di DANILO CARUSO
Da tempo ormai in Italia metà
circa degli aventi diritto al voto non partecipa più ai meccanismi di
costituzione delle rappresentanze istituzionali (elezioni regionali e politiche
nazionali per il Parlamento). Da un lato la cosa costituisce un clamoroso naufragio
della democrazia borghese che garantisce tutti i diritti di questo mondo ai
cittadini italiani. Negli ultimi tempi assistiamo nel nostro Paese a soglie di
astensionismo anomale e preoccupanti, perché tendenzialmente uno su due che non
va liberamente a votare rappresenta un segnale allarmante. Ma la questione non
si posa in primis sugli elettori astenuti, i quali col non voto esprimono una
netta bocciatura dell’intero sistema politico rigettato giacché ai loro occhi non
adeguato. Il problema sociologico risiede in una classe politica che non
affronta l’allontanamento di molti dai riti democratici popolari. L’impressione
è che ciò nell’immediato convenga. Lavorare per persuadere un ridotto numero
dell’elettorato attivo a scegliere un dato raggruppamento politico si mostra un
gioco meglio apprezzabile mentre metà si astiene: riversa benefici su una fetta
quanto più grande dei votanti e otterrai quelle simpatie di voto che nella
ripartizione della rappresentanza ti garantiranno nutrita presenza. Quando
fanno i sondaggi dei partiti, sulle intenzioni di voto, appunto scorporano gli
astensionisti (circa il 50%), cosicché il calcolo spalmato sopra un 100%
ripulito fa venire fuori partiti con il 30/20% e maggioranze assembleari le
quali nella realtà globale ottengono un terzo, un quarto del consenso degli
aventi diritto al voto. Se John Stuart Mill e Alexis de Tocqueville parlavano
di “tirannia della maggioranza”, qua ci ritroviamo di volta in volta una “tirannia
della minoranza di turno vincitrice”. I reali vincitori sono in quella metà di
elettorato attivo i quali grazie al non voto hanno espresso una “referendaria
bocciatura” dell’intero apparato politico in atto dominante col suo
estemporaneo schema maggioranza/opposizione. Il 50% circa di elettori astenuti
invalida la presunzione di democratica alternanza: comunque la vittoria dei
meno peggiori è sorte non disprezzabile, tra due danni preferibile il minore. I
non votanti formano uno schieramento composito: dal più semplice disilluso al
più intellettuale illuminato. Seppur diversi sono uniti da un’idea di fondo:
bisogna cambiare la sostanza della politica italiana. Il mio personale punto di
vista è che sia ormai necessario un partito di sinistra non marxista, un
partito socialdemocratico che si richiami direttamente al giustizialismo
peronista argentino. Mi piace pensare che il 50% circa dell’elettorato attivo
italiano allontanatosi dalle urne a causa dell’assenza di proposte e personaggi
“politici” autentici sia in pectore peronista. Molti si sono stancati dei casi di
affarismo, clientelismo, spreco del denaro pubblico. Chi non vota più reclama
giustizia sociale (servizi pubblici efficienti e garantiti ai cittadini secondo
spirito di solidarietà comunitaria). Il 1789 è lontano, ma la Storia insegna
essa che si ripete (Vico). Continuare a trascurare, presumibilmente ad hoc, l’allarmante
fenomeno dell’astensionismo italiano porterà sempre più verso una soluzione
traumatica. Nel momento in cui i due terzi degli elettori si astenessero
difficilmente starebbero ancora a guardare. Ricordiamo la fine di Ceausescu (io
mi sono interessato alla politica da giovanissimo), e la Romania non era un
Paese barbarico di chissà dove. Rispettoso dell’ordine costituito, da uomo di
studi ragionevole e sensato, e di simpatie politiche verso il Justicialismo
peronista, non posso che sostenere idee riformiste e non rivoluzionarie. La
ghigliottina non guarda in faccia nessuno. Marcuse ritiene ammissibile la forma
di cambiamento rivoluzionario. Apprezzo il marxismo analitico (pars destruens),
tuttavia quello costruens politico lo prendo con le pinze. Abolirei le banche
private (lasciando quelle pubbliche, come fu l’IMI), e manterrei la possibilità
di impresa privata. Aristotele ci dice che l’essere umano è ζῷον πολιτικόν,
quindi non si possono mettere sotto il tappeto a lungo gli astensionisti. Prima
o poi, se non faranno un ‘89, faranno almeno un ‘68. Giudico che qualcosa
faranno: Jung rammenta che ogni introverso è un estroverso. Attendiamo l’estroversione
(auspicata pacifica) degli astenuti alle elezioni italiane. Ormai tenere anche
referendum col quorum costituisce tempo e denaro pubblico sprecati. Perché la “tirannia
della minoranza” non può avere validità nei referendum in modo simile al voto
elettivo? C’è una palese disparità: per eleggere una rappresentanza non importa
quanti votano; per abrogare una norma viene chiesta una maggioranza (50%+1
degli aventi diritto al voto). Perché non annullano le elezioni con meno del
50%+1? Il quorum referendario mi sembra in una società a tecnologia avanzata un
vulnus democratico. Sic rebus stantibus, l’espressione politica di comunque una
minoranza popolare italiana, nell’ottica generale, può varare leggi che con
difficoltà pratica potrebbero essere abrogate attraverso referendum destinati a
non superare il quorum. La situazione italiana non è così ideale.