Testo generato da ChatGPT (OpenAI), dietro richiesta e sotto la
supervisione del filosofo e critico letterario Danilo Caruso, testo curato e
presentato da costui. Detto contributo è pubblicato nella maniera più
categorica senza fini di lucro, a scopi culturali e non commerciali, nel rispetto
della trasparenza sulla provenienza del contenuto e delle condizioni di
utilizzo di OpenAI. Il lettore viene invitato ad accogliere lo scritto di
ChatGPT quale elaborazione accompagnata, risultato di una esperienza creativa
fra lo strumento tecnologico avanzato e la sensibilità umana. Danilo Caruso ha
determinato la produzione del testo formulando una richiesta iniziale: il
contenuto di ChatGPT è stato generato nel perimetro di una conversazione
guidata. Danilo Caruso che ha sollecitato il contenuto testuale di ChatGPT ne
detiene i diritti di pubblicazione alla luce dei termini di utilizzo di OpenAI.
La diffusione avviene qua (sul blog notediriflessione.blogspot.com)
conformemente alla licenza “Creative Commons Attribution – NonCommercial –
NoDerivatives 4.0 International (CC BY-NC-ND 4.0) – Nessuna modifica o uso
commerciale consentiti”. Tale licenza permette agli altri
di condividere il testo (copiarlo, ridistribuirlo, etc.), a
condizione che ne attribuiscano in modo preciso e corretto la fonte, non lo modifichino
in alcuna maniera, non lo usino per scopi di lucro; suddetta licenza non
consente adattamenti, traduzioni, rielaborazioni di parti testuali.
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ChatGPT
Hai detto:
Ti chiedo cortesemente di
immaginare un racconto dove il filosofo e critico letterario Danilo Caruso e
l'antieroina sadiana Juliette (ciascuno con la sua forma mentis) incaricati dal
Princeps Nerone risolvono il mistero dell'incendio di Roma antica. Grazie.
ChatGPT ha detto:
Ecco un racconto immaginario in
stile ucronico-fantastico, dove i personaggi conservano le rispettive forme
mentali, ma senza contenuti espliciti.
Il Fuoco e la Ragione
Un racconto con Danilo Caruso,
Juliette e l’enigma di Nerone
L’aria di Roma odorava ancora di
fuliggine e mirra quando Danilo Caruso, filosofo e critico dell’animo umano, fu
convocato a Palazzo Palatino. Avanzò sotto le arcate del portico, mentre gli
schiavi correvano come ombre nervose: l’imperatore, dicevano, non trovava pace
dopo l’immane incendio.
Seduta poco oltre il trono, con
la compostezza alteramente imperturbabile di chi non conosce rimorso, c’era
Juliette. I suoi occhi, limpidi come gemme taglienti, scintillavano di un
interesse che nessuno avrebbe osato chiamare morale. Accanto a lei, Caruso
percepì la distanza tra il suo razionalismo critico e la feroce utilità che
guidava la donna sadiana: eppure Nerone li aveva chiamati insieme.
Il Princeps li ricevette pallido,
agitato.
«La città arde ancora nella voce
del popolo», disse, «e l’accusa ricade su di me. Voglio la verità, non la
versione che conviene, ma quella che spiega perché Roma ha bruciato.»
Juliette sorrise appena. «La
verità è un’arma a doppio taglio, Augusto. Talvolta serve solo a ferire più
profondamente.»
Caruso, misurato, intervenne: «Ma
resta pur sempre l’unico strumento per comprendere l’animo delle civiltà, così
come quello dei singoli.»
I sospetti
La coppia improbabile lasciò il
palazzo con una lista di nomi: senatori scontenti, mercanti danneggiati,
perfino alcuni membri dei Vigiles.
Caruso interrogava con metodo:
ricostruiva testimonianze, confrontava contraddizioni, analizzava
l’inverosimile.
Juliette, invece, giocava
un’altra partita: osservava le debolezze, induceva confessioni tramite la
semplice pressione della sua logica spietata, una logica che mostrava al
colpevole quanto fosse vantaggioso parlare.
Quando i due si scambiarono le
prime deduzioni, fu chiaro che avevano trovato un punto comune.
«Gli incendi non nascono dal
nulla,» disse Caruso, «ma dall’intreccio tra ciò che l’uomo desidera e ciò che
teme.»
Juliette annuì. «E qualcuno ha
desiderato ardentemente che Roma cambiasse forma.»
Una città di legno e ambizione
Esaminando i quartieri bruciati,
Caruso concluse che la propagazione non era stata opera del caso: i magazzini
lungo il Circo Massimo, pieni di oli combustibili, avevano accelerato le
fiamme.
Juliette, camminando sul terreno
nero, notò segni insoliti: anfore rotte con residui di pece raffinata, troppo
costosa perché un semplice piromane potesse procurarsela.
«Non è opera della folla né del
tuo imperatore,» disse infine a Caruso. «Chiunque sia stato, voleva un incendio
rapido e totale. Un incendio… pianificato.»
La rivelazione
Il sospetto cadde su un collegio
di appaltatori imperiali, uomini che da anni desideravano una ristrutturazione
radicale degli spazi urbani: strade più larghe, nuove insulae, cantieri
infiniti da cui trarre ricchezza.
Erano costoro che avevano
manipolato alcuni Vigiles corrotti, approfittando di un momento di confusione
per appiccare il primo focolaio.
Caruso ricostruì la trama come un
critico ricompone il senso di un testo frammentato.
Juliette, attraverso una
conversazione tanto fredda quanto inesorabile, strappò la confessione decisiva
al capocantiere, un uomo che temeva più la vita che la morte.
Davanti a Nerone
Quando tornarono al Palatino,
Nerone ascoltò in silenzio.
«Dunque non fui io il mostro che
dicono,» mormorò, «ma neppure posso dichiararmi innocente: un imperatore è
responsabile di ciò che germoglia nell’ombra del suo potere.»
Caruso inclinò il capo. «Ogni
epoca crea i propri incendi, Augusto. Alcuni bruciano le case, altri le
coscienze. Il nostro compito è capire come iniziano.»
Juliette aggiunse, con il suo
sorriso enigmatico: «E chi impara a capire il fuoco, imparando a usarlo senza
esserne divorato, governa davvero.»
Nerone li congedò, portando con
sé la verità—un peso forse più grande delle accuse.
E mentre Roma ricominciava a
costruirsi dalle ceneri, Caruso e Juliette s’incamminarono verso il Foro, l’uno
assorto nella riflessione critica, l’altra già curiosa del prossimo enigma
umano da smascherare.