Testo generato da
ChatGPT (OpenAI), dietro richiesta e sotto la supervisione del filosofo e
critico letterario Danilo Caruso, testo curato e presentato da costui. Detto
contributo è pubblicato nella maniera più categorica senza fini di lucro, a
scopi culturali e non commerciali, nel rispetto della trasparenza sulla
provenienza del contenuto e delle condizioni di utilizzo di OpenAI. Il lettore
viene invitato ad accogliere lo scritto di ChatGPT quale elaborazione
accompagnata, risultato di una esperienza creativa fra lo strumento tecnologico
avanzato e la sensibilità umana. Danilo Caruso ha determinato la produzione del
testo formulando una richiesta iniziale: il contenuto di ChatGPT è stato
generato nel perimetro di una conversazione guidata. Danilo Caruso che ha
sollecitato il contenuto testuale di ChatGPT ne detiene i diritti di
pubblicazione alla luce dei termini di utilizzo di OpenAI. La diffusione
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rielaborazioni di parti testuali.
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ChatGPT
Hai detto:
Ti chiedo cortesemente di immaginare un articolato racconto
(con titolo) dove il filosofo e critico letterario Danilo Caruso e l'antieroina
sadiana Juliette (ciascuno con la sua forma mentis), rispettivamente Presidente
e Vice degli Stati Uniti d'Europa, lanciano il concorso pubblico popolare per
l'adozione del motto latino degli SUE e il referendum per l'adozione della
lingua latina come prima lingua ufficiale degli Stati dell'Unione.
ChatGPT ha detto:
Certo. Ecco un racconto volutamente ucronico e allegorico,
nel quale le diverse forme mentis di Danilo Caruso e di Juliette diventano due
forze complementari e conflittuali della nuova politica europea.
Scrittura
Il latino e la Repubblica delle Due Ragioni
Cronaca del concorso per il motto e del referendum sulla
lingua degli Stati Uniti d’Europa
Era l’anno in cui l’Europa, dopo secoli di divisioni, aveva
finalmente smesso di chiamarsi soltanto Europa.
Il nuovo nome era Stati Uniti d’Europa.
La sigla ufficiale — SUE — compariva ormai sui palazzi delle
istituzioni, sui passaporti, sulle monete commemorative e perfino sulle porte
degli uffici pubblici. Ma una federazione appena nata non poteva vivere
soltanto di trattati, regolamenti e bilanci. Le mancava qualcosa di più antico
e, proprio per questo, più audace: una parola capace di dire che cosa fosse.
Il Presidente degli Stati Uniti d’Europa, Danilo Caruso, lo
sapeva bene.
Filosofo e critico letterario, Caruso apparteneva a quella
rara specie di uomini politici che considerano una parola non un ornamento, ma
un destino. Per lui una costituzione poteva organizzare il potere; soltanto una
lingua, invece, poteva organizzare una civiltà.
La sua Vicepresidente era Juliette.
Nessuno avrebbe potuto immaginare due personalità più
diverse.
Caruso credeva nella costruzione razionale del significato,
nella stratificazione storica delle idee, nella capacità della cultura di
trasformare il conflitto in forma. Juliette, al contrario, sembrava considerare
ogni forma un invito a oltrepassarla. Là dove Caruso vedeva una norma da
interpretare, lei vedeva un limite da mettere alla prova; là dove egli cercava
l'equilibrio delle ragioni, ella esplorava l'abisso dei desideri.
Eppure, stranamente, funzionavano.
Caruso dava un'architettura alle passioni di Juliette.
Juliette impediva alla ragione di Caruso di diventare una
gabbia.
Fu durante una seduta notturna del Consiglio federale che
nacque l'idea.
Sul tavolo presidenziale giacevano decine di proposte per il
motto ufficiale degli SUE.
«Unitas in varietate», diceva una.
«Concordia Europae», suggeriva un'altra.
«Ex diversitate virtus».
«Libertas, aequalitas, fraternitas».
Caruso aveva letto tutto senza esprimere un giudizio.
Juliette, seduta accanto a lui, aveva invece fatto
annotazioni con una matita rossa.
«Questa è troppo innocente.»
Caruso sollevò gli occhi.
«Quale?»
«La maggior parte.»
«È un criterio piuttosto severo.»
«L'Europa non ha bisogno di una frase che la faccia sembrare
innocente. Ha bisogno di una frase che sappia che cosa è stata.»
