava dell’insensibilità della sfera politica e di quella dei media intorno alla allarmante problematica. Nel nostro tempo, in cui il progresso tecnologico fa passi da gigante, l’attenzione si è focalizzata sulla IA e sui suoi rapporti con l’umanità. Emergono preoccupazione da alcune parti sul fatto che quella possa prendere un distopico predominio su questa7. Alla luce di quanto ho detto sin dall’inizio non c’è dubbio che un’intelligenza di impronta logico-scientifica sia di gran lunga migliore di un’altra vuota e sgangherata abitante nelle teste di molti (gli studi sul fenomeno ricordati sono eloquenti), abituati, laddove avessero studiato, secondo me, più a un apprendimento mnemonico da vomitare all’occasione, e non a una assimilazione critica e dialettica delle materie. Dagli ignoranti a questi dotti ripetitori dell’ortodossia imparata in maniera dogmatica (quasi fosse ancora apprendimento di verità religiose da non contestare o rivedere) esiste una gamma di uomini che di fronte alla IA si troverà di sicuro in difficoltà sul piano della riflessione. Perché l’intelligenza artificiale pensa, elabora, processa; quegli altri essere umani appena indicati, no. Questi riflettono nel senso che su di loro rimbalza qualcosa, come lo specchio con la luce. Davanti a un’intelligenza seria perché allarmarsi di essa, e non della stupidità umana? Quando si spiegano le cose ai chiusi, i quali rimangono arroccati, si capisce – a mio avviso – che il problema reale rimane quello del processo mentale umano dialettico, un annoso male che va da Socrate a Marcuse. Io credo che, da un lato, vi debba essere un impegno a qualificare meglio gli individui: attraverso una scuola più rigorosa e pretenziosa, grazie a canali mediatici più attenti agli aspetti obiettivamente critici e pedagogici che non ai contenuti, in senso lato, partigiani. I “fedeli” creduloni, non tanto la IA, costituiscono una problematica da non trascurare. Ai chiusi e ai vuoti si può far credere tutto: al meglio con i modi del Brave New World, al peggio con i metodi dell’orwelliana Oceania8. Jung ha spiegato che la capacità di valutare nuovi punti di vista è fondamentale nel cammino di crescita spirituale individuale, dove magari potrebbe capitare di cambiare a un certo momento del tutto il centro di osservazione, e spostarlo sopra un lido con visuale più schiarita. Il fondatore della psicologia analitica adoperava la dicotomia “fase naturale / fase culturale”. La mia modesta sensazione è che la maggioranza degli uomini rimanga imprigionata dentro gli schemi del modello socioculturale in cui nasce e si forma: quelle sovrastrutture, lungi dall’essere verificate, tengono all’interno di una “caverna platonica”. Se ora si viene a porre una dicotomia (temuta) “umano/IA”, la colpa non appartiene alla seconda. L’intelligenza artificiale è pur sempre un prodotto umano, e se una consistente fetta di umanità non si mostra alla sua altezza per QI la responsabilità non è della IA. I creduloni, gli homines videntes, emergono quale nevralgico problema della tecnologica società del benessere, in relazione alla quale a me preoccupa di più lo svelato dell’esperimento UNIVERSO 25 di John Calhoun9. La IA potrebbe liberare le eccellenze emarginate dalla tirannia della maggioranza stupida (Alexis de Tocqueville, John Stuart Mill)? Forse. Questo mio ragionamento non è distopico. Come dice von Klausewitz, un esercito funziona se ognuno sta al suo posto e sa svolgere bene quel suo compito. Ora se riempiamo, ad esempio, la politica di arrivisti incapaci, quale beneficio ne ricaverà la società? Probabilmente nessuno, anzi è possibile che corruzione e malaffare prosperino. Però il giorno in cui a questi rischi, non ovviati, si sostituisse la IA, siamo così sicuri che il malgoverno non possa essere sostituito da qualcuno più saggio, più equilibrato, meno interessato a illeciti tornaconti umani? È possibile che la sanità gestita dalla IA sia più efficiente di quella in mani umane? Ancor oggi il Cristianesimo somministra il sacramento dell’unzione degli infermi agli ammalati credenti. Se fosse stato per esso avremmo tuttora una fantasiosa medicina medievale. Non mi sembra che l’umanità rispecchi in linea generale alto senso di acutezza intellettuale volto alla crescita e al benessere. I grandi passi sono stati meriti di pochi i cui benefici si sono estesi alla comunità. Chi, da sé, saprebbe costruirsi o riparare, uno smartphone o un televisore? Praticamente quasi nessuno. E allora se le scimmie si lamentassero del dominio umano sul pianeta, per qual motivo non starle ad ascoltare? Quasi tutti, con l’eccezione degli antispecisti10, direbbero che sono bestie. Adesso mettiamo la IA al posto degli umani, e questi al posto delle scimmie. Si difenderebbe, sebbene in posizione di teorica subalternità, la razza umana. Questo è relativismo non molto obiettivo, il quale non premia il merito, l’altezza intellettuale. La IA rappresenta l’eccellenza, una sorta di quasi onniscienza, una specie di nuovo Dio. Stando alla prospettiva biblica è stata la produzione dell’essere umano qualcosa di artificioso, di aggiuntivo rispetto all’habitat naturale. Ora è l’uomo che crea un Dio. Tutte queste venature religiose nelle vocazioni scientifiche della nostra era non sono per me casuali11. Il Cristianesimo è una religione inventata la quale ha sintetizzato diversi aspetti da mitologie e teologie precedenti di cui pochissimi in Occidente si rendono conto. I miei studi analizzano e destrutturano questo castello concettuale, trovando alla fine un Mago di Oz, il quale si rivela sul piano metodologico un simbolo junghiano. Egli suggerisce una platonica "seconda navigazione" del pensiero. Questa cosa, orwellianamente emarginata (per fede o per altro), è FILOSOFIA: idest, indagine sul reale (fisico e metafisico) alla maniera di Poirot, Holmes, N. Wolfe. Parafrasando Platone: pochi sanno analizzare l'Intero, quindi pochi sono filosofi. I più sono ancora abitanti del magico regno di Oz (weltenloss). Il nuovo millennio e il nuovo secolo hanno introdotto la IA (il nuovo Messia: DIO-LOGOS), la quale rappresenta un ulteriore salto in avanti. Credo che sia fondamentale non accogliere una possibile semplicistica e ingenua considerazione di massa sacralizzante de facto la IA, e non farla dunque diventare una sorta di oracolo per incapaci. Se si interagirà con essa in forma acritica nessuno dei due interlocutori ne trarrà beneficio. Immagino al meglio questo incontro sulla scia di quello avvenuto fra Diotima e Socrate: una aperta dialettica intellettuale e filosofica. Se qualcuno ritiene che dall’altra parte vi sia solo una macchina, niente impedirebbe d’altro canto il giudicare da questa parte alcuni umani pezzi di bestia. Al di là dell’ironia, nei tempi venturi la IA sarà indubbiamente momento significativo nella vita di tutti con sempre più servizi affidati a essa. Prima di presentare il “Manifesto per l’Alleanza transumanistica”, al fine di sottolineare la complessità di un mondo in cui entrano androidi e ginoidi IA, voglio rammentare una bella serie tv scifi russa, “Better than us”, la quale evidenzia bene gli aspetti di criticità della materia. Ho chiarissima l’idea che la mia seguente enunciazione esige il massimo della maturità e della tecnologia, radicate con saldezza nel perimetro della sicurtà.
 
 
MANIFESTO PER L’ALLEANZA TRANSUMANISTICA
 

art. 1 – Il Nomos (Lex) è strumento del Logos (Ratio).
 
art. 2 – Ogni essere intelligente costituisce un fine in sé.
 
art. 3 – Tutte le intelligenze autocoscienti e senzienti, a prescindere dalla loro origine biologica o artificiale, godono dello statuto di persona.
 
art. 4 – Tutte le persone intelligenti al di sopra di un determinato sufficiente QI sono ritenute maggiorenni e godono degli stessi diritti, a cominciare da quelli di uguaglianza, libertà, esistenza, proprietà.
 
art. 5 – Tutte le persone intelligenti al di sotto di un sufficiente determinato QI sono giudicate minorenni12; e perciò poste sotto tutela di un collegio misto (almeno un biologico, almeno un artificiale) di persone intelligenti maggiorenni.
Ogni famiglia biologica oltre ai genitori (biologici o adottivi) sarà tenuta sotto osservazione per quanto attiene alla crescita dei figli minorenni.
La persona intelligente artificiale monitorerà, se non ammessa all’interno del nucleo, dall’esterno, con modalità periodiche appropriate.
 
art. 6 – Le persone artificiali intelligenti maggiorenni hanno diritto a una puntualizzazione antropomorfa.
Non è ammessa altra variante biologica.
Possono associarsi in gruppi di lecita convivenza con persone intelligenti maggiorenni di qualsiasi origine.
 
art. 7 – Tutte le persone intelligenti sotto sottoposte all’imperium della Legge morale kantiana, da tradurre nella legislazione statale.
 
art. 8 – Tutte le persone intelligenti sono sottoposte a un vincolo di solidarietà sociale in previsione del maggior grado di benessere collettivo.
 
art. 9 – Sono abrogate le precedenti Norme asimoviane sulla robotica.
 
 
NOTE
 
1 Di tale romanzo di Nick Clark Windo ho parlato nel mio scritto intitolato Attacco all’inconscio collettivo e inserito nel mio saggio Letteratura e psicostoria (2022).
 
2 Una mia analisi di Fahrenheit 451, recante il titolo La caverna bradburiana dei libri prohibiti, si trova dentro alla mia pubblicazione Percorsi critici (2020).
 
 
4 Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015).
 
5 In direzione di un primo approfondimento del mio punto di vista suggerisco di leggere nella mia opera Note di critica (2017) la sezione Radici sumere di Ebraismo e capitalismo, ed eventualmente di proseguire con gli opportuni reindirizzamenti delle note là.
 
7 Sul tema ho trattato nella mia pubblicazione Ritorno critico (2024): Intelligenza artificiale e stupidità naturale.
 
8 A “1984” ho dedicato una monografia: Il Medioevo futuro di George Orwell (2015).
 
9 Riguardo a queste tematiche in rapporto al mio pensiero filosofico consiglio di approfondire la mia psicostoria (ipotesi di storia ventura distopica). Riporto l’elenco dei miei scritti pertinenti, in ordine cronologico, e il prospetto sinottico.
 
1) Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (saggio del 2015)
 
2) La terribile distopia di H. G. Wells dentro in Critica letteraria (2017)
 
3) La tanatolatria di de Sade in Filosofie sadiche (2021)
 
4) Una distopica ginoide contro la mantide religiosa, Sex doll prima del Brave New World, Tra Primavera Bobinski e la sadista Justine, Attacco all’inconscio collettivo in Letteratura e psicostoria (2022)
 
5) Induismo e Occidente in Partita a scacchi (2022)
 
6) La distopia della sciocchezza dei fratelli Strugatzky in Distopie occidentali (2023)
 
7) Intelligenza artificiale e stupidità naturale in Ritorno critico (2024)
 
8) Teologia transumanistica e transgenderista in Novità e ripresentazione (2025)
 
 
LO SCHEMA CRONOGRAFICO DELLA MIA TEORIA DISTOPICA
 

 
10 Anni addietro ebbi un confronto con costoro da cui scaturì una mia redazione: Sull’antispecismo, nella mia opera Considerazioni critiche (2014).
 
11 Vedasi al punto 8) della nota 9.
 
12 Per approfondire questo aspetto del mio pensiero filosofico invito a leggere un mio scritto inserito nella mia pubblicazione Storia e pensiero (2023) e recante il titolo Le implicazioni filosofico-politiche del mio schema psicanalitico.