24 novembre 2025

POLITICA E ANTIPOLITICA IN ITALIA

di DANILO CARUSO
 
Da tempo ormai in Italia metà circa degli aventi diritto al voto non partecipa più ai meccanismi di costituzione delle rappresentanze istituzionali (elezioni regionali e politiche nazionali per il Parlamento). Da un lato la cosa costituisce un clamoroso naufragio della democrazia borghese che garantisce tutti i diritti di questo mondo ai cittadini italiani. Negli ultimi tempi assistiamo nel nostro Paese a soglie di astensionismo anomale e preoccupanti, perché tendenzialmente uno su due che non va liberamente a votare rappresenta un segnale allarmante. Ma la questione non si posa in primis sugli elettori astenuti, i quali col non voto esprimono una netta bocciatura dell’intero sistema politico rigettato giacché ai loro occhi non adeguato. Il problema sociologico risiede in una classe politica che non affronta l’allontanamento di molti dai riti democratici popolari. L’impressione è che ciò nell’immediato convenga. Lavorare per persuadere un ridotto numero dell’elettorato attivo a scegliere un dato raggruppamento politico si mostra un gioco meglio apprezzabile mentre metà si astiene: riversa benefici su una fetta quanto più grande dei votanti e otterrai quelle simpatie di voto che nella ripartizione della rappresentanza ti garantiranno nutrita presenza. Quando fanno i sondaggi dei partiti, sulle intenzioni di voto, appunto scorporano gli astensionisti (circa il 50%), cosicché il calcolo spalmato sopra un 100% ripulito fa venire fuori partiti con il 30/20% e maggioranze assembleari le quali nella realtà globale ottengono un terzo, un quarto del consenso degli aventi diritto al voto. Se John Stuart Mill e Alexis de Tocqueville parlavano di “tirannia della maggioranza”, qua ci ritroviamo di volta in volta una “tirannia della minoranza di turno vincitrice”. I reali vincitori sono in quella metà di elettorato attivo i quali grazie al non voto hanno espresso una “referendaria bocciatura” dell’intero apparato politico in atto dominante col suo estemporaneo schema maggioranza/opposizione. Il 50% circa di elettori astenuti invalida la presunzione di democratica alternanza: comunque la vittoria dei meno peggiori è sorte non disprezzabile, tra due danni preferibile il minore. I non votanti formano uno schieramento composito: dal più semplice disilluso al più intellettuale illuminato. Seppur diversi sono uniti da un’idea di fondo: bisogna cambiare la sostanza della politica italiana. Il mio personale punto di vista è che sia ormai necessario un partito di sinistra non marxista, un partito socialdemocratico che si richiami direttamente al giustizialismo peronista argentino. Mi piace pensare che il 50% circa dell’elettorato attivo italiano allontanatosi dalle urne a causa dell’assenza di proposte e personaggi “politici” autentici sia in pectore peronista. Molti si sono stancati dei casi di affarismo, clientelismo, spreco del denaro pubblico. Chi non vota più reclama giustizia sociale (servizi pubblici efficienti e garantiti ai cittadini secondo spirito di solidarietà comunitaria). Il 1789 è lontano, ma la Storia insegna essa che si ripete (Vico). Continuare a trascurare, presumibilmente ad hoc, l’allarmante fenomeno dell’astensionismo italiano porterà sempre più verso una soluzione traumatica. Nel momento in cui i due terzi degli elettori si astenessero difficilmente starebbero ancora a guardare. Ricordiamo la fine di Ceausescu (io mi sono interessato alla politica da giovanissimo), e la Romania non era un Paese barbarico di chissà dove. Rispettoso dell’ordine costituito, da uomo di studi ragionevole e sensato, e di simpatie politiche verso il Justicialismo peronista, non posso che sostenere idee riformiste e non rivoluzionarie. La ghigliottina non guarda in faccia nessuno. Marcuse ritiene ammissibile la forma di cambiamento rivoluzionario. Apprezzo il marxismo analitico (pars destruens), tuttavia quello costruens politico lo prendo con le pinze. Abolirei le banche private (lasciando quelle pubbliche, come fu l’IMI), e manterrei la possibilità di impresa privata. Aristotele ci dice che l’essere umano è ζῷον πολιτικόν, quindi non si possono mettere sotto il tappeto a lungo gli astensionisti. Prima o poi, se non faranno un ‘89, faranno almeno un ‘68. Giudico che qualcosa faranno: Jung rammenta che ogni introverso è un estroverso. Attendiamo l’estroversione (auspicata pacifica) degli astenuti alle elezioni italiane. Ormai tenere anche referendum col quorum costituisce tempo e denaro pubblico sprecati. Perché la “tirannia della minoranza” non può avere validità nei referendum in modo simile al voto elettivo? C’è una palese disparità: per eleggere una rappresentanza non importa quanti votano; per abrogare una norma viene chiesta una maggioranza (50%+1 degli aventi diritto al voto). Perché non annullano le elezioni con meno del 50%+1? Il quorum referendario mi sembra in una società a tecnologia avanzata un vulnus democratico. Sic rebus stantibus, l’espressione politica di comunque una minoranza popolare italiana, nell’ottica generale, può varare leggi che con difficoltà pratica potrebbero essere abrogate attraverso referendum destinati a non superare il quorum. La situazione italiana non è così ideale.