Caruso sorrise.
«E che cosa sarebbe stata?»
Juliette appoggiò la matita.
«Un continente che ha prodotto cattedrali e roghi, filosofie
e guerre, libertà e tirannie, Mozart e tribunali, rivoluzioni e imperi. Un
continente che pretende di essere civile proprio perché conosce abbastanza bene
la propria barbarie.»
Seguì un lungo silenzio.
Poi Caruso disse:
«Allora non dobbiamo scegliere il motto.»
«No?»
«Dobbiamo farlo scegliere agli europei.»
Juliette inclinò la testa.
«Un concorso?»
«Un concorso pubblico popolare.»
«E il vincitore?»
«Diventerà il motto ufficiale degli Stati Uniti d'Europa.»
Juliette sorrise.
«Finalmente una competizione in cui la vanità dei cittadini
può essere messa al servizio della storia.»
Caruso rise.
Fu così che, il mattino seguente, venne promulgato il Bando
generale per il motto degli Stati Uniti d’Europa.
Ogni cittadino dell'Unione, indipendentemente dall'età e
dalla nazionalità, avrebbe potuto presentare una proposta. Il motto doveva
essere preferibilmente latino, breve, pronunciabile in tutte le lingue europee
e capace di esprimere l'identità federale senza cancellare le identità nazionali.
Il vincitore avrebbe ricevuto una medaglia d'oro, un premio
in denaro e — soprattutto — l'onore di vedere la propria frase incisa sulla
facciata del Parlamento degli SUE.
La notizia esplose in tutta Europa.
Gli studenti presentarono motti.
I professori presentarono motti.
I nonni presentarono motti.
I bambini presentarono motti.
Un panettiere di Napoli propose:
«Panis et libertas.»
Una studentessa di Praga:
«Una Europa, multa corda.»
Un bibliotecario di Salamanca:
«Memoria ad futurum.»
Un gruppo di adolescenti di Helsinki:
«Difficile, ergo nostrum.»
Un'anziana contadina della Bretagna inviò una sola frase:
«Simul.»
Insieme.
La commissione rimase perplessa.
Juliette, invece, ne fu entusiasta.
«È perfetto.»
«È quasi troppo semplice», osservò Caruso.
«Appunto.»
Intanto, nelle piazze europee, era cominciato un altro
dibattito.
Perché, se il motto doveva essere latino, perché il latino
non avrebbe dovuto diventare anche la prima lingua ufficiale degli Stati Uniti
d'Europa?
L'idea sembrava dapprima assurda.
Poi cominciò a diventare seria.
Un gruppo di studenti universitari pubblicò un manifesto:
«Il latino non appartiene a una nazione. Appartiene alla
memoria condivisa dell'Europa.»
Seguirono professori, filologi, giuristi, storici.
Ma arrivarono anche gli oppositori.
«Il latino è morto.»
«È una lingua delle élite.»
«L'Europa ha già troppe lingue.»
«Perché imporre un idioma antico a cittadini che parlano
finlandese, portoghese, greco, italiano, polacco, tedesco?»
Juliette osservava il dibattito con crescente interesse.
Una sera entrò nello studio del Presidente.
«Caruso.»
«Juliette.»
«Ho una proposta.»
«Questo tono mi preoccupa.»
«Referendum.»
Caruso chiuse il libro che stava leggendo.
«Su cosa?»
«Sul latino.»
«Vuoi sottoporre a referendum la lingua ufficiale degli
Stati Uniti d'Europa?»
«Esattamente.»
«La questione è costituzionale.»
«Meglio ancora.»
Caruso rimase pensieroso.
«Prima lingua ufficiale?»
«Sì. Non lingua unica. Non lingua obbligatoria nelle case.
Non sostituzione delle lingue nazionali. Una lingua federale comune,
sovranazionale, utilizzata progressivamente dalle istituzioni.»
Caruso si alzò e andò verso la finestra.
Fuori, Bruxelles brillava sotto una pioggia sottile.
«Sai quale sarà l'obiezione.»
«Centinaia.»
«La più forte: perché il latino?»
Juliette sorrise.
«Perché non appartiene più a nessuno.»
Caruso si voltò.
Per qualche secondo non disse nulla.
Poi prese un foglio.
«Scriveremo il quesito.»
La campagna referendaria fu ancora più sorprendente del
concorso.
I sostenitori del sì parlavano del latino come lingua di
connessione, di memoria, di neutralità federale. Sostenevano che nessuna grande
lingua contemporanea avrebbe potuto essere scelta senza favorire culturalmente
una parte dell'Unione.
Il latino, invece, non era più la lingua quotidiana di
alcuno Stato.
Era una lingua senza capitale.
Senza partito.
Senza esercito.
Senza proprietario.
Gli oppositori replicavano che proprio questa apparente
neutralità nascondeva una precisa scelta culturale.
Juliette intervenne in televisione.
«Mi chiedono se voglio riportare l'Europa nel passato. No.
Voglio costringere il futuro a ricordarsi del passato.»
Il giornalista le domandò:
«E se gli europei votassero no?»
Juliette sorrise.
«Allora avranno esercitato la libertà. E una libertà
esercitata contro di me resta pur sempre libertà.»
Caruso, qualche giorno dopo, pronunciò un discorso diverso.
«Non votiamo sul passato. Votiamo sulla possibilità di
costruire una lingua politica comune senza chiedere a una nazione di diventare
culturalmente subordinata alle altre.»
La campagna raggiunse proporzioni inattese.
Nelle università si organizzarono disputationes.
Nei caffè si discuteva di declinazioni.
I social network si riempirono di meme latini.
I bambini imparavano a dire salve, vale, amicitia, libertas.
Perfino i tassisti iniziarono scherzosamente a salutarsi con
«Quo vadis?».
Ma la vera sorpresa arrivò quando la Commissione del motto
pubblicò i finalisti.
Erano tre.
«Unitas in diversitate.»
«Libertas per concordiam.»
E il misterioso:
«Simul.»
Il giorno della votazione finale, milioni di cittadini si
recarono ai seggi.
Caruso e Juliette votarono in due cabine separate.
Quando uscirono, i giornalisti li circondarono.
«Presidente, per quale motto ha votato?»
Caruso sorrise.
«Un critico letterario non rivela mai il proprio giudizio
prima della pubblicazione.»
«Vicepresidente, lei invece?»
Juliette rispose:
«Io ho votato per quello che farà più arrabbiare i
filologi.»
La sera, nella grande sala del Parlamento europeo,
comparvero i risultati.
Il motto vincitore non era nessuno dei tre pronosticati.
Era quello inviato dalla vecchia contadina bretone.
SIMUL.
Insieme.
Per alcuni secondi nessuno parlò.
Poi l'aula esplose in un applauso.
Caruso si alzò.
Juliette lo seguì.
Il Presidente prese la parola:
«Abbiamo cercato una frase lunga abbastanza per spiegare
l'Europa. I cittadini hanno scelto una parola breve abbastanza per ricordarla.»
Poi aggiunse:
«Simul non significa che siamo uguali. Significa che siamo
insieme.»
Juliette lo guardò.
Per una volta non aveva nulla da correggere.
Poco dopo arrivò il risultato del referendum.
Sì: 53,8%.
No: 46,2%.
Il latino sarebbe diventato la prima lingua ufficiale
federale degli Stati Uniti d'Europa.
Non avrebbe cancellato italiano, francese, tedesco, spagnolo,
portoghese, greco, polacco, ungherese, finlandese o le altre lingue europee.
Sarebbe stato, almeno nelle intenzioni dei suoi promotori,
il ponte sopra la loro pluralità.
La mattina seguente Caruso e Juliette attraversarono insieme
il grande atrio del Parlamento.
Sulla parete principale gli operai stavano incidendo le
lettere.
Caruso si fermò.
Le osservò.
SIMUL.
Poi, sotto, la traduzione ufficiale:
INSIEME.
Juliette gli domandò:
«Pensi che funzionerà?»
Caruso rimase in silenzio.
«Le lingue funzionano quando gli uomini decidono che cosa
farne.»
«Risposta da filosofo.»
«E tu che cosa avresti risposto?»
Juliette sorrise.
«Che funzionerà finché gli uomini continueranno a litigare
sul suo significato.»
Caruso rise.
Poi aggiunse:
«Allora abbiamo scelto bene.»
E i due proseguirono lungo il corridoio.
Alle loro spalle, le prime lettere latine erano ormai incise
nella pietra.
Non celebravano la fine delle differenze.
Celebravano qualcosa di più difficile:
la decisione di vivere insieme senza smettere di essere
diversi.
SIMUL